14 aprile 2008: il Popolo delle libertà (PDL) conquista 12.510.306 preferenze (38,17%), più dei voti raccolti insieme dal Partito Democratico (PD) guidato da Walter Veltroni (33,69%) e dall’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro (4,31%). Insieme con Lega Nord (8,06%) e Movimento per l’Autonomia Alleanza per il Sud (1,08%), la coalizione capitanata da Silvio Berlusconi va al governo con una percentuale del 47,32%.
All’opposizione restano il PD, l’Italia dei Valori e l’Unione di Centro di Pier Ferdinando Casini (5,69%). Non entrano in Parlamento la Sinistra Arcobaleno di Fausto Bertinotti (3,21%) e il variegato firmamento dei partiti minori, dal Partito Comunista dei Lavoratori (0,55%) a La Destra (2,09%), da Sinistra Critica (0,41%) al Partito Socialista di Boselli (0,86%), dal Partito Comunista marxista-leninista (0,02%) al Partito Liberale Italiano(0,30%) a Forza Nuova (0,26%).
Due settimane dopo, il 28 aprile, si vota per i ballottaggi di 5 giunte provinciali e di alcune amministrazioni comunali (tra cui quella più importante di Roma). Se Francesco Rutelli avesse vinto, come il vantaggio al primo turno sembrava promettere, Veltroni e compagni avrebbero potuto parlare di rivalsa e annunciare già, magari dai salotti mediatici sempre a loro disposizione, che il peggio era passato e stava tornando il sereno dopo lo tsunami del 14 aprile.
Invece no: Rutelli, già primo cittadino della Capitale per due mandati (1993–2001), il sindaco del Giubileo 2000, si ferma al 46,3% e Gianni Alemanno, il candidato del PDL incassa un netto 53,7% (+13% rispetto al primo turno). Dopo l’Italia, anche Roma ribadisce a grandi caratteri la volontà di voltare pagina.
Ne parliamo con il prof. Francesco Perfetti, ordinario di Storia Contemporanea presso la Facoltà di Scienze Politiche della LUISS Guido Carli di Roma, dove insegna anche Teoria e Storia delle Relazioni Internazionali.
Il prof. Perfetti ha fondato la rivista bimestrale “Nuova Storia Contemporanea” e dirige le collane editoriali “Biblioteca di Nuova Storia Contemporanea” e “Il Salotto di Clio” (per la Casa editrice Le Lettere), “Storia e Politica” per l’Editore Bonacci, nonché, insieme a Giuseppe Bedeschi e Piero Crateri, la collana “Occidente” per l’editore Costantino Marco.
Fra le sue ultime pubblicazioni: Assassinio di un filosofo. Anatomia di un omicidio politico (2004), Parola di Re. Il diario segreto di Vittorio Emanuele III (2006). È editorialista del quotidiano Libero.
Professor Perfetti, quali sono, a suo avviso, i motivi della netta vittoria della Destra in questa tornata elettorale?
La spiegazione che viene subito alla mente è la più ovvia. La vittoria della destra è una risposta al malgoverno della sinistra, una punizione per le promesse non mantenute, una reazione contro il fiscalismo oppressivo, la preoccupazione per l’ordine pubblico e via dicendo.
Tuttavia, se tutto ciò è vero ed è indiscutibile, vi sono – io credo – delle motivazioni più profonde che potrebbero essere individuate. Probabilmente, e poco importa se a livello consapevole o inconsapevole, la vittoria della destra ha finito per rendere manifesto una sorta di “disagio esistenziale” collegato alla perdita di valori e di punti di riferimento che ha trovato espressione nella esaltazione di comportamenti permissivi e lassisti, in un laicismo che ha assunto sempre più le forme di un veteroanticlericalismo e via dicendo.
Al ballottaggio più importante, quello per il Sindaco di Roma, il candidato del PDL Gianni Alemanno ha sbaragliato Francesco Rutelli che partiva in vantaggio. Come spiega questa inversione di tendenza nell’arco di due settimane?
In realtà, nel caso di Roma, io personalmente non credo nell’esistenza del tanto conclamato vantaggio di partenza di Rutelli. L’impressione che esistesse un divario incolmabile era una falsa impressione supportata dai sondaggi che troppo spesso hanno dimostrato la loro fallibilità, una impressione che trovava il suo punto di forza in un vero e proprio “sistema di potere” consolidato nel tempo, fondato su meccanismi di scambio di favori e di interessi e, soprattutto, amplificato dai “salotti” più o meno mondani, dall’intellighenzia progressista e dalla complicità dei media.
Sarebbe stato sufficiente andare fra la gente comune per rendersi conto, al contrario, della esistenza di uno stato d’animo particolarmente diffuso e del tutto diverso.
Quanto peso ha avuto, secondo lei, il voto dei cattolici sul risultato a livello nazionale e locale?
Io sono convinto che il voto dei cattolici sia stato fondamentale per determinare il risultato della destra sia a livello nazionale sia a livello locale. Sotto questo profilo l’esame dei flussi elettorali dovrebbe confermare l’ipotesi.
È probabile che, a livello nazionale, ci sia stato uno spostamento di elettori dell’UDC verso la destra bilanciato da uno spostamento di elettori della componente cattolica del PD verso l’UDC. In altre parole, quando si è giunti alle elezioni locali, l’elettorato dell’UDC era sostanzialmente cambiato: questo elettorato sostanzialmente di centrodestra, a causa della polarizzazione della campagna elettorale, si era già spostato verso la destra ed era stato sostituito da parte dell’elettorato cattolico del PD.
Quest’ultimo, però, si è trovato di fronte a una situazione diversa rispetto a quella elezioni politiche. A Roma, infatti, lo scontro non era più fra il PD e il PDL, ma tra quest’ultimo e una coalizione che univa tutte le componenti laiciste, anticlericali e finanche comuniste.
A ciò si aggiunga che Rutelli è stato costretto, per il timore di perdere consensi alla sua sinistra, a dare continue aperture di credito a quest’ultima anche e, in particolare, su temi etici e su temi che toccavano valori fondamentali. In questa situazione, anche i cattolici più democratici o più progressisti si sono trovati nella impossibilità di votare per chi metteva in discussione certi principi.
La presenza forte della Chiesa, soprattutto nella sua più alta espressione, il Magistero papale, ha influenzato le scelte degli italiani?
Sono convinto che il Magistero papale abbia avuto un peso grandissimo non tanto indirizzando il voto in una certa direzione quanto piuttosto nel richiamare l’attenzione sui valori permanenti e sul pericolo del “relativismo” anche etico in una società fortemente secolarizzata che sta perdendo le sue “radici” in maniera sempre più pericolosa di fronte al pericolo islamico.
In altre parole, il peso della Chiesa e del Magistero papale è stato forte perché ha inciso in profondità.
18 aprile 1948 – 13 aprile 2008: dopo sessant’anni gli italiani hanno detto ancora una volta un netto “no” alle ragioni della sinistra. Quali sono le analogie e le differenze fra questi due importanti momenti della nostra storia repubblicana?
Le elezioni del 2008 hanno una profonda analogia con quelle del 1948 non tanto in termini di scontro fra destra e sinistra quanto piuttosto in termini di scontro fra due modelli di civiltà. Ciò indipendentemente dalle differenze legate al momento storico.
C’è da considerare, però, un fatto importante: queste elezioni sono state le più importanti della repubblica, dopo quelle del 1948, perché sono state elezioni, in un certo senso, “costituenti” di un nuovo sistema politico.
In cosa ha sbagliato quella sinistra che è di fatto scomparsa dall’emiciclo parlamentare?
Non ha sbagliato nulla, nella sua ottica. Ha fatto il suo dovere, ma proprio per questo è sparita: le sue ragioni e i suoi obiettivi sono stati condannati dalla storia.
Perché Veltroni non ha convinto gli elettori?
Il PD non era affatto un progetto innovativo, come si è cercato di sostenere. Esso si presentava come un partito riformista moderato, ma in realtà riprendeva la salsa catto-comunista del peggiore dossettismo annacquata nei luoghi comuni del laicismo e del progressismo. La sconfitta elettorale porterà probabilmente a una resa dei conti interna che comporterà la trasformazione del PD in un partito egemonizzato dai vecchi DS.
Cosa si dovrà fare, ora, perché l’Italia riparta davvero?
Lavorare con serietà evitando di ricadere nelle logiche del passato.