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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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Religione e civiltà: Pinturicchio in Umbria

In occasione del 550° della nascita del pittore umbro Bernardino di Betto detto Pinturicchio (e a volte Pintoricchio), si sta svolgendo fino al 19 giugno una affascinante mostra delle sue opere, divisa fra quelle “mobili” nella Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia e il grandioso ciclo di affreschi della Chiesa di Santa Maria Maggiore a Spello.

di Matthias von Gersdorff

È diventata una buona moda esibire non solo le opere dell’artista protagonista delle mostre, ma anche di qualche suo coetaneo. Pratica lodevole, ribadiamo, perché permette di contestualizzare molto meglio l’ambiente in cui si muovono e operano i protagonisti.
Nel caso della mostra sul Pinturicchio in Umbria, questo espediente si rivela particolarmente adeguato, giacché egli fece parte di quella costellazione di maestri che diedero l’anima all’era storica del Rinascimento.

Apogeo di Perugia

 La città di Perugia si era velocemente arricchita nel ‘400 e vide sorgere nuovi palazzi e chiese che dovevano documentare la sua vitalità. Una delle costruzioni più importanti fu il maestoso Palazzo dei Priori, oggi sede della Galleria Nazionale dell’Umbria.
A decorare questi palazzi e chiese vennero convocati un grande numero di artisti che, in un clima di fervente concorrenza, si misero a creare opere notevoli, le quali avrebbero spalancato loro l’accesso alla fama e, ovviamente, alla ricchezza.

Questa febbrile attività realizzata con la suddetta agiatezza di mezzi sfociò nel nuovo stile e nel nuovo approccio all’arte e alla vita dell’epoca rinascimentale. Rimaniamo sbalorditi davanti alla profusione di opere di altissimo valore, in un spazio di tempo così breve, soprattutto se consideriamo il presente declino dell’inventiva artistica e la proliferazione nelle gallerie di vere prese in giro come, per esempio, quelle che rispondo al nome di “istallazioni”.

La catena da Fra Angelico a Raffaello

Coloro che abbellirono Perugia fra il ‘400 e gli inizi del ‘500 sono come gli anelli di una catena che risale allo spirito e alla mentalità del Medioevo, un’epoca particolarmente luminosa nell’Umbria.
Pinturicchio assieme a Perugino, Domenico Veneziano, Piero della Francesca, Filippo Lippi, Benozzo Gozzoli sono i magnifici gradini di una scala ideale che porta dal Beato Angelico a Raffaello, anche se la mentalità del primo è ancora quella del Medioevo cattolico, mentre l’Urbinate rappresenta un apice dello spirito del Rinascimento.

Il grande sviluppo artistico, frutto del progresso economico, non si limitò soltanto al capoluogo umbro; questi autori dipinsero un po’ dappertutto nella regione. Ad esempio, opere del Pinturicchio si trovano anche a Spello, Spoleto, Trevi, Città di Castello ed Orvieto. Spiccano fra le sue opere umbre i celebri affreschi che coprono le pareti della Cappella Baglioni a Spello, chiamata anche “Cappella Bella”.
Pinturicchio e compagni rapidamente acquisirono fama e popolarità e vennero convocati da grandi mecenati, per cui il loro genio si diffuse in altre regioni italiane. Le loro opere più mature si trovano in Vaticano e nel Duomo di Siena.

Pinturicchio a cavallo fra il vecchio e il nuovo

Chi visita la mostra su Pinturicchio nella Galleria Nazionale dell’Umbria, osserverà che egli dipinse in diversi stili, alcuni ritenuti “retrogradi” per il suo tempo. A titolo di esempio, vi invito a osservare il Gonfalone di sant’Agostino esposto nella mostra e riprodotto in queste pagine.
Il Padre della Chiesa è raffigurato in modo tale che, essendo un dipinto rinascimentale, ancora risente dell’influenza del gotico internazionale dell’epoca di Gentile da Fabriano (1370-1427). Il fondo-oro con ricche decorazioni geometriche, il gallone dorato del mantello, la disposizione delle figure, sembrano trasportarlo nel passato. Del resto il suo ricorrere frequentemente all’uso dell’oro varrà a Pintoricchio parole di disprezzo del Vasari nelle sue famose “Vite”.

 Tuttavia, questo dipinto, effettuato nel 1499 per la Confraternita di sant’Antonio, è a pieno titolo rinascimentale se consideriamo l’espressione dei personaggi, l’eleganza degli abbigliamenti, i paesaggi fortemente naturalisti, la precisione dei piccoli dettagli decorativi, l’introduzione di scene della vita quotidiana. Nei suoi dipinti egli, che ha anche ricevuto un’influenza della pittura fiamminga, rivela una prodigiosa capacità di sintesi.

Il paragone con il Perugino

Come accennato sopra, Vasari (1568) non risparmiò a Pinturicchio la sua critica. Egli lo paragonava spregiativamente con l’altro indubbio protagonista coevo dell’arte umbra, Pietro de Cristoforo Vannucci detto il Perugino, la cui pittura è più delicata e immaginativa, i suoi personaggi sembrano meno attaccati alla terra, più spirituali ed estatici.

Si vede che la lunga polemica inaugurata dal Vasari sulla valutazione da dare ad entrambi artisti, tutti e due del resto ispiratori di Raffaello, si ripercuote nelle spiegazioni degli organizzatori che, nel difendere Pinturicchio, rivelano il legittimo desiderio di rivisitare alcuni giudizi storici.
Difatti Perugino finì avendo più influenza di Pinturicchio perché ricalcò meglio i valori vincenti della scuola fiorentina, la quale costituì la vera mainstream dell’arte fino all’avvento, a metà del XVI secolo, dello stile controriformistico.

Nella sua opera si intravede più chiaramente l’influenza su Raffaello, Michelangelo e Leonardo. In Perugino si riflette quella mentalità utopistica di una spiritualità nuova, gaudiosa, leggera, padrona di se stessa, emancipata da inutili “gioghi” e “superstizioni” medievali, ma che avrebbe da lì a poco dovuto fare i conti con la realtà dei fatti: la rivoluzione religiosa che spaccò l’Europa e il sacco di Roma del maggio 1527, un avvenimento questo che cambiò radicalmente i presupposti del panorama, un po’ come l’11 settembre 2001.

Con Gesù il mondo ridiventa paradisiaco

Esiste fra i due grandi maestri umbri effettivamente qualche contrasto, non solo nel loro linguaggio, ma anche nella loro visione delle cose. Pinturicchio sembrerebbe un sostenitore della graduale trasformazione della terra in un nuovo Eden, un intendimento crescente fra religione e civilizzazione, fra fides et ratio.

Osserviamo qualche istante l’affresco della Natività di Gesù nella Cappella Bella (o Baglioni), nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Spello. Pinturicchio dipinse tutto il ciclo di affreschi della cappella fra l’autunno 1500 e la primavera del 1501. È qualcosa di stupefacente se consideriamo lo spazio affrescato, il tempo impiegato ed il risultato raggiunto.
Egli sembra volerci dire che la nascita di Cristo trasforma il mondo, ma non un altro mondo bensì quello in cui viviamo. La terra ritorna paradisiaca: le persone sono in pace interiore, le passioni si smussano, l’architettura diventa luminosa e accogliente, la fauna si fa docile, la flora diventa amabile, ed entrambe si mettono al servizio dell’uomo redento; l’atmosfera si riempie di felicità serena, casta, esente dall’affanno febbrile provocato da superbia, gelosie, bramosità.

Un rinascimentale pieno di candore

In questo affresco troviamo un gaudio che potremmo definire, in modo un po’ peggiorativo, ingenuo. A qualcuno potrebbe sembrare prodotto di una mentalità vagamente “disneylandiana”, cioè, un po’ infantile. Probabilmente qualcosa del genere colpì la mente del Vasari quando guardò i dipinti di Pinturicchio.

Gli esponenti del Rinascimento, come certi cattolici odierni, si ritenevano “adulti” e volevano sempre più emanciparsi da certi canoni. In Pinturicchio ancora brilla il sole di una casta gioia del Medioevo, presente in Giotto, in Gentile e nel Beato Angelico.
L’arte magari geniale, ma ombrosa, introspettiva e drammatica, sta ancora per arrivare. Il Sacco di Roma (1527) e gli avvenimenti politici e religiosi della prima metà del secolo XVI, avrebbero disarcionato gli intellettuali e gli artisti da una posizione di troppa sicurezza e ottimismo.

Cronista del suo tempo

Altri aspetti molto interessanti dell’artista sono ben sottolineati dalla mostra. Nella spiegazione ai quadri, si fa spesso riferimento al disegno di “grottesche”. Fu Pinturicchio che assieme a Raffaello, visitando i ritrovamenti archeologici della Domus Aurea, copiò queste curiose figure presenti nelle pareti del palazzo di Nerone, facendole diventare un tema ricorrente per secoli nei dipinti di grandi autori. Le grottesche incorniciano l’affresco della Natività di Spello summenzionato.

La mostra mette in rilievo anche il carattere documentale dell’abbigliamento e dell’arredamento nelle opere di Pinturicchio. Questo è il tema principale dell’esposizione di oggetti nella Pinacoteca Civica di Spello, una delle sue sedi, dedicata a “Pinturicchio e le arti minori”. Un intento ottimamente riuscito.
Lì si espongono tessuti, vasi di maiolica, gioielli, mobili del tempo del pittore (ma alcuni ancora in produzione), fedelmente ritratti dai suoi pennelli. L’amore al dettaglio Pinturicchio lo ereditò da artisti gotici come Gentile da Fabriano.

La disputa con i dottori

Nella Disputa di Gesù con i Dottori, uno dei grandi affreschi della Capella Bella di Spello, vediamo uno dei dipinti più “fiorentini” del pittore, con le sue severe prospettive e la disposizione di tutte le figure verso il centro.
Si può dire che l’intento dell’artista è solo secondariamente trattare della disputa con i dottori; il suo scopo principale è far vedere una sorta di ordinazione di tutta la società all’umanità di Dio, rappresentato bambino.

Questo dipinto rammenta l’altare di Gent di Hubert e Jan van Eyck. Pintoricchio qui ha raffigurato una serie di libri lanciati disordinatamente sul pavimento per simbolizzare che la sapienza umana vale poco davanti alla Sapienza Eterna e Incarnata. Un’affermazione implicita nel quadro, ma davvero contrastante con la mentalità inaugurata proprio nel Rinascimento e continuata per tutti i tempi moderni, lucidamente descritta da Benedetto XVI nella sua enciclica Spe Salvi (n.17-18), quando asserisce che essa sposta la fede in Gesù Redentore al piano strettamente privato, depositando nella nuova “fede nel progresso” della ragione, tutta la speranza di redenzione umana e sociale.
Il dipinto si caratterizza inoltre per una profusione mirabile di dettagli nei tessuti dei vestiti e nei gioielli, altrettanto simbolici di ceti sociali e professioni diverse. 
Molto si potrebbe aggiungere ancora su Pinturicchio. Ma ci fermiamo qui per dire che con queste righe abbiamo soprattutto voluto motivare i lettori a recarsi in Umbria e vedere la mostra nelle sue diverse sedi, profittando di girare fra i paesaggi che egli dipinse e che, in buona parte, ancora conservano le sfumature dei suoi numerosi verdi, la sua grande poesia e la sua incantevole soavità.

Da Pinturicchio a Sebastiano del Piombo

Contemporaneamente alla mostra di Pintoricchio a Perugia e Spello, nel Palazzo Venezia a Roma si esibiscono le opere di un altro grande esponente del Rinascimento, il veneziano Sebastiano del Piombo.

Interessante fare qualche confronto fra i due grandi artisti: Bernardino di Betto nacque nel 1454 e morì nel 1513; del Piombo nacque nel 1485 e morì nel 1547. Dalla nascita del primo alla morte del secondo si svolge una delle rivoluzioni artistiche più stupefacenti della storia. Ma all’interno di questo arco di tempo l’inventiva artistica è talmente abbondante che si vede come entrambi i pittori sono di transizione: mentre uno riceve chiaramente influenze dei suoi predecessori della fine del Medioevo, l’altro apre una strada agli artisti del ‘600 e del ‘700. Tutti e due poi cambiarono il proprio stile nell’arco della propria vita.

La mostra umbra di Pinturicchio ci fa vedere quanto ancora in lui troviamo tracce del gotico internazionale e del primo Rinascimento; insomma, quanto si vede nella sua opera l’influsso di un Beato Angelico (morto nel 1455) e di un Gentile da Fabriano (morto nel 1427), autori dallo spirito ancora fortemente medievalizzante, la cui pittura abbonda nell’uso dei dorati; uno stile però destinato a scomparire gradualmente a partire dai nuovi artisti come Piero della Francesca (morto nel 1492) e Domenico Ghirlandaio (morto nel 1494).
Pinturicchio si trova a cavallo fra i due mondi e ne rappresenta una sintesi. Una sintesi geniale, con l’utilizzo del meglio degli elementi di ogni stile, anche se questo gli varrà una critica aspra da Giorgio Vasari.

In un certo senso, analogamente e una generazione più tardi, Sebastiano del Piombo costituisce una sintesi fra il Rinascimento e il Barocco controriformista ispirato al Concilio di Trento. Certo, lui muore prima della nascita di questo stile, ma nelle sue opere vediamo anticipati certi elementi: serietà, austerità, e anche drammaticità nelle opere sacre allo scopo di “insegnare agli ignoranti”, per usare l’espressione del Concilio.
Nelle sue ultime opere Sebastiano del Piombo testimonia di avere perso le illusioni con le quali era nato il ‘500. Lo scaturire dei grandi scismi ereticali, le guerre religiose, il Sacco di Roma hanno chiuso la speranza di creare una umanità basata su idee e concetti naturalisti e puramente umani.
In questo contesto storico, l’arte di Sebastiano del Piombo torna gradualmente a una religiosità sempre più austera, a volte quasi mistica, alla ricerca della sapienza della vita e del mondo tramite l’esperienza della sofferenza.

Più tardi questi assunti verranno ripresi dalle scuole veneziane e spagnole, che giungeranno all’apice del nuovo stile, prima del suo tramonto verso la fine del ‘600.

 

 

 

 

(RC n. 33 - Aprile 2008)