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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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Grunewald: un'arte per commuovere

Una mostra su Mattia Grünewald e i gli artitisti coevi si è svolta parallelamente nella Kunsthalle di Karlsruhe (Germania) e nel Museo di Unterlinden a Colmar (Francia) dall’8 dicembre 2007 al 2 marzo 2008. Essa ha fatto vedere l’importanza di questo protagonista della nuova mentalità “emozionale” che si impose nell’arte e nella religiosità del Cinquecento.

di Matthias von Gersdorff

Quando si visita la mostra su Matthias Grünewald nella Kunsthalle di Karlsruhe, in Germania, già dall’ingresso ci accorgiamo della tavola d’altare di Tauberbischofsheim, l’opera principale dell’esibizione. Da lontano essa esercita su di noi una attrazione simile a quella del magnete, e man mano che ci avviciniamo, assorbe tutta la nostra attenzione.
Si tratta di una grande pala con al centro un Cristo Crocifisso sproporzionato rispetto alle figure laterali della Madonna e di san Giovanni. Sullo sfondo si vede un paesaggio sommerso nel buio dell’eclisse solare. Mentre la Vergine manifesta un lutto interiore e meditativo, san Giovanni dà sfogo alla sua sofferenza.

Crocifissone molto drammatica

Il corpo di Cristo, forte e muscoloso, sembra contorcersi in diversi posti; l’intenzione del pittore di sottolineare l’anatomia di braccia e gambe accentua l’attrazione della gravità sul peso dell’Uomo crocifisso. Il capo si china verso la Madre mentre le spalle e i muscoli del lato sinistro si pronunciano quasi esageratamente. I piedi si sono attorcigliati sul chiodo. Il piede destro si gira verso san Giovanni in un movimento diametralmente opposto a quello del torso.
Il legno orizzontale sembra piegarsi sotto il peso capitatogli addosso. Le dita di Cristo s’innalzano tirate dalle braccia cadenti, che sono tese, come se avessero i crampi. La fisionomia, ingrigita e segnata dalla morte, è deformata dal dolore che ha portato la vittima ai limiti massimi del sopportabile. Una paurosa corona di spine gli copre la testa.

Tutto il corpo è pallido, terreo, coperto di stracci (fatto unico nelle crocifissioni di Grünewald) e piagato dall’alto in basso.
Come detto sopra, la Vergine è in stato di lutto tutto interiore, sereno e meditativo, con le mani giunte in preghiera. Il velo che la copre lascia tuttavia vedere i suoi occhi socchiusi.

San Giovanni invece manifesta il suo strazio, la sua costernazione, l’incapacità di spiegarsi in termini umani la trascendenza dell’avvenimento. Nel suo sguardo, assieme al dolore, si esprime un certo interrogativo. Le mani sembrano voler intervenire ma esitare, rimanendo alla fine passive. Le labbra cercano parole che non vengono. L’inquietudine e la perplessità sono messe in rilievo dai vestiti un tanto trasandati, dai colori opachi e impuri. Sullo sfondo si vede la natura oscurata dall’eclisse. Un ambiente di desolazione e di tragedia.

Un precursore del genere emotivo

Questi elementi coinvolgono lo spettatore nella drammaticità della scena, favorendo così la loro partecipazione emotiva. Il dipinto assorbe e sconvolge, ma non invita a una meditazione placida della Passione del Divino Salvatore.
Grünewald dipinse questa tavola d’altare fra gli anni 1523 e 1525, quando era assai comune raffigurare questo stesso soggetto. Ciò che differenzia Grünewald dai suoi contemporanei è che egli rinuncia a fare una cronaca degli avvenimenti, a raccontarci una storia, a fornire un dettaglio che la possa descrivere.
Per esempio, a differenza di tanti pittori coevi, egli non dipinge un Longino che esclama ammirato, né i soldati che si giocano ai dadi la tonaca del Signore, né gli strumenti di tortura, né il cranio di Adamo ai piedi di Cristo. La scena di Grünewald è statica e non c’è nessun elemento che si riferisca a fatti anteriori o posteriori. Persino i vestiti sono immobili, cosa molto singolare in questo maestro.

Grünewald sembra volere che lo spettatore sprofondi nelle emozioni in maniera rapida. La scena non ha bisogno di grandi commenti, perché è tesa a indurre un forte impatto psicologico e una deduzione intuitiva. In questo senso, possiamo dire che Grünewald è un precursore di film come La Passione di Mel Gibson e, in un altro genere, Star Wars di George Lucas o Rambo di Ted Kotcheff, pellicole in cui gli spettatori sono immersi in tempeste emozionali a prescindere da elaborazioni molto articolate.

 
La nuova concezione artistica

Nonostante questo pittore sia per diversi aspetti vincolato al mondo medievale, già si vede in lui l’uomo rinascimentale autonomo ed emancipato rispetto ai canoni tradizionali del linguaggio artistico. Un qualcosa di analogo a ciò che oggi va sotto il nome di cristianesimo adulto.

Lo scopo non è più quello di prima, cioè l’insegnamento delle verità di fede attraverso l’arte. Ormai l’arte non deve servire per spiegare la storia sacra o la Passione, i grandi personaggi della Scrittura, Cristo e la Madonna, i santi, ecc., ma deve esprimere innanzitutto il sentimento profondo dell’artista e  creare, a sua volta, forti sentimenti negli spettatori, perché la fede autentica nasce dall’interno dei sentimenti e dalle libere interpretazioni delle letture religiose.

 Nel grande disorientamento degli inizi del Cinquecento si vanno così modificando le tendenze e si va preparando il terreno per il soggettivismo nel pensiero. Dipingendo i suoi volti problematici e talvolta esaltati, i suoi paesaggi misteriosi e lugubri, Grünewald puntava sicuramente a ottenere un effetto religioso “intimista”, non molto diverso dagli effetti ricercati dal movimento pentecostale nato in ambito americano protestante nel secolo XIX, ma che erano già presenti nel clima culturale della Riforma Protestante tedesca.

 
Dimenticato il nome ma non l’opera

Mattia Grünewald (1475–1528) fa parte del gruppo principale di pittori tedesci del Rinascimento, assieme ad Alberto Dürer (1471–1528), Luca Cranach il Vecchio (1472–1553), Giovanni Holbein (1465–1524), Alberto Altdorfer (1480–1538), Giovanni Baldung (1484–1545) e altri.
Grünewald è da molti ritenuto quello più importante dopo Dürer, a causa delle sue innovazioni. Sebbene la sua opera è quantitativamente minore di quella di altri pittori coevi, giacché non ebbe mai una sua bottega e non fece quelle incisioni che diffusero tanto l’arte di Dürer, tuttavia fu noto nel suo tempo, specialmente per il drammatismo e il misticisimo presente nei suoi dipinti. Egli anticipa in un certo senso un tratto quasi operistico del barocco.

Dopo la sua morte cade l’oblio sul suo nome ma non sulle sue opere. È risaputo che il suo capolavoro più noto, la pala d’altare di Isenheim (esposta nella parte della mostra che si è tenuta a Colmar), un’opera che fu quasi comprata dall’Imperatore Rodolfo II nel 1697, era attribuita correntemente a Dürer.
Solo molto dopo fu definitivamente chiarita la paternità di Grünewald, autore rivalutato appieno  agli inizi del secolo scorso ma che col suo espressionismo aveva colpito molto i suoi contemporanei.

Grunewald, pittore pieno di novità

Per conoscere meglio l’aspetto innovativo dell’arte di Grünewald vale la pena soffermarsi sul quadro intitolato Compianto sul Cristo morto, dipinto nel 1525 circa, ultima opera che rimane dell’artista.
In realtà in esso vediamo un termine medio fra una Pietà e un Compianto, entrambi tematiche frequentemente trattate all’epoca. Il torso di Cristo sembra ergersi leggermente e volgersi verso lo spettatore. La testa molto storta, poggia sulla spalla destra; gli occhi socchiusi e la bocca appena aperta danno un’impressione di riposo dopo l’immenso strazio.

Grünewald s’ispirò al dettaglio di un soldato dace moribondo scolpito sull’arco di Costantino. I segni della flagellazione sono in toni verdi e blu. L’erezione del torso si spiega perché il Cristo morto poggia in parte su sua Madre, le cui mani si vedono di dietro. A sinistra della Vergine s’intravedono una scala e una bara, per descrivere avvenimenti anteriori (deposizione) e successivi (sepoltura). A un estremo, santa Maria Maddalena piange con desolazione.

 La novità del quadro risiede nella prospettiva molto ravvicinata e nel fatto che alcuni personaggi, come la Madonna, sono appena intravisti, appena insinuati. Ciò costringe lo spettatore a comporre mentalmente la parte mancante, un modo per farlo compenetrare ancor più con la scena. Non era un caso, ma una tecnica molto suggestiva. Tuttavia ciò non impedisce che Grünewald possa esprimere una grande drammaticità nei volti e nelle mani, soprattutto nell’atteggiamento della Maddalena.

Il Compianto sul Cristo morto fu commissionato a scopi liturgici per la Settimana Santa dall’arcivescovo di Magonza, Alberto di Brandenburgo (le sue armi si vedono sugli estremi). Questo e altri dipinti di Grünewald sono stati esposti a Karlsruhe e a Colmar fino agli inizi di marzo, assieme a quadri, incisioni e qualche scultura dei più noti artisti tedeschi del suo tempo e dei tempi immediatamente precedenti. Una mostra che, data l’abbondanza di termini di paragone, è felicemente riuscita nel fine di far vedere la transizione dell’arte germanica dal tardo gotico al Rinascimento.

 

(RC n. 33 - Aprile 2008)