Il 30 marzo scorso Benedetto XVI ricordava ai politici del Partito Popolare Europeo che «apprezzando le sue radici cristiane, l’Europa sarà in grado di offrire un orientamento sicuro alle scelte dei suoi cittadini e delle sue popolazioni» e ha indicato loro alcuni «principi che non sono negoziabili», specificamente la «tutela della vita dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale; [il] riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, quale unione fra uomo e donna basata sul matrimonio, e [la] sua difesa dai tentativi di renderla giuridicamente equivalente a forme radicalmente diverse di unione che, in realtà, la danneggiano e contribuiscono alla sua destabilizzazione…; [la] tutela del diritto dei genitori di educare i propri figli». Si tratta quindi di indicazioni nette che non si prestano a tergiversazioni.
Dalla Spagna lezioni di totalitarismo
Pochi giorni dopo questa allocuzione del Papa, finiva la vicenda governativa del ministro cattolico José Bono nel gabinetto di José Luis Rodríguez Zapatero. La sua presenza in esso non aveva evitato minimamente il percorso diametralmente opposto a quei “principi non negoziabili” seguito dal premier spagnolo, in una delle nazioni ritenute più cattoliche del vecchio continente.
Si era venuto a ripetere con Bono, anche se in modo meno sconvolgente e tragico, l’esperienza di Manuel de Irujo, ministro cattolico di quella Repubblica che perseguì ferocemente la Chiesa fra gli anni ‘33 e ‘39 del secolo scorso.
Irujo doveva essere il garante del rispetto di certi diritti e servì di fatto come avallo allo stravolgimento di essi. Una grave sfida morale e di coscienza che si ripropone continuamente ai politici cattolici di ogni latitudine tentati di cavalcare la tigre di certe alleanze e di inserirsi in certi giochi di potere.
Lo storico della persecuzione alla Chiesa spagnola, Vicente Cárcel Ortí, afferma che «il grande errore» di costoro nella Spagna repubblicana fu quello «di credere che avrebbero potuto giocare in uguaglianza di condizioni».
Secondo quanto scritto sul “Corriere della Sera” (24/3/2006) dall’opinionista Maurizio Ferrera, «Massimo D’Alema ha espresso apprezzamento per le scelte di Zapatero in tema di diritti civili e libertà. Ha anche promesso che la Spagna sarà un punto di riferimento importante per le politiche sociali di un eventuale governo di centro sinistra».
Zapatero ha manifestato, sempre secondo Ferrera, «l’esplicito obiettivo di cambiare “la forma de pensar, el carácter más profondo” della società spagnola». In barba alle rassicurazioni dateci recentemente da un altro esponente del postcomunismo italiano, Walter Veltroni, che dopo aver incontrato il premier spagnolo ha ritenuto doveroso garantirci che si tratta di un “uomo mite”.
Ecco che torna quella fama da Bambi, da timido cerbiatto, che accompagna Zapatero nonostante l’intransigenza con la quale fin dall’inizio va imponendo il suo programma a una nazione - egli stesso lo afferma - che non la pensa come lui.
Chissà se sia questa mentalità neo-illuminista che aveva in mente Benedetto XVI quando, sempre nella suddetta allocuzione ai politici cristiani, denunciava una «cultura ampiamente diffusa in Europa che relega alla sfera privata e soggettiva la manifestazione delle proprie convinzioni religiose (…) minacciando in tal modo la democrazia stessa».
E il cardinale Julián Herranz, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, proprio a Madrid agli inizi di quest’anno aveva denunciato la «tendenza al totalitarismo ideologico» che «si può manifestare in regimi che si ritengono democratici».
Anche quando il timido cerbiatto sembra più conciliante e disteso, soprattutto nei riguardi della Chiesa, il suo sguardo ricorda quello dei negoziatori sovietici che operavano secondo la massima “Quello che è mio, è mio. Quello che è tuo, si discute”.
E, infatti, nonostante momenti di apparente cordialità e calma, addirittura di riconoscimento di passi eseguiti in maniera maldestra nell’adempiere il suo programma, Zapatero è stato linearmente coerente col progetto culturale socialista degli anni Ottanta, che affermava il bisogno di “rigirare la Spagna come un calzino”.
Infatti, in questi due anni la Spagna ha legalizzato il matrimonio omosessuale con relativa adozione di bambini, minacciando di licenziare i servitori pubblici che ricorrono all’obiezione di coscienza nei confronti della norma; ha reso più facili il divorzio e l’aborto, aprendo massicciamente alla propaganda mediatica e ideologica dell’eutanasia; ha autorizzato la distruzione degli embrioni ai fini della ricerca; ha promulgato una legge sulla scuola contraria agli interessi di quella privata e cattolica e un suo organo di governo, il Consiglio Nazionale Scolastico, ha provato più volte di abolire l’ora di religione cattolica nonostante ad essa sia favorevole l’80% dei genitori, mentre si è reso paradossalmente sempre più facile l’insegnamento del Corano; esponenti del governo, come lo stesso ex ministro (cattolico) José Bono, non hanno avuto remore a polemizzare ad alta voce nel gennaio 2005 con Giovanni Paolo II in occasione delle parole di monito sull’ideologia laicista rivolta dal pontefice ai vescovi di quel paese in visita ad limina.
La protesta del clero spagnolo servirà anche agli italiani?
Come stupirsi allora che il vescovo di Malaga abbia detto in una lettera pastorale che sebbene i cattolici non sono vittime di torture fisiche, lo sono difatti «di torture psicologiche non meno dolorose e gravi»? O che l’arcivescovo di Valladolid, riferendosi ai tentativi di ritirare i simboli religiosi dalla scuola, dica che esso fa parte del «fondamentalismo laicista imperante»?
O che l’arcivescovo di Granada abbia rincarato la dose parlando di «tempi duri, per via di un laicismo dogmatico e dispotico, fondamentalista e intollerante», anche se ha segnalato l’altra faccia della moneta, e cioè, che esso «può esercitare il suo potere confinante con la tirannide perché trova davanti una Chiesa quasi senza corpo, indebolita profondamente nella sua fede, nella sua comunione, nella sua disciplina»?.
Un “mea culpa” questo più volte ripetuto anche dal cardinale arcivescovo di Madrid.
E noi ci domandiamo se la parabola del timido cerbiatto avrà qualcosa da insegnare a quelli esponenti del mondo cattolico italiano che vanno a braccetto con gli scristianizzatori.
(RC n. 14 - Maggio 2006)