Il 2 giugno 1946 nasce la Repubblica Italiana. Alle elezioni politiche, contestuali al referendum istituzionale, la Democrazia Cristiana (DC) ottiene il 35,2% dei voti, seguita dal Partito Socialista (PSI) con il 20,7% e dal Partito Comunista (PCI) attestato al 19%.
A luglio Alcide De Gasperi forma un governo di coalizione composto da democristiani, socialisti, comunisti e repubblicani. Il 1° gennaio 1948 entra in vigore la Costituzione repubblicana, ma la collaborazione fra i tre partiti di massa (DC, PSI, PCI) era cessata già a maggio del ‘47: nel IV Gabinetto De Gasperi non ci sono più socialisti e comunisti.
La situazione sociale è drammatica: l’indice generale dei prezzi – raddoppiato tra il 1938 e il 1943 e decuplicato nel biennio 1943-‘44 – si accentua ulteriormente tra il ‘45 e il ‘47. Ci sono circa 2 milioni di disoccupati, oltre i sottoccupati in agricoltura. La drastica riduzione della produzione e la pressoché totale assenza di scambi con l’estero si traducono in una caduta verticale dei consumi e del tenore di vita del popolo. L’inflazione nel 1947 è al 62% e il deficit statale alle stelle. Il clima è esplosivo.
Anche lo scenario internazionale è incandescente: la “dottrina Truman” e il “piano Marshall” segnano l’irrigidimento della politica statunitense verso il blocco comunista che controbatte con la nascita del Cominform (Communist Information Bureau) costituito a Szklarska Poreba (settembre 1947) allo scopo di scambiare informazioni tra i partiti comunisti dei vari Paesi europei, fra cui il PCI.
In Cecoslovacchia, nel febbraio 1948, i comunisti prendono il potere con un golpe. Un mese dopo Jan Masaryk – figlio di Tomas Masaryk, fondatore dello Stato cecoslovacco – ministro degli Esteri (unico non socialista) nel governo golpista – viene trovato morto. Si parla di suicidio, ma le sue tendenze democratiche e filoccidentali, lasciano pensare a dirette responsabilità del regime.
Alle elezioni politiche del 1948 il PSI e il PCI si presentano uniti nel “Fronte Popolare”, ma la DC li travolge. Il 18 aprile il partito di De Gasperi ottiene il 48,5%, il Fronte Popolare si ferma al 31%. Solo i socialdemocratici, con il 7,1%, incassano un risultato positivo. Crollano monarchici, liberali, qualunquisti e repubblicani.
Con Marco Invernizzi – storico del movimento cattolico, presidente dell’Istituto Storico dell’Insorgenza e per l’Identità Nazionale e responsabile di Alleanza Cattolica per la Regione Lombardia – abbiamo ripercorso le tappe di quei decisivi giorni di sessanta anni fa.
Qual era la situazione politica italiana prima delle elezioni del 1948?
Preoccupante. Preoccupato era il Pontefice, Pio XII, che temeva il “sorpasso” e le sue preoccupazioni erano aumentate dopo le elezioni in Sicilia nell’aprile 1947, dove il Fronte delle sinistre era diventato il primo partito col 30% dei voti, e soprattutto dopo le amministrative di Pescara dove le sinistre vinsero nel febbraio 1948 prendendo il 79% dei voti.
Lo preoccupavano i numeri (PCI e PSI alle elezioni per la Costituente avevano preso più voti della DC) ma anche la mancanza di organizzazione delle forze anticomuniste. La DC era un partito di notabili, l’Azione Cattolica un’associazione concepita per l’apostolato e la santificazione dei membri: per colmare questo vuoto chiese a Luigi Gedda, che allora era vicepresidente ACI di organizzare qualcosa che garantisse una capacità di mobilitazione che allora non c’era. Così nacquero i Comitati Civici.
Quali elementi sono stati determinanti per la vittoria della Democrazia Cristiana?
Anzitutto i Comitati Civici. Organizzati nell’arco di tre mesi, misero in campo trecento comitati diocesani e diciottomila locali sotto la guida di un comitato civico nazionale. Avevano allora anzitutto lo scopo di “portare” al voto il maggior numero possibile di persone e ci riuscirono: la DC guadagnò quasi cinque milioni di voti rispetto alle elezioni del 1946.
Poi vi fu la spinta del governo USA che approntò proprio il 3 aprile del 1948 lo stanziamento di 17 miliardi di dollari in quattro anni per favorire la ricostruzione dell’Europa dopo la guerra, il cosiddetto “piano Marshall”.
Ma non va dimenticata l’importanza della mobilitazione di tutte le componenti della Chiesa, vescovi e sacerdoti compresi, che vissero quella battaglia come uno scontro di civiltà e non semplicemente un importante turno elettorale.
Inoltre, le forze anticomuniste non riconducibili alla cattolicesimo organizzato. I socialdemocratici, reduci da una recente rottura con il partito socialista proprio per ragioni legate alla dipendenza ideologica e politica del PSI dal leninismo e dall’URSS, contribuirono anch’essi a isolare le forze di sinistra su posizioni che la maggioranza degli italiani temevano. Questo per parlare delle forze politiche, alle quali si devono aggiungere le altre componenti della società che, oltre alla Chiesa Cattolica, erano profondamente ostili al comunismo.
Gli interventi di Papa Pio XII, a partire dal radiomessaggio del Natale 1947, hanno influito sulle scelte degli italiani?
Bisogna ricordare come la Chiesa fosse l’istituzione che, durante il regime fascista e poi nel tempo di guerra, aveva potuto mantenere una propria struttura organizzativa e una presenza capillare sul territorio, con le parrocchie e la stessa Azione Cattolica.
I parroci furono sempre a fianco del popolo che soffriva la tragedia bellica, sia attraverso i soldati al fronte, sia attraverso tutti i patimenti dovuti alla penuria di cibo, ai bombardamenti, anche alla guerra civile che si sviluppò nelle regioni del Nord. Della Chiesa Pio XII era il capo e il simbolo, e di Roma il parroco che la difese dai nazisti prima e dai comunisti poi, impegnandosi sempre in prima persona.
Si verificò, all’epoca, una fusione fra aspetti religiosi ed aspetti politici?
Non poteva essere diversamente, perché il conflitto non era soprattutto elettorale, cioè non riguardava uno dei possibili governi che si scelgono attraverso le elezioni. Il popolo italiano avrebbe dovuto scegliere se appartenere alla civiltà occidentale, cristiana, anticomunista oppure se entrare nell’orbita, magari all’inizio in modo molto soft, del comunismo internazionale, sotto la guida di Stalin e della sua Unione Sovietica.
La scelta fu plebiscitaria, inequivoca, e questo rende ancora più difficile da comprendere l’anomalia italiana, determinata dal fatto che i vincitori non celebreranno mai l’evento che sancì la loro vittoria. Credo non esista un Paese al mondo che si sia volutamente dimenticato di ricordare il giorno della propria vittoria nelle scuole, sulla stampa, nei titoli che si danno alle vie cittadine.
Eppure è andata così. La DC ha avuto timore che il ricordo del 18 aprile rendesse più difficile il rapporto con i partiti di sinistra ed evitò accuratamente di celebrarlo, così come verranno dimenticati i governi centristi nati appunto dalla vittoria del 18 aprile.
Ci vorrebbe tanto spazio per cercare il perché di questa scelta e si potrebbero anzitutto interrogare i testimoni che sono ancora fra noi. Comunque le cose andarono così, sia per ragioni ideologiche (nella DC la componente di sinistra, dossettiana, non si riconosceva idealmente nel 18 aprile) sia per ragioni di opportunità politica (il resto della DC non aveva una sufficiente consapevolezza culturale per rendersi conto di dove questa politica senza valori avrebbe portato il Paese).
I Comitati Civici vennero silenziati nel periodo successivo al 18 aprile, in quanto testimoni di un’altra politica e soprattutto della possibilità di un diverso esito, culturale prima che politico, che l’Italia avrebbe potuto avere.
(RC n. 33 - Aprile 2008)