Il destino di un’Europa senza i popoli
I risultati delle elezioni europee hanno confermato il crollo dell’ultima utopia: quella, nata alla fine degli anni Ottanta, dell’“Europa senza frontiere”, aperta a ogni flusso economico e a ogni vento culturale, tranne quello proveniente dalla storia e dalla tradizione del Vecchio continente.
di Roberto de Mattei
I risultati delle elezioni europee hanno confermato il crollo dell’ultima utopia: quella, nata alla fine degli anni Ottanta, dell’“Europa senza frontiere”, aperta a ogni flusso economico e a ogni vento culturale, tranne quello proveniente dalla storia e dalla tradizione del Vecchio continente.
La firma del Trattato di Maastricht, nel febbraio 1992, annunciò la fine delle sovranità nazionali e l’avvento di una moneta senza Stato. Dieci anni dopo, la Convenzione Europea apertasi a Bruxelles fu l’ultimo tentativo di creare un “patriottismo europeo” fondato su di una astratta costituzione, sradicata da un’identità storica e territoriale.
Il Trattato costituzionale approvato nel 2004 a Roma e rimaneggiato nel 2007 a Lisbona non è ancora riuscito però ad andare in porto. I referendum del 2005, in Francia e Olanda, e del 2008 in Irlanda, hanno rivelato fino a che punto i sogni della sinistra postmoderna siano lontani dalle aspettative e dai bisogni dei cittadini europei. «Il sogno europeo – scriveva Jeremy Rifkin, in un libro dal medesimo titolo pubblicato in Italia nel 2004 – è un fascio di luce in un paesaggio sconvolto: ci indica la via verso una nuova era di inclusività, diversità, qualità della vita, “gioco profondo”, sostenibilità, diritti umani universali, diritti sulla natura e pace sulla terra».
Oggi questo sogno è dissolto. L’euroscetticismo è arrivato al punto che lo stesso presidente di turno dell’Unione Europea, il Capo dello Stato ceco Klaus, ha dichiarato che «non esiste una reale comunità dei popoli europei» e che «le elezioni europee non sono necessarie» (La Stampa, 3 giugno 2009).
Dopo il voto di giugno, i socialisti, principali artefici dell’utopia europeista, sono in rotta dovunque, con l’eccezione della Grecia. I loro leader più noti, da Gordon Brown a Zapatero, escono a pezzi dalla competizione elettorale. La nuova geografia politica del Parlamento Europeo vede l’avanzata del Partito Popolare, delle destre e dei conservatori, dalla Gran Bretagna, all’Austria, dall’Olanda ai Paesi dell’Est europeo.
Perché la destre, di ogni tendenza, hanno avuto tanto successo? La ragione non sta certo nella crisi economica, pure esistente. Questa crisi ha messo in causa i principi del libero mercato e le dottrine economiche che a questi princìpi si ispirano. I socialisti hanno riproposto il vecchio statalismo keynesiano, come la formula per abbandonare definitivamente il capitalismo. Ma gli elettori non hanno ascoltato questi suggerimenti e hanno confermato o aggiunto fiducia ai partiti moderati e conservatori, che professano e attuano, pur con le dovute correzioni, le dottrine economiche liberali.
Il motivo vero della sconfitta dei socialisti sta piuttosto nel duro giudizio dei cittadini europei sulla loro politica di indiscriminata apertura all’immigrazione. Va ricordato a questo proposito che l’immigrazione non è un fenomeno spontaneo e inarrestabile, ma il frutto di un processo che viene da lontano, incoraggiato in Italia anche da personalità del mondo ecclesiastico, come il cardinale Martini che, intervenendo al convegno di Torino del maggio 1990 su “Gli extracomunitari in Italia” proclamava necessaria «una scelta profetica per comprendere che il processo migratorio in atto dal Sud sempre più povero verso il Nord sempre più ricco è una grande occasione etica e civile per un rinnovamento, per invertire la rotta della decadenza del consumismo in atto in Europa occidentale».
La società “multiculturale” sognata vent’anni addietro si è rivelata l’incubo delle città contemporanee, come Rotterdam, dove sindaci musulmani profetizzano l’avvento inevitabile dell’Islam su un’Europa condannata alla decadenza.
Sullo sfondo sta il problema dell’entrata della Turchia in Europa, di cui non si è parlato in campagna elettorale, ma che rappresenta una delle più scottanti questioni sul tappeto.
Può un’Europa che rinnega le sue radici cristiane, aprire le porte a un Paese che si caratterizza sempre più marcatamente per la sua identità islamica? La Turchia odierna, guidata dal premier Erdogan e dal Presidente Gul, islamisti di vecchia data, è caratterizzata da un’omogeneità religiosa sconosciuta a qualsiasi Paese europeo ed entra in Europa non certo per diluire questa identità, ma per affermarla vigorosamente. I suoi 85 milioni di abitanti ne farebbero la principale forza politica, in una Unione in cui la rappresentanza è proporzionale al peso demografico. Così L’Islam avrebbe il suo cavallo di Troia in Europa.
Il Parlamento appena eletto dovrà porsi il problema, ormai ineludibile, dell’islamizzazione del nostro continente. Due libri recentemente usciti, Verso il Califfato universale, di Bat Ye’Or (Lindau, Torino 209) e Perché la Turchia non può entrare in Europa di Alexandre del Valle (Guerrini e associati, Milano 2009), delineano scenari impressionanti per il nostro futuro.
«Il califfato – conclude Bat Ye’Or, la nota autrice di Eurabia – è già in Europa, nell’estinzione delle libertà, nel controllo del pensiero e della cultura, nella shari’a, nell’autocensura della dhimmitudine. Il califfato universale, al quale l’Europa ha offerto il trampolino dell’ONU, si eleva davanti a noi, unendo il potere politico a quello religioso; si erige a protettore delle masse musulmane immigrate nel mondo ed esige di mantenerle ancorate alle tradizioni islamiche del Corano e della Sunna, mentre gli europei si vedono costretti ad abbandonare le loro stesse identità. Oggi un rombo ancora soffocato si leva dall’Europa: annuncia agli uomini, che hanno creato questa situazione, che non sfuggiranno al giudizio della storia».
C’è un giudizio della storia e c’è un giudizio di Dio, che si serve della storia, per punire o premiare nel tempo, le nazioni e le civiltà, che non hanno un al di là e nel tempo vengono giudicate e remunerate. Nulla però è irreversibile nella storia, come ha dimostrato il crollo del comunismo. Le utopie universaliste degli ultimi decenni sono in crisi e sta a noi approfittarne, esercitando una pressione impietosa sui nostri rappresentanti politici.
Non basta tuttavia chiudere le frontiere geografiche per arginare un’invasione migratoria che rischia di divenire inarrestabile. Occorre rialzare quelle barriere culturali e morali che definiscono una civiltà e costituiscono l’unica vera diga contro la marea che ci minaccia.
Il ritorno della morale avrebbe come prima conseguenza l’incremento demografico e questo incremento porterebbe al superamento di una crisi economica che, come sottolinea l’economista Ettore Gotti Tedeschi, è anche frutto della sciagurata politica di denatalità dell’Occidente.
L’apertura alla vita biologica non avrebbe senso però, se fosse separata dall’apertura alla vita soprannaturale della Grazia, senza la quale nulla possiamo, ma con la quale tutto è possibile. Quanti, tra i nuovi parlamentari europei, sono in grado di comprendere che ogni questione economica e politica ha una profonda radice religiosa e morale?
(RC n. 46 - Luglio 2009)