Il difficile rapporto coi frutti “dell’albero della conoscenza del bene e del male” (Gen. 2, 17) appare evidente fin dai primi passi dell’uomo sul pianeta, per la sua relazione con la comprensione che egli ha di sé e delle sue facoltà, e per le conseguenze che tale comprensione ha sul suo agire.
Il Magistero della Chiesa individua con chiarezza il nesso tra l’origine della vita e il suo significato e, quindi, il suo valore, giungendo al cuore di una questione che va ben al di là delle sole scienze naturali.
Fermi restando gli indispensabili cardini della realtà e della non-contraddizione – che implicano anche l’esistenza di una verità e la sua conoscibilità – e della Rivelazione, non è obbligatorio escludere a priori una teoria che, all’interno di detti parametri, potrebbe non essere necessariamente e sempre in contraddizione con la verità che già si conosce.
Un esempio è offerto da Giovanni Paolo II nel discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze del 22 ottobre 1996, un testo spesso citato a sproposito anche perché raramente letto per intero. In esso, veniva ribadita la posizione classica del Magistero così come esposta nella enciclica Humani generis di Pio XII: da un lato si mostrava la massima apertura ai risultati dell’indagine scientifica, dall’altro si metteva in guardia dall’uso ideologico della teoria evoluzionista, uso che si fatica a non vedere come prevalente – se non esclusivo e dogmatico – almeno in ciò che del dibattito giunge attraverso le cronache e le pubblicazioni:
«[P]iù che della teoria dell'evoluzione, conviene parlare delle teorie dell'evoluzione. Questa pluralità deriva da un lato dalla diversità delle spiegazione che sono state proposte sul meccanismo dell'evoluzione e dall'altro dalle diverse filosofie alle quali si fa riferimento. Esistono pertanto letture materialiste e riduttive e letture spiritualistiche. Il giudizio è qui di competenza propria della filosofia e, ancora oltre, della teologia. […]. [L]’individuo umano non deve essere subordinato come un puro mezzo o come un mero strumento né alla specie né alla società; egli ha valore per se stesso. È una persona» (Giovanni Paolo II, Messaggio ai partecipanti all’Assemblea Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze, 22/10/1996, in L’“Osservatore Romano”, 24/10/1996).
Dogmatismo scientista
Ma proprio qui per il fronte scientista perdono di valore tutte le reali o presunte “svolte” del Magistero. Se sul piano scientifico l’evoluzionismo appare afflitto da più problemi di quanti ne risolve, è sul piano filosofico e morale che molti dei suoi fautori non possono ammettere eccezioni.
Il “dialogo” finisce di colpo allorché si dubiti della teoria e dal piano accademico – ma spesso già in questa fase – si passi alla divulgazione mediatica e all’istruzione scolastica.
In tali casi, non viene presentata una teoria, ma un fatto indiscutibilmente provato, e in genere non nelle sue versioni più sofisticate, ma nella sua crudezza darwinistico-lamarckiana originale, con il classico corredo grafico di scimpanzé che lentamente si alzano e diventano disinvolti manager, e di delfini che iniziano arrancando sulla spiaggia e finiscono come scattanti pantere.
Per non parlare delle amebe che danno origine a forme di vita complessissime, mentre la violenza con cui qualunque dissenso viene respinto lascia perplesso chi non si propone di negare pregiudizialmente la possibilità di una qualche evoluzione, ma solo di verificarne la plausibilità scientifica e filosofica.
Una teoria frutto di puro ideologismo
Se l’essere umano è frutto del caso e della necessità, al pari del resto del cosmo, nessuno al di fuori della “scienza”, degli “esperti”, può conferirgli significato e valore.
Se nessuna verità presiede all’indagine scientifica, nessuna istanza morale può essere opposta alle necessità della “ricerca”. L’evoluzionismo, dunque, non è affatto una scoperta scientifica che rivoluziona la comprensione del reale, ma, al contrario, una visione del mondo che cerca conferme nelle scienze naturali.
Si pensi al contesto in cui sorse la dottrina evoluzionista: non certo dalla pura osservazione di fenomeni e in un vacuum filosofico e culturale, ma nella naturale prosecuzione della negazione illuminista dei pilastri dell’Occidente cristiano.
Darwin scrisse chiaramente che la sua teoria poggiava su ciò che egli “credeva” fosse accaduto più che su dati di fatto, e che sperava in future scoperte. Il debito verso Hegel quanto alla dialettica generatrice di sintesi sempre più avanzate è evidente, tanto che un entusiasta Karl Marx inviò una copia con dedica del suo Das Kapital allo studioso britannico ritenendo The Origin of Species la dimostrazione offerta dalle scienze naturali alla sua ideologia.
Tale clima, unito agli attacchi portati all’esegesi biblica nello stesso periodo - ben più che la plausibilità scientifica delle posizioni darwiniane - contribuì alla rapida affermazione dell’evoluzionismo, come sintetizzato dalla spiritosa ma puntuale osservazione del sociologo Rodney Stark, secondo il quale il darwinismo fu tanto prezioso per la promozione del materialismo ateo che una lista dei suoi sostenitori formerebbe un “elenco telefonico” del socialismo dell’epoca (Cfr. For the Glory of God).
Da Hegel e Nietzsche all’eugenetica
Indizio significativo di tale importanza ideologica sono anche le sfacciate frodi tentate dai sostenitori dell’evoluzionismo, come nel caso - tra gli altri - del preteso “uomo di Piltdown”. È difficile non udire l’eco delle affermazioni sulle mirabolanti possibilità, ad esempio, delle cellule staminali embrionali, cui non corrisponde un solo risultato concreto, a parte quello dello sterminio di innumerevoli innocenti e la mobilitazione di un’imponente grancassa mediatica a sostegno.
Si pensi poi a Nietzsche che, ne La Gaia Scienza (1882), sostiene che non ci sarebbe Darwin senza Hegel, il quale introdusse nella scienza il concetto di “Entwicklung” (appunto “sviluppo”, “evoluzione”).
Ma ancora più interessante per l’attuale dibattito bioetico è la paradossale critica che Nietzsche fa della scuola darwiniana in alcuni frammenti de La Volontà di Potenza (1888). Per Nietzsche, selezione naturale ed evoluzione sarebbero proprie della vita, ma intralciate e deviate storicamente dalla religione, e dal Cristianesimo in particolare, e dalla morale ad essa propria.
È la religione ad avere impedito il trionfo dei più “adatti”, dei “migliori”, e ad aver trasformato la società in una accolta di mediocri, di tarati che sarebbero stati altrimenti spazzati via.
Non sorprende che proprio un discendente di Darwin, Sir Francis Galton Darwin, sia uno dei fondatori dell’eugenetica. Se si sostituisce “volontà di potenza” con il più gentile “libertà di ricerca” - ma avendo presenti quei “mediocri” odiati da Nietzsche - si comprende meglio il giro mentale di coloro che - dinanzi alle istanze etiche contrarie alla manipolazione della vita innocente dal concepimento alla morte naturale - gridano oggi alla “imposizione di dogmi oscurantisti” sugli scienziati e sulla società tutta.
Un ethos crudele e ingannevole
In una conferenza, intitolata Verità del Cristianesimo?, tenuta alla Sorbona nel 1999 dall’allora Cardinale Joseph Ratzinger, venivano magistralmente toccati anche i nodi di questo dibattito, evidenziando come la teoria dell’evoluzione sia stata funzionale alla scomparsa della distinzione tra fisica e metafisica, propria del Cristianesimo, in vista di una spiegazione del mondo che fosse assolutamente “scientifica” e che rendesse superfluo Dio.
In una tale prospettiva, l’evoluzione diviene la chiave della comprensione di tutto il reale, una sorta di “theologia naturalis” che esclude ogni ricaduta nella metafisica, ogni spiegazione non “positiva” che intralci l’ambizione al primato della scienza:
« (…) Nella stessa dottrina dell’evoluzione, il problema si pone in relazione al passaggio dalla micro alla macro-evoluzione, passaggio riguardo il quale Szamarthy e Maynard Smith, entrambi convinti partigiani di una teoria inglobante dell’evoluzione, ammettono anch’essi che “non esistono ragioni teoriche che facciano ritenere che delle linee evolutive crescano con il tempo in complessità: né vi sono prove empiriche che questo accada.
(…) [S]i tratta di sapere se la dottrina dell’evoluzione possa presentarsi come una teoria universale di tutto il reale, al di là della quale non sono più permesse, né sono più necessarie, questioni ulteriori sull’origine e la natura delle cose, o se questioni ultime di questo genere non vadano al di là, in fondo, del campo della ricerca aperta alle scienze naturali.
(…) Di fatto, una spiegazione del reale che non possa fondare in modo sensato e comprensivo anche un ethos, deve restare necessariamente insufficiente. Ora, è un fatto che la teoria dell’evoluzione, laddove essa si arrischia a estendersi sino alla philosophia universalis, tenta anche di rifondare l’ethos sulla base dell’evoluzione. Ma questo ethos dell’evoluzione, che trova ineluttabilmente la sua nozione chiave nel modello della selezione, e dunque nella lotta per la sopravvivenza nella vittoria del più forte, nell’adattamento riuscito, ha da offrire ben poche consolazioni. Anche laddove si cerchi di imbellirlo in diversi modi, resta sempre un ethos crudele ». (Cfr. Il Regno-Documenti, vol. XLV (2000), n. 854, pp. 190-195).
Basta scegliere un qualsiasi argomento del dibattito bioetico per vedere come queste parole non diano soltanto conto della capacità di analisi di un grande teologo, ma delle drammatiche conseguenze cui giunge l’agire umano a partire da premesse ingannevoli.