Nel nostro precedente articolo abbiamo mostrato come le leggi di causa e effetto non riescono da sole a spiegare tutti i fenomeni naturali, e particolarmente quelli legati ad un eventuale processo evolutivo degli esseri viventi. Abbiamo quindi visto che serve il ricorso ad una concezione teleologica, cioè che ravvisa nella natura un disegno ordinativo.
Da tutto ciò molti scienziati stanno proponendo l’esistenza di un “Disegno intelligente” che guiderebbe le variazioni nella natura.
Come spiegazione di fenomeni naturali, questa ipotesi non appartiene propriamente al campo della speculazione filosofica, bensì a quello delle scienze.
Ci siamo lasciati con una domanda: ammessa l’esistenza di un Disegno intelligente identificato con Dio, la Chiesa potrebbe comunque accettare la teoria dell’evoluzione? Cosa ne dice il Magistero?
Scienza e Fede
Mettiamo anzitutto qualche paletto. La teoria dell’evoluzione appartiene al campo delle scienze naturali, nel quale la Chiesa di per sé non ha competenza. Considerata questa teoria nei suoi risvolti strettamente naturali, è quindi sbagliato parlare d’una “dottrina cattolica” in merito, come sarebbe sbagliato, per esempio, parlare d’una dottrina cattolica sulla teoria della relatività di Einstein.
Ma, come spesso accade, è facile sconfinare invadendo l’ambito della filosofia e perfino quello della teologia. È ciò che succede, per esempio, quando dalla teoria dell’evoluzione si deduce una concezione evoluzionistica dell’universo che ripudia quanto vi è di assoluto, fermo e immutabile. Oppure quando si pretende di spiegare l’origine dell’anima umana con le sole leggi naturali, escludendo l’atto creativo di Dio. E qui entriamo chiaramente in terreno che invade l’autorità della Chiesa.
Perciò Papa Pio XII riteneva la teoria dell’evoluzione «una di quelle questioni che, pur appartenendo alle scienze positive, sono più o meno connesse con le verità della fede cristiana» (Enciclica Humani generis, 1950).
Riguardo agli aspetti strettamente naturali della questione, la Chiesa non ha mai espresso (né poteva esprimire) un parere, limitandosi a prendere atto che si tratta di una ipotesi non ancora dimostrata dalla scienza e, anzi, fortemente combattuta da alcune scuole.
In questo campo, la Chiesa si limita a chiedere equanimità nel dibattito: «Questo deve essere fatto in tale modo che le ragioni delle due opinioni, cioè di quella favorevole e di quella contraria all’evoluzionismo, siano ponderate e giudicate con la necessaria serietà, moderazione e misura» (Ibid.).
Riguardo invece alle implicazioni che vengono a toccare le verità della Fede, la Chiesa ha espresso autorevolmente il suo insegnamento, come vedremo più avanti, fermo restando che il campo scientifico e quello teologico dovrebbero alla fine trovare un’intesa.
Come ha ribadito Papa Giovanni Paolo II nell’enciclica Fides et Ratio, la verità è una, non vi può essere contraddizione fra la verità della Fede e quella della ragione: «La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità».
Un’ipotesi non dimostrata
Con tali presupposti, possiamo facilmente cogliere il senso dei vari pronunciamenti della Chiesa riguardo alla teoria dell’evoluzione, a cominciare da Pio XII nell’enciclica Humani generis, nella quale condanna le dottrine più spinte della cosiddetta “Nouvelle Théologie”.
Il Pontefice critica coloro che «senza prudenza né discernimento ammettono e fanno valere per origine di tutte le cose il sistema evoluzionistico, pur non essendo esso indiscutibilmente provato nel campo stesso delle scienze naturali».
Evitando di pronunciarsi sugli aspetti strettamente scientifici della questione, egli passa a censurare coloro che, basandosi su una teoria non provata, «con temerarietà sostengono l’ipotesi dell’universo soggetto a continua evoluzione», il ché implicherebbe «il ripudio di quanto vi è di assoluto, fermo ed immutabile».
Rigettando «le false affermazioni di siffatto evoluzionismo», Papa Pacelli ne denuncia l’uso ideologico: «Di quest’ipotesi volentieri si servono i fautori del comunismo per farsi difensori e propagandisti del loro materialismo dialettico e togliere dalle menti ogni nozione di Dio».
Infine il Pontefice ribadisce che il dibattito scientifico non viene ostacolato dalla Fede se questo rimane nel contesto del metodo naturalistico.
Il magistero della Chiesa non vieta la ricerca sull’origine del corpo umano, che potrebbe anche provenire da materia organica preesistente, purché non si preferisca questa teoria in modo esclusivista rispetto ad altre e, soprattutto, non serva per fornire una spiegazione puramente materialista dell’universo, escludendo cioè la creazione divina.
Giovanni Paolo II
Quasi mezzo secolo dopo, Papa Giovanni Paolo II è tornato diverse volte sull’argomento, particolarmente nel messaggio alla Pontificia Accademia delle Scienze del 22 ottobre 1996, nell’Udienza Generale del 8 gennaio 1986, e nel discorso ai partecipanti al Simposio Internazionale Fede cristiana e teoria dell’evoluzione del 26 aprile 1985.
Il Papa ricorda che «il Magistero della Chiesa si è già pronunciato su questi temi nell’ambito della propria competenza». In particolare, egli ribadisce con forza gli insegnamenti di Pio XII.
Riguardo agli aspetti naturalistici della questione, facendosi eco di certe scuole scientifiche, Papa Woytila prende atto che «nuove conoscenze conducono a non considerare più la teoria dell’evoluzione una mera ipotesi [ma] una teoria che si è progressivamente imposta all’attenzione dei ricercatori». Questo campo resta, comunque, al di fuori della “missione specifica” della Chiesa.
Ma la teoria dell’evoluzione tende a sconfinare dalle scienze naturali, entrando nel campo della filosofia e perfino della teologia: «Una teoria è un’elaborazione metascientifica, distinta dai risultati dell’osservazione», che «prende in prestito alcune nozione della filosofia della natura».
Non pronunciandosi sui risultati dell’osservazione (campo naturale), egli rileva il fatto che esistono «letture materialistiche e letture spiritualistiche» della teoria dell’evoluzione: «Il giuduzio è qui di competenza propria della filosofia e, ancora oltre, della teologia», ossia della Chiesa.
Denunciando queste “estrapolazioni ideologiche” della teoria dell’evoluzione, Giovanni Paolo II afferma: «Il concetto di “evoluzione” si sta da tempo sviluppando sempre più nel senso di un ampio paradigma della conoscenza del presente. Pretende di integrare la fisica, la biologia, l’antropologia, l’etica e la sociologia in una logica di spiegazione scientifica generale».
Secondo questa concezione, tutto sarebbe soggetto all’evoluzione, perfino i principi del dogma e della morale. «Nella sua vasta pretesa – continua il Pontefice – non si tratta più semplicemente dell’origine dell’uomo, ma (…) di ricondurre tutti i fenomeni spirituali inclusa la morale e la religione al modello-base dell’evoluzione». E questo va chiaramente rigettato.
Perciò «il Magistero della Chiesa è direttamente interessato alla questione dell’evoluzione, poiché questa concerne la concezione dell’uomo, del quale la Rivelazione ci dice che è stato creato a immagine e somiglianza di Dio».
Il Magistero della Chiesa sull’evoluzionismo
Ma qual è questo magistero? In sintesi:
- La teoria dell’evoluzione non può astrarre dalla Rivelazione. Nelle sue implicazioni metascientifiche, essa dev’essere «compatibile con la fede cristiana».
- I processi naturali non sono «presieduti dal caso, dal destino cieco», ma da «un Essere trascendente, intelligente e buono, chiamato Dio».
- Un “asse del pensiero cristiano” sul quale non si può transigere è la creazione divina immediata dell’anima umana: «La fede cattolica ci obbliga a ritenere che le anime sono state create immediatamente da Dio». «Di conseguenza, le teorie dell’evoluzione che considerano lo spirito come emergente dalle forze della materia sono incompatibili con la verità».
- Mutatis mutandis, si può fare una simile considerazione riguardo la vita stessa, cioè l’anima degli animali e il principium vitæ delle piante. Dalla materia non può scaturire la vita, e tanto meno lo spirito.
- A partire da questo punto, cioè da una vita creata da Dio e infusa poi nella materia, si può legittimamente indagare su come questa si sia successivamente sviluppata.
L’idea d’una simile evoluzione non è di per sé incompatibile con l’insegnamento cattolico: «L’evoluzione presuppone la creazione, la creazione si pone nella luce dell’evoluzionismo come un avvenimento che si estende nel tempo, come una creatio continua in cui Dio diventa visibile agli occhi del credente come Creatore del Cielo e della terra».