Non tutti sanno che il cupolone di Michelangelo e le braccia aperte del colonnato di Bernini, così familiari a tutti a causa del turismo di massa e della globalizzazione televisiva, sono la maestosa cornice di un umile loculo sottoterra: la tomba ritrovata dell’Apostolo Pietro.
Difatti, l’imponente costruzione affonda le sue radici in un terreno d’importanza unica per il Cristianesimo. La nostra rivista non poteva tralasciare una tale “radice cristiana”. Ma lasciamo che sia mons. Comastri a guidarci in questa tanto affascinante realtà storica.
Eccellenza, come si vede, dopo mezzo millennio la Basilica di San Pietro attira sempre più l’attenzione da tutte le parti. È questa anche la sua esperienza da osservatore immediato e qualificato?
Infatti. Cinquecento anni fa, il 18 aprile del 1506, Giulio II pose la prima pietra della nuova basilica, quella che vediamo oggi. Forse allora poteva apparire eccessivo quel progetto, una basilica anche troppo grande. Con il passare dei secoli ci si rende conto che quell’intuizione era giusta, perché oggi questa basilica già non basta più.
E San Pietro diventa sempre di più il centro di attenzione dell’umanità, un punto focale del mondo. Quindi quella basilica dopo alcuni secoli noi possiamo ritenerla davvero un grande dono del Signore e oggi assolve proprio il ruolo di casa dell’umanità.
Ma non si poteva costruire la basilica altrove, conservando quella di Costantino?
La vecchia basilica costantiniana iniziata nel 320 era ormai fatiscente. Alcune parti erano pericolanti, altre erano già cadute. Bisognava provvedere a costruire una nuova basilica. E l’ostinazione, direi una santa ostinazione, era quella di costruirla sempre nello stesso luogo, perché quello era il luogo della sepoltura e del martirio dell’Apostolo Pietro.
Andando a ritroso si resta commossi nel pensare a ciò che è accaduto in questo luogo, alle pietre di fondazione della basilica di San Pietro. Ed è esatto dire “pietre di fondazione”, perché qui le pietre parlano.
Andando sotto negli scavi, scendendo ancora nella necropoli, si ritorna ai tempi di Costantino e addirittura ai tempi di Nerone, ai tempi del martirio dell’Apostolo Pietro. In questo luogo, lungo la riva del Tevere, aldilà del Tevere e aldilà della città, Caligola fece costruire una villa, che poi divenne la villa di Nerone. Una villa evidentemente sontuosa, con un grande circo, al cui centro c’era l’obelisco che attualmente vediamo a Piazza San Pietro e che fu trasferito lì nel 1586.
Dai tempi di Nerone era rimasto sempre al lato sinistro della basilica, guardando la facciata. Sisto V, facendoci lavorare per 4 mesi 1000 uomini, 70 cavalli e 40 argani, ha trasferito l’obelisco al centro della piazza davanti alla basilica che si stava costruendo.
Accanto alla villa romana c’era un grande circo. Nell’anno 64, come sappiamo, scoppiò un grande incendio, documentato dagli scrittori coevi e, direi, minuziosamente da Tacito, che scrive all’inizio del secondo secolo. L’incendio distrusse tutta la parte vecchia e povera di Roma.
Con ogni probabilità, si potrebbe dire con sicurezza, Nerone ordinò quell’incendio poiché nel suo delirio di grandezza, voleva che Roma fosse di uno splendore degno dell’imperatore e le case dei poveri gli davano fastidio. Così pensò di distruggerle in modo da creare le premesse per una nuova città.
Ma non poteva prevedere la reazione della gente e, dice Tacito, che essa fu violenta e che le elargizioni da parte dell’imperatore non riuscivano a fermare l’ira. Allora, credo, dietro consiglio di qualche perversa persona, Nerone pensò di scaricare sui cristiani la colpa dell’incendio.
A quei tempi i cristiani erano sicuramente una piccola realtà difficile da quantificare, ma sicuramente non si poteva andare oltre qualche decina di migliaia di persone e già forse questi numeri sono eccessivi.
Pietro era soltanto un povero pescatore di Galilea che i cristiani consideravano il loro capo. Da parte dell’autorità imperiale, sicuramente nei confronti di Pietro non c’era nessuna attenzione ufficiale, nessuna attenzione alla sua dignità, al suo ruolo. Era indubbiamente il primo Papa, ma per la società romana di quel tempo era soltanto un povero pescatore di Galilea.
La decisione dell’imperatore chiaramente ebbe delle conseguenze drammatiche: accusare i cristiani di avere incendiato Roma significava scaricare su di loro l’odio della gente. E così scattò la prima persecuzione romana.
Un disegno infernale: far abbattere sui cristiani non solo l’immensa potenza repressiva dell’Impero ma anche l’odio popolare.
Umanamente parlando quella persecuzione avrebbe dovuto distruggere i cristiani. Se la Chiesa fosse una realtà soltanto umana, in vari tornanti la Chiesa sarebbe finita. E invece la Chiesa non è una realtà soltanto umana, per cui le aggressioni della storia, per una promessa che viene da Dio, non la distruggono, addirittura la purificano e la ringiovaniscono. «Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa».
Chiaramente, se Gesù ha detto “non prevarranno”, vuol dire che ci proveranno, che aggrediranno. Però c’e una promessa: non “prevarranno contro di essa”. E questo accadde già al tempo della persecuzione di Nerone.
E fra i cristiani, si può dedurre, i primi presi di mira furono i loro capi?
Sì. Noi abbiamo due splendide testimonianze: una di Clemente Romano, Papa dopo Pietro, Lino e Cleto, che scrive ai cristiani di Corinto perché quella comunità era lacerata da tensioni ed egli vuole richiamarla all’unità.
È una lettera che lo storico francese Batifol chiama L’epiphanie du Primat, l’epifania del primato di Pietro. In essa Clemente Romano dice che è appena finita una tremenda persecuzione e che arriva già una nuova, si tratta di quella di Domiziano, terribile persecutore che si faceva chiamare nelle monete “Divus et Salvator”, titoli di Gesù Cristo: Dio e Salvatore.
Allora Clemente si scusa perché non ha potuto scrivere prima a causa della persecuzione, e ricorda ai cristiani di Corinto quanto accaduto a Roma: la persecuzione di Nerone e la grande moltitudine di eletti, cioè di martiri, che ci furono e il martirio di Pietro e di Paolo.
Il secondo documento è Tacito che parla della persecuzione di Nerone, certo non la condanna, ma dice che morirono un grande numero di cristiani. Dice che la persecuzione fu così feroce - persone bruciate vive, persone sbranate dalle belve - che suscitò una specie di compassione del popolo. Quindi abbiamo una testimonianza interna di Clemente e una esterna di Tacito riguardo alla persecuzione di Nerone.
Quando e in che modo morirono i principi degli Apostoli?
Noi non sappiamo in quale momento morirono Pietro e Paolo. Questa tremenda persecuzione si sviluppò dall’anno 64 all’anno 67 e Nerone morì suicida nel 68. In quegli anni morirono sicuramente Pietro sul colle Vaticano e Paolo sulla Via Ostiense.
La tradizione della morte di Pietro sul colle Vaticano si può dire che è ininterrotta, e parte dall’inizio. Possiamo fare una ricostruzione storica in base a dati che già possediamo; non è fantasia perché e supportata da tanti elementi sicuri.
Pietro venne ucciso nel circo di Nerone e sicuramente, non essendo cittadino romano, la pena a lui riservata fu quella di morire con la tortura degli schiavi, la croce. Paolo, essendo cittadino Romano, aveva, diciamo così, il privilegio di morire decapitato.
Ma direi che Pietro, non potendo sfuggire alla croce, riceveva un altro privilegio, quello di seguire il Maestro anche nella forma della morte. Un fatto commovente che mostra come Dio costruisce i suoi progetti anche nelle trame cattive degli uomini.
Che cosa succede la sera di quelle esecuzioni? I cristiani recuperano i corpi dei condannati, perché la legge prevedeva che i corpi dei condannati si dovevano dare a chiunque ne facesse richiesta. C’era un certo rispetto nella legislazione romana, per cui anche i condannati avevano diritto a una degna sepoltura. Se parenti ed amici chiedevano i corpi, essi dovevano essere consegnati e, perciò, Giuseppe di Arimatea chiese il corpo di Gesù e Pilato glielo concesse.
Così i cristiani presero il corpo di Pietro e lo seppellirono in una zona cimiteriale nel colle Vaticano, subito aldilà del circo di Nerone. E il punto della sepoltura corrisponde esattamente al punto dove oggi sorge l’altare papale, coperto dal baldacchino del Bernini alto 30 metri e dalla cupola di Michelangelo alta 133 metri.
Questo abbraccio della cupola e del baldacchino non sono altro che un omaggio a quell’uomo umile, semplice, sepolto nella terra come i poveri.
Un paradosso commovente che ci fa ammirare le vie misteriose della Provvidenza. Una piccola parentesi, Eccellenza, ma la prego di continuare subito dopo questa splendida narrazione: fu Pietro crocifisso con la testa all’ingiù, come viene regolarmente rappresentato nella pittura?
È una tradizione. Ma stiamo attenti, le tradizioni non sono fantasie. Un tempo la civiltà era orale, trasmetteva tutto oralmente e i nostri antenati erano estremamente severi nel vaglio delle notizie, nessuno era disposto a credere alle frottole.
Comunque, Pietro venne sepolto in quel luogo. Passano alcuni secoli e viene costruita la basilica di Costantino sulla sepoltura nel 320. Nel 1506 viene iniziata la costruzione della nuova basilica, sempre nello stesso luogo; l’altare nello stesso punto perché si era convinti che fosse quello il luogo della sepoltura dell’apostolo Pietro.
Arriva l’anno 1939. Pio XII, papa Romano che conosceva bene la storia della basilica, ebbe il coraggio di avventurarsi in una iniziativa archeologica di spessore straordinario, perché nessuno sapeva esattamente cosa ci fosse sotto. Si diceva che era il luogo della sepoltura ma non si sapeva niente di più.
Pio XII ordinò di scavare. Furono tirate fuori tonnellate di terra. Scavando è venuto fuori esattamente quello che la tradizione riferiva. Si è ritrovato il colle come era ai tempi di Costantino e una zona superiore che Costantino ha coperto di terra per creare il piano della sua basilica.
È venuto fuori il cimitero come l’hanno visto Costantino e i suoi architetti. E andando avanti, risalendo il colle, si è arrivati a un punto dove c’era la memoria della sepoltura di Pietro. Lì si sono trovati addirittura tutti gli elementi di una edicola, un piccolo altarino di devozione, descritto da Eusebio di Cesarea riferendo una lettera di un presbitero del II secolo, Gaio, che scrive a uno dell’Oriente e gli dice: «se vieni a Roma possiamo vedere la tomba di Pietro sul colle Vaticano e quella di Paolo sulla Via Ostiense. Noi abbiamo questi trofei».
Si è trovato dunque questo “Trofeo di Gaio”. Non solo: si è trovata una parete cosiddetta “muro rosso”, alla quale si appoggiava questa edicola e sulla parete una iscrizione meravigliosa: Petros eni, Pietro è qui.
E poi un muro adiacente, che doveva essere la parete di un luogo di devozione creato accanto, che Costantino aveva fatto fasciare di marmi e che era pieno di iscrizioni: Petre ora pro me, Petre in hoc signo vince, così tutta una serie di iscrizioni di cui non è stata tuttora fatto un esame approfondito.
La professoressa Margherita Guarducci ha soltanto studiato alcune delle iscrizioni, ma credo che si potrebbero fare ancora ulteriori scoperte.
Margherita Guarducci parlò anche del ritrovamento delle ossa…
Per quanto riguarda le ossa ci vuole un po’ più di prudenza. Purtroppo non abbiamo di questo ritrovamento la prova esatta. Ma è un fatto che fa pensare: sono state trovate soltanto quelle ossa.
Queste ossa sono quelle di un uomo di una c
erta età, piuttosto robusto e avevano ancora attaccata la polvere della tomba di terra che sta sotto. Paolo VI disse soltanto che erano ossa reputate autentiche. Sotto nella zona della tomba si vedono tantissime altre tombe disposte a raggiera, con lo scopo evidente di essere ognuna più vicina possibile a quel centro.
Questi luoghi da lei descritti sono documenti veri su realtà assolutamente affascinanti. Altroché presunti codici mai esistiti, che oggi vanno per la maggiore nella letteratura e nella cinematografia.
Mi ricordo di un professore anglicano che mi disse: “sono veramente commosso, l’archeologia conferma l’ecclesiologia cattolica. Pietro è morto veramente a Roma e sta qui.”
Questa basilica e quell’altare dove celebra il Papa sono la testimonianza visibile che le parole di Gesù si sono compiute nonostante tutte le avversità: «su questa pietra edificherò la mia Chiesa».
Ogni volta che vado lì mi vengono sempre in mente quelle parole: «Simone, figlio di Giovanni, tu hai detto che sono il Cristo, il figlio del Dio vivente. Io ti dico chi sei tu: tu sei kefas, pietra, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».
Una sfida che soltanto Dio poteva lanciare perché nessuno a Simone avrebbe dato il nome di pietra. Simone era un impulsivo, un carattere primario, tutto fuorché una pietra.
Ma Dio con il niente crea, con il niente, costruisce. Sempre. E con quel fragile uomo che è Simone di Galilea, chiamato pietra per volontà di Gesù, ha messo le fondamenta di questa comunità che cammina nel mare della storia, combattuta, aggredita da tutte le parti, ma su di essa, non per la sua forza umana, ma per la garanzia divina, “non prevarranno”.
Che voleva dire quando all’inizio parlava di questo luogo straordinario come un punto focale per l’uomo contemporaneo?
Penso che è un fatto che stupisce anche chi non crede: la Chiesa Cattolica è rimasta nel mondo di oggi come unico punto di riferimento, come unico punto di solidità, che dà una certa garanzia, una certa sicurezza.
Questa è l’epoca dell’insicurezza, è l’epoca delle paure, di cambiamenti vicini alla patologia, la Chiesa resta se stessa, per cui è chiaro che tutti guardano a questo punto focale con ammirazione.
E tutta l’arte che si è condensata in San Pietro, ha qualcosa da comunicare dal punto di vista della fede?
Indubbiamente. L’arte sbocciata intorno alla tomba di San Pietro costituisce anche quella un paradosso. C’è un contrasto enorme tra l’umiltà di chi è sepolto qui e lo splendore di quello che gli uomini hanno costruito. Ma mai dobbiamo dimenticare che quest’arte è soltanto un’ombra della bellezza che nasce dalla fede.
Noi siamo brutti dentro perché siamo peccatori. La fede non è altro che una terapia di bellezza che viene da Dio. È chiaro che questa arte non è che un segno, un’ombra della terapia di bellezza che la grazia di Dio offre agli uomini. Così non dobbiamo mai dimenticare che questo tempio, bello e splendido quanto vogliamo, è soltanto una casa della Chiesa o, se si vuole, la chiesa dell’Ecclesia.
Esso ci ricorda che la Chiesa è un grande tempio fatto di pietre vive, lo dice Pietro nella prima lettera. Quindi, ammiriamo lo splendore di questo tempio, ma ricordiamo che noi dobbiamo essere pietre vive, che la bellezza di questo tempio spirituale è la carità vissuta, è l’amore di Dio che ci salda in un popolo solo.
Noi dobbiamo essere questo tempio unito fatto da pietre vive per testimoniare con la nostra vita che dentro la storia della cattiveria degli uomini c’è anche la storia dell’amore, la storia di Dio.
Proprio perché c’è il rischio di staccare l’arte dalle sue origini, dalla fede, Giovanni Paolo II mi consegnò una sfida dicendo che bisognava che San Pietro diventasse un santuario, dove coloro che vengono a visitarlo sentano la funzione di Pietro: colui che conferma nella fede.
Guardando questa arte bisogna ricollegarla sempre con la sua origine. Essa è nata qui perché uno ha gridato con la sua morte: “Tu sei Cristo, il Figlio del Dio Vivente, per cui per te posso anche morire, perché ho la certezza che morire per Te significa vivere”.
Per questo si viene qui, perché un povero pescatore di Galilea è venuto fino al cuore della Roma imperiale e, all’interno di una bufera di persecuzione, ha detto: “Gesù, io credo in Te”. Quell’atto di fede ha vinto Nerone e tutti i persecutori.
Mons. Comastri conclude portandoci gentilmente ai luoghi così eloquentemente descritti. Siamo fra i primi a poter ammirare gli affreschi recentemente recuperati sotto l’intonaco dell’abside dell’antica basilica, oggi nascosto nella cripta.
Facciamo un giro a 180 gradi, partendo dal luogo che custodisce l’urna dei palii finiamo esattamente dietro, nella cappella Clementina, dove si vede il primissimo altare costruito sulla tomba di Pietro. Via via si sono sovrapposti altri altari fino a quello che oggi si ammira sotto il baldacchino del Bernini.