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Radici Cristiane n. 74 - Maggio
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Predicare con le immagini

Intervista a mons. Timothy Verdon

Prima dei catechismi scritti, la Chiesa si è servita dell’arte per comunicare i contenuti della Fede. Non è stato un mero espediente, ma qualcosa di più, che spesso, in passato, è stato frainteso e trascurato.

di Emanuele Gagliardi

Prima dei catechismi scritti, la Chiesa si è servita dell’arte per comunicare i contenuti della Fede. Non è stato un mero espediente, ma qualcosa di più, che spesso, in passato, è stato frainteso e trascurato.

«L’arte è predicazione evangelica e, nella civiltà dell’immagine, l’immagine sacra può esprimere molto di più della stessa parola», scrive Benedetto XVI nel “Motu Proprio” di presentazione al Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica in cui è dato ampio spazio alla tradizione artistica cristiana attraverso la riproduzione di vari capolavori.

Sulla scorta della sensibilità e dell’impegno dei predecessori, il Papa rende giustizia all’arte cristiana restituendo l’immagine al popolo di Dio proprio laddove la Chiesa, con il catechismo, trasmette il messaggio della Fede.
Sul valore della comunicazione iconica nella catechesi e sulla possibilità di un’arte cristiana contemporanea abbiamo interpellato monsignor Timothy Verdon - direttore dell’Ufficio per la catechesi attraverso l’arte della diocesi di Firenze, docente di Storia dell’Arte presso la Stanford University e consultore della Pontificia Commissione per i Beni culturali della Chiesa - che ci fornisce anche un’interessante esegesi della Cathedra Petri conservata nella Basilica di San Pietro.


Mons. Verdon, moltissimi capolavori d’arte sono ispirati dalla religione. Che rapporto c’è tra Chiesa e arte?

Il rapporto tra Chiesa e arte è piuttosto semplice da definire. La Chiesa è stata la principale committente d’arte sacra nei secoli. Le opere si concentravano soprattutto nel presbiterio e intorno agli altari per finalità liturgiche, per offrire cioè la “visione” di cose che l’occhio non ha mai visto e l’orecchio non ha mai udito.

Attraverso l’arte si è inteso formare la sensibilità dei credenti rendendoli atti a ricevere il dono sacramentale, qui sulla terra, e preparandoli a quella che sarà la visione diretta della grandezza divina, dopo la morte.

Nel 1965, appena concluso il Concilio Vaticano II, Paolo VI affermò che «la Chiesa ha bisogno degli artisti», concetto ribadito da Giovanni Paolo II nella Lettera agli artisti. In che modo l’arte può divenire strumento di catechesi?

Come dicono i Papi, l’arte è stata nei secoli precedenti lo strumento interpretativo della prassi ecclesiale perché gli artisti traducono quelle realtà inimmaginabili ed ineffabili che la Chiesa ha il compito di predicare in forme coinvolgenti, che tocchino il cuore e suscitino amore.
Potremmo dire che gli artisti sono i “traduttori” in forme sensorie dei contenuti affidati alla Chiesa in forma spirituale.


Qual è la differenza fra arte “santa” e arte “sacra”?

La definizione è piuttosto tecnica. “Santa” è qualsiasi opera a soggetto religioso; “sacra”, invece, è l’opera con finalità liturgiche, quella posta a servizio della vita sacramentale, quella con valenza psicologica, oltre che sensoriale, che è parte integrante della vita ecclesiale.


È possibile un’arte cristiana contemporanea?

La risposta è sicuramente sì, per quanto sia piuttosto difficile per le ragioni che vedremo. È possibile un’arte cristiana contemporanea perché la Chiesa stessa afferma che non esiste un unico linguaggio codificato per esprimere la Fede con il linguaggio artistico, pertanto anche un’espressione artistica moderna può essere veicolo di un messaggio religioso.

La difficoltà è nel fatto che, rispetto al passato, è venuta meno l’interazione tra Chiesa e mondo artistico. La Fede non permea più la cultura popolare, come ha fatto pressappoco fino agli Anni Cinquanta, e la Chiesa ha perduto il primato della committenza detenuto fino al XVIII secolo.
Attualmente sono preponderanti altri meccanismi e gli artisti o ripiegano sulla tradizione o utilizzano indifferentemente linguaggi nuovi nati lontano dalla Chiesa. Urge un profondo adattamento ai nuovi messaggi della Chiesa.

La Chiesa deve riprendere l’iniziativa aiutando gli artisti, istruendoli sulla via di questo necessario adattamento. Per far ciò la Chiesa deve anzitutto offrire lavoro agli artisti, al fine di formare al suo interno una nuova generazione.


Lei ha più volte denunciato una preoccupante incuria verso l’arte sacra. A cosa è imputabile questo fenomeno?

Ci sono senza dubbio diverse concause. La principale è la diffusa secolarizzazione del nostro tempo, che non investe soltanto il panorama artistico, ma tocca i vari aspetti della vita individuale e sociale.
L’incuria non è riconducibile ad un progetto deliberato, ma piuttosto ad una disattenzione generale. Oggi anche coloro che si dicono credenti non vivono più con la stessa intensità il rapporto con le cose sacre. Gli stessi cattolici preferiscono un rapporto intellettuale con Dio.

Paradossalmente, in una cultura tutta basata sui sensi, abbiamo perso proprio il rapporto sensorio con le cose in cui crediamo. Giovanni Paolo II, con un’espressione estremamente efficace, aveva detto che i nostri sensi sono “inquinati”; la vista è degradata dall’esperienza di una civiltà mediatica che propina quotidianamente immagini aggressive, volgari, permeate da una sessualità finalizzata al profitto.

L’occhio non è più capace di guardare con innocenza, con purezza e non conosce più il “bello”…, vede solo in termini economici ed è intorbidato da un’onnipresente pornografia. Questo fenomeno è assai preoccupante soprattutto in riferimento alle generazioni più giovani che sembrano capaci di “vedere” soltanto attraverso il filtro di una logica commerciale.


In questo numero di Radici Cristiane il dossier è dedicato alla Basilica di San Pietro. Qual è, secondo Lei, l’opera d’arte più significativa conservata in questo maestoso tempio?

È una domanda assai impegnativa questa, perché i capolavori conservati in San Pietro sono tali e tanti… Comincio col dire che in ogni chiesa occorre comprendere l’ordine dei messaggi scandito dalla disposizione delle opere.
Riferendomi anche a ciò che è stato sottolineato da vari Papi, direi che l’elemento simbolico più significativo presente in San Pietro riguardi il magistero della Chiesa sotto la guida dello Spirito Santo.

In questo senso l’opera centrale è la Cathedra Petri realizzata dal Bernini, per volere di Papa Alessandro VII Chigi, negli Anni Cinquanta del XVII secolo. Essa costituisce il culmine delle opere berniniane per San Pietro, coronando simbolicamente la piazza e gli angeli di ponte S. Angelo.
Sappiamo, attraverso i disegni del maestro, che egli concepì la Cathedra Petri inserendola nel contesto delle altre opere, anzitutto il reliquario con la sedia lignea, sulla quale si sarebbe seduto San Pietro per predicare la Fede ai romani, donata da Carlo il Calvo.

Le quattro colonne del baldacchino simboleggiano gli altrettanti dottori della Chiesa che sorreggono la sedia gestatoria contenente la cattedra di San Pietro sotto una gloria celeste, con i numerosissimi angeli attorno all’unico assoluto punto luminoso in cui appare lo Spirito Santo.
Penso che quest’opera sia una straordinaria espressione della Fede cattolica, della presenza dinamica dello Spirito Santo nella Chiesa che illumina il magistero papale.

(RC n. 14 - Maggio 2006)