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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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E' uscito il numero 71 di Gennaio

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Il Codice da Vinci e la riduzione del Cristianesimo a mito



di Corrado Gnerre

Un rapporto “privilegiato” con la storia

Da sempre - ma oggi più che mai - il Cristianesimo viene attaccato nei suoi fondamenti storici; questo perché il Cristianesimo è la religione vera grazie al fatto (ma non solo per questo) che è l’unica religione verificabile. Poi vedremo che senso dare alla parola “verificabile”.

Il Cristianesimo è l’unica religione che davvero prende in considerazione la storia, non nel senso che si fa giudicare da essa, bensì nel senso che trova nella storia il “luogo” della Rivelazione della Verità.
Più semplicemente possiamo dire che per il Cristianesimo la Verità non si identifica con la storia (tutto ciò che accade, perché accade, dovrebbe di per sé essere buono e vero), piuttosto è convinto che la Verità si manifesta liberamente (non necessariamente) nella storia dell’uomo e si palesa come “fatto”. Ciò almeno per cinque motivi:

1. Per la Verità che gradatamente “rinconquista” l’umanità dopo il peccato originale: la Storia della Salvezza.

2. Per l’Incarnazione, che è il Dio che si fa veramente uomo ed entra, altrettanto veramente, nella storia dell’uomo.
3. Per la Chiesa come “luogo” in cui poter incontrare Cristo. Una delle più belle definizioni della Chiesa è quella che la indica come il prolungamento della presenza di Cristo nella storia degli uomini.
4. Per il Mistero della Santa Messa, che è la ri-attualizazione vera ed incruenta del Sacrificio di Cristo sulla Croce; dove dunque il Mistero si fa continuamente presente nella storia dell’uomo.

5. Per la presenza reale, vera, in Corpo, Sangue e Divinità, di Cristo nell’Eucaristia. Una presenza reale del divino, incontrabile duemila anni fa in Palestina, e oggi ancora realmente incontrabile nell’Eucaristia.  
Ebbene, la peculiarità del Cristianesimo sta proprio in questo rapporto privilegiato con la storia, rapporto che lo rende, a differenza delle altre religioni, massimamente “verificabile”.
La stessa presenza continua del miracolo e del prodigioso nella storia umana e che la religione cattolica riconosce come possibile, è il segno di questo rapporto privilegiato, è il segno della presenza della Salvezza negli avvenimenti umani, della volontà da parte di Dio di ricondurre l’uomo e la storia dell’uomo a Lui.

Dall’Incarnazione alla Parusia si è nel cosiddetto “già e non ancora”: “già”, perché la Salvezza è già presente; “non ancora”, perché il Regno di Dio ancora non ha trionfato completamente.

Il Cristianesimo è attaccato soprattutto nei suoi fondamenti storici
A causa di questo rapporto privilegiato con la storia, che lo rende vero perché “verificabile”, il Cristianesimo è attaccato soprattutto nei suoi fondamenti storici.

Come abbiamo già detto, il romanzo Il Codice da Vinci è un romanzo pieno di menzogne che non vale nemmeno la pena elencare e confutare singolarmente, ciò che però lo contraddistingue è il fatto che vuole negare il legame costitutivo tra Cristo e la Sua Chiesa.

D’altronde è sulla negazione di questo legame che oggi si organizza gran parte del rifiuto del Cristianesimo. Non è facile trovare qualcuno che rifiuti pregiudizialmente la figura di Gesù, è invece molto facile trovare chi non riconosca il legame costitutivo tra Gesù e la Sua Chiesa.
Tralasciamo per motivi di spazio un percorso particolareggiato di quanto si sia realizzata continuamente questa negazione dei fondamenti storici del Cristianesimo e quindi di ridurlo a “mito” (si pensi a tutto il filone gnostico nei secoli incarnatosi in varie eresie), va detto piuttosto qualcosa a proposito della storicità dei vangeli canonici, ovvero quei vangeli riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa. 
Negli ultimi tempi l’attacco è stato soprattutto su questo fronte: negare i fondamenti storici del Cristianesimo, ridurlo a “mito” attraverso la negazione della storicità dei vangeli.

La tesi di fondo del romanzo di Dan Brown è che i vangeli canonici sarebbero stati utilizzati da una Chiesa (quella apostolica) intenzionata a negare i veri progetti di Gesù; e che il vero Gesù sarebbe conoscibile leggendo alcuni vangeli apocrifi che, proprio per questo, sarebbero stati rifiutati da una Chiesa ormai compromessa con il potere, quale sarebbe stata la Chiesa costantiniana e postcostantiniana.

Una tesi del genere deve però fondarsi sul fatto che i vangeli apocrifi (almeno alcuni) sarebbero anteriori a quelli canonici e che questi ultimi (erroneamente attribuiti a Matteo, Marco, Luca e Giovanni) sarebbero stati scritti in epoca molto posteriore alla vita di Gesù e quindi non da testimoni oculari.

I vangeli apocrifi a cui ci si appella furono scritti molto dopo


Ma davvero i vangeli cosiddetti “apocrifi” sono anteriori a quelli canonici?

 Assolutamente no. Questi vangeli apocrifi vanno dal II secolo in poi (fino al Medioevo) e vennero scritti soprattutto per soddisfare il desiderio di presentare alcuni particolari dottrine come giustificate dalla vita e dall’insegnamento di Gesù, oppure per accrescere con altri particolari biografici le notizie che i vangeli canonici comunicano su Gesù.

Al primo caso appartengono gli scritti di origine eretica (i più numerosi) al secondo i racconti di carattere popolare, amanti del meraviglioso.
Citiamone alcuni: il Vangelo degli Ebioniti, il Vangelo degli Egiziani, il Vangelo cosiddetto “di Pietro”, il Protovangelo cosiddetto di Giacomo, la Lettera degli Apostoli e il famigerato Vangelo di Tommaso (tutt’altro che gnostico) furono tutti composti nel II secolo. Il Vangelo di Bartolomeo, gli Atti di Pilato, La Dottrina di Addai furono composti nel IV secolo. Il Vangelo cosiddetto di Matteo fu scritto nel VI secolo e il Libro della Natività di Maria nel IX secolo.

I vangeli canonici, questi sì, sono stati scritti subito dopo la vita di Gesù
Le storiografie illuminista, post-illuminista e poi idealista (Reimarus, Paulus, Schleiermacher, Strauss, Baur, von Harnack, Bultmann...) e anche una certa teologia cattolica progressista hanno preteso dire che i vangeli canonici sono stati scritti alla fine del primo secolo non da testimoni oculari ma dalla prima comunità dei credenti.
Recenti studi, invece, hanno dimostrato che così non è. Studi che toccano il campo linguistico e quello papirologico.

Nel campo linguistico si è dimostrato che i testi in greco dei vangeli che noi possediamo sono traduzione di testi più antichi scritti in ebraico e in aramaico, ovvero la lingua parlata da Gesù. La dimostrazione verte sulla costruzione di alcune frasi e sull’uso di alcune parole ebraiche che non esistono in greco come “amen”, “alleluja”, ecc. O sul rafforzamento, proprio delle lingue semitiche che ripetono la stessa parola, come è nelle frasi «Ho desiderato di desiderio» (Mc. 4,1), o «Hanno gioito di una grande gioia» (Mt. 2,10), ecc.

Passiamo al campo papirologico. Proprio quando l’attacco ai fondamenti storici del Cristianesimo si stava facendo più forte, ecco che la Provvidenza ha donato delle scoperte di frammenti di papiri antichissimi dei vangeli, databili a pochi anni dalla morte e Resurrezione di Gesù: il 7Q5, ritrovato a Qumran; e il P64, conservato nel Magdalen College di Oxford.
Ci limiteremo a parlare del primo. A Qumran, una località sul Mar Morto,  esisteva, fin dal secolo prima di Cristo, una comunità di monaci esseni che si dedica anche alla lettura e scrittura dei testi sacri della Bibbia.
Quando nell’anno 66 dopo Cristo, gli eserciti romani, al comando prima di Vespasiano e poi del figlio Tito, cinsero d’assedio Gerusalemme, i monaci fuggirono da Qumran dopo aver nascosto i loro libri sacri, racchiusi in vasi di terracotta, nelle numerose grotte che circondano il monastero.

Millenovecento anni dopo questi avvenimenti, nel 1947, avvenne un fatto provvidenziale: un pastore arabo, inseguendo una pecora che si era smarrita, entrò in una di quelle grotte e scoprì un vaso pieno di manoscritti antichi. Nella grotta numero 7 gli archeologi recuperarono, nel 1955, diciannove frammenti di papiro scritti in greco. Tra essi il cosiddetto 7Q5.  
Nel 1972 il celebre papirologo spagnolo, padre José O’Callaghan, scoprì che il 7Q5 conteneva non un testo dell’Antico Testamento ma del Nuovo Testamento, e precisamente i versetti 52 e 53 del capitolo VI del Vangelo di San Marco.
L’identificazione di padre O’Callaghan è stata confermata dal computer. Utilizzando il potente programma Ibiskus il testo del 7Q5 è stato ripetutamente messo a confronto con tutta la letteratura greca dell’epoca, ma l’unico responso che il computer ha continuato a dare è stato “Marco 6,52-53”.


In quale anno fu scritto questo frammento?

La storia ci dice che è certamente anteriore agli anni 66-68, quando fu nascosto nella settima grotta di Qumran in seguito all’avanzata degli eserciti romani; ma l’esame della scrittura ha rivelato che è anteriore agli anni ’50, quando lo stile “ornato erodiano”, con cui è scritto, cessò di essere usato.

C’è però un’altra riflessione da fare: si sa che il 7Q5 non è l’originale che Marco scrisse a Roma in ebraico dove fu poi tradotto in greco, ma una copia di questa traduzione greca, giunta più tardi a Qumran. Pertanto l’originale di Marco fu scritto assai prima dell’anno ’50, forse tra il 42 e il 45, ossia a pochissimi anni dalla morte di Gesù, quando vivevano ancora i testimoni oculari di Cristo.
Dunque, i fatti dimostrano che il Cristianesimo è storico ed è storico il legame di Cristo con la Sua Chiesa, che è quella apostolica, cattolica e romana. La Chiesa, cioè, che da sempre ha detenuto l’autorità di giudicare le Scritture.

Basta un semplice frammento di papiro per confutare tutte le menzogne, anche quelle presenti in romanzi-spazzatura, com’è Il Codice da Vinci.
Più di dilungarsi nel confutare tutte le sciocchezze che di volta in volta si susseguono, va detto sempre a chiare lettere che quello che afferma la Chiesa Cattolica è ciò che affermano i vangeli e i vangeli sono stati scritti da chi ha convissuto con Gesù... il resto è solo tentativo maldestro (e molte volte ridicolo!) di colpire la Verità.

(RC n. 14 - Maggio 2006)