Una finestra aperta, sormontata da un elegante arcone. Il nostro sguardo vi scivola attraverso e entra silenzioso nello studio privato di San Girolamo.
Egli, seduto alla scrivania, è assorto nella lettura di un libro. L’atmosfera è sospesa. Osserviamo le lucide maioliche del pavimento, due piantine a terra, un gattino, un crocifisso, il calamaio, i libri aperti e accatastati disordinatamente sugli scaffali dietro il santo, vasi, foglietti scritti e sgualciti, un panno appeso. E più dietro lo sguardo è proiettato verso le finestre sul fondo da cui si intravedono i prati, gli alberi, i monti. In alto le bifore in controluce fanno da cornice a voli di rondine in cielo. Il santo studia nella sua solitudine; il cappello cardinalizio e il leone (suoi attributi) sono dietro di lui.
Quest’opera (un olio su tavola), summa meravigliosa della poetica pittorica di Antonello da Messina (1431 ca.-1479), apre l’attuale mostra nelle sale delle Scuderie del Quirinale a Roma.
La mostra
L’esposizione, curata da Mauro Lucco, riunisce per la prima volta l’opera quasi completa del pittore che non supera oggi i 50 pezzi, a causa delle gravi perdite subite nel tempo. La mostra rimmarrà aperta fino al 25 giugno e permetterà anche ai non adetti ai lavori, grazie a un allestimento raccolto e intimo, fatto di luci soffuse e nessun pannello da studiare, di abbandonarsi alla pura visione dell’arte, sublime mezzo dell’uomo per raccontare il proprio stupore.
Il San Girolamo nello studio (Londra, National Gallery) è un quadro di modestissime dimensioni (nonostante la fluviale descrizione che se ne può fare) e viene ricondotto dalla maggior parte della critica al periodo tardo dell’attività dell’artista (1475 circa).
Come si accennava, esso racchiude in sé i motivi pricipali della pittura del maestro messinese. La minuzia descrittiva della cultura fiamminga è unita alla conoscenza prospettica propria della tradizione italiana. Perciò c’è una visione analitica in cui ogni oggetto per quanto secondario (ma a ben guardare ogni elemento ha un rimando semantico) viene reso attentamente, ma è evidente anche l’uso sapiente dei princìpi prospettici che accolgono il dettaglio in un mondo ordinato secondo la visione umana delle cose.
E se si osserva da molto vicino si noterà che la pennellata di Antonello è ben diversa dall’accuratissima precisione fiamminga, e che invece contiene una capacità sintetica fortemente espressiva, che lo avvicina molto a Piero della Francesca, altro grande artista del Quattrocento italiano.
Un importante elemento di raccordo è, in questo dipinto, come in tutta l’opera del messinese, la luce. Un fascio luminoso piove dall’alto a sinistra e unifica ulteriormente la realtà rappresentata. Fluidifica la resa prospettica e si rifrange sui diversi materiali definendoli più precisamente. Gli uccelli e la ciotola posti in primo piano sul davanzale della finestra proiettano la loro ombra, divenendo così esempio di una rappresentazione in bilico tra il simbolo e la descrizione del reale.
Inoltre il concetto di “finestra ottica” codificato da Leon Battista Alberti nel 1435 è applicato con massimo virtuosismo in quest’opera in cui lo sguardo del fruitore attraversa una finestra, poi lo spazio dell’ambiente e ancora un’altra finestra fino a sfociare in una veduta della natura in fondo all’opera.
Influenze culturali e genio artistico
Le notizie biografiche su Antonello da Messina non sono molte e purtroppo il terremoto che si è abbattuto nel 1908 sulla città di Messina ha distrutto molti documenti, oltre alle opere. Sappiamo per certo che l’artista studiò intorno alla metà del XV secolo presso la bottega napoletana di Colantonio, pittore particolarmente interessato alla pittura fiamminga e alle innovative tecniche che essa recava. È ipotizzabile un viaggio nel nord Europa, ma non si può certificare.
La salita al Trono di Alfonso V d’Aragona nel 1442 determinò un notevole passaggio di opere d’arte fiamminga nel Regno. Nel 1444 giungeva a Napoli, quale dono dono per il re, il celebre trittico fatto eseguire dal genovese Lomellini a Jan Van Eyck; dello stesso artista furono donati al re nel 1445 il Ritratto del conte di Charleroi e il San Giorgio.
Inoltre della collezione di Alfonso facevano parte gli arazzi con la Passione eseguiti sui cartoni di Rogier Van der Weyden. Fu importante anche l’influsso dell’arte valenziana, portatrice a sua volta di suggestioni fiamminghe.
Va anche ricordato che Messina, città interna al regno aragonese, era un porto particolarmente rinomato, un porto franco, scalo privilegiato di molte tratte mercantili e teatro di scambi commerciali e, come è naturale intuire, culturali. La città era uno degli ancoraggi del servizio regolare di galee che facevano la spola fra Venezia, Bruges e Londra. E sembra che proprio sfruttando queste navigazioni Antonello raggiunse Venezia nel 1475. La sua permanenza nella città lagunare durò uno o due anni, ma segnò verosimilmente un fondamentale momento nella storia dell’arte italiana.
Il contatto del messinese con Giovanni Bellini e la vicinanza fruttuosa fra le loro poetiche continuerà a essere presente nell’opera di artisti quali Cima da Conegliano e Alvise Vivarini (presenti in mostra).
È dimostrato dunque che il genio di Antonello da Messina, genio che «spaura nell’ambiente siciliano», come scrisse Longhi, ebbe la possibilità di osservare alcuni tra gli esiti più interessanti dell’arte del suo tempo e assimilarli in modo del tutto originale e coerente.
Le opere
Il corpus delle sue opere è infatti molto omogeneo ed è collocabile in un periodo di tempo non più lungo di dieci anni (dai primi anni Settanta alla morte).
In mostra, attraversando le sale, si possono ammirare in successione molti dei ritratti eseguiti da Antonello con una perizia descrittiva eccezionale. I caratteri dei personaggi sono colti e fissati per sempre sulle tavole. E i loro occhi sembrano scrutare a loro volta i visitatori con attenzione e curiosità.
Accanto ai volti ritratti dei vari tipi di uomo, sono presenti le dolenti immagini del Cristo patiens, il Cristo dei dolori. La sofferenza, in questo caso, sembra essere ancora più veicolata verso il riguardante dalla minuzia descrittiva, e il risultato è emozionante.
Meravigliosi e evocativi sono poi i volti delle madonne: la raffinatezza formale della cosidetta Madonna Salting (oggi a Londra), la dolcezza soffusa della Madonna del Polittico di San Gregorio (a Messina) e il volto della vergine nell’Annunciazione di Siracusa. Quest’ultima opera, purtroppo molto danneggiata, databile al 1474, è esposta accanto alla celebre Annunciata di Palermo (1475), opera divennuta ormai il manifesto dell’arte di Antonello.
L’accostamento delle due tavole è imprescindibile: nella prima una cadenza di gesti e di sguardi tra Maria e l’angelo, di punti luminosi e ombre, narra l’evento trascendente; nella seconda opera lo spazio scompare e diventa spazio interiore. Non c’è la stanza, non c’è neppure l’angelo; solo una luce che scende dall’alto accarezzando il velo della Vergine, e lo sguardo dolce di lei, e un gesto indefinibile della mano che raccontano l’esperienza mistica.
Chiunque non abbia potuto ammirare da vicino un’opera del genere dovrebbe farlo per comprendere come l’arte sia il più potente mezzo di trasmissione dei sentimenti e del senso religioso.
Molto evocative sono anche, nella sala successiva, le crocifissioni di Antonello da Messina e di Giovanni Bellini (eseguite tra il 1475 e il 1476) tra loro molto simili. Anche qui la precisione ottica e il dettaglio si sposano col simbolo: in basso la natura è descritta nei minimi particolari (anche l’umana natura della sofferenza della Madonna e di San Giovannino ai piedi della croce), mentre in alto la figura di Cristo si staglia contro l’azzurro del cielo, distante ormai da ciò che è terreno.
L’ultima opera esposta è il famoso San Sebastiano, oggi conservato a Dresda. L’imponente figura del santo possiede nelle forme una delicatezza fidiaca, maggiormente esaltata dalle frecce che lo attraversano. La pala fu commissionata all’artista dalla veneziana Scuola di San Rocco nel 1478.
La scena si svolge in ambito cittadino, con le architetture sullo sfondo e uomini che parlano per strada e donne affacciate al davanzale. Il santo, con lo sguardo rivolto al cielo, è un’apparizione. La sua espressione appare trasfigurata, perché il martirio è inteso come una rinascita, un secondo battesimo nel proprio sangue. È molto diverso, in questo senso, dalle rappresentazioni di stesso soggetto di Andrea Mantegna, in cui i corpi, pur nell’accurata proporzione classica che li caratterizza, sono straziati e contorti dal dolore. In Antonello c’è solo la salvezza data dalla Grazia.
Inoltre San Sebastiano è legato a un albero (la natura, anche qui) che sorge dalla pavimentazione della strada, anch’esso un’apparizione, mentre la classica colonna del martirio è spezzata e giace a terra.
La mostra è bella e importante. Purtroppo non sono stati prestati alcuni dipinti meravigliosi (si suppone per difficoltà di trasporto o conservative) quali il Cristo benedicente e il Ritratto di giovane, entrambi alla National Gallery di Londra, e la celebre Pala di San Cassiano, oggi a Vienna. A quest’ultima è però dedicata una sala in cui si dimostra l’influenza che la pala ebbe nella cultura della rappresentazione sacra a Venezia e nella cultura figurativa sacra successiva.
(RC n. 15 - Giugno 2006)