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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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Verità, errore, relativismo

Con questo articolo iniziamo una serie di riflessioni sul problema della verità sia nella teoria che nella sua applicazione ai giorni nostri, specialmente davanti all’offensiva di quello che il cardinale Ratzinger chiamò “dittatura del relativismo” nel suo ormai celebre sermone di avvio del Conclave di aprile 2005, che l’avrebbe portato all’indomani sul soglio pontificio.

di Jorge Medina Estévez

“La verità vi farà liberi”

 Prendo come punto di partenza l’affermazione di Gesù quando dice che “la verità vi farà liberi” (Gv. 8,32). Il senso di questa breve sentenza è duplice. Da una parte stimmatizza ogni forma di falsità, giacché la bugia è schiavizzante e demolitrice. Dall’altra, non possiamo dimenticare che Gesù stesso è la Verità, come egli insegna: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv. 14,6).

La verità è un attributo essenziale dell’essere e la metafisica aristotelico-tomista la qualifica come “concetto trascendentale”, cioè come una qualità che si identifica con l’essere: tutto ciò che è e nella misura che lo è, è vero. La verità, concepita dall’intelligenza è la corretta percezione della natura di un essere, della sua genuinità, di ciò che lo fa essere quello che è e lo fa riconoscere come tale.

Non è l’uomo che crea la verità delle cose: il suo compito è quello di addentrarsi nella natura di ciò che lo circonda, estasiarsi davanti alla bontà e alla bellezza dell’essere e incorporare la relazione con l’esistente nel suo bagaglio di concetti e di valori.

Riconoscere che tutto l’esistente ha una natura e una “verità” significa accettare che l’arbitrio umano non è illimitato, che il nostro proprio essere non si spiega per se stesso come del resto non si spiegano per se stessi gli altri esseri, e che, di conseguenza, la nostra libertà non può essere esercitata in modo tale che non tenga conto della verità del nostro essere e di quello degli altri.

La verità: fondamento del diritto, della giustizia, della autentica libertà
Nel campo del diritto, la verità dell’essere sta alla base del riconoscimento del “diritto naturale”, anteriore e superiore alle espressioni del diritto positivo, le quali per bisogno intrinseco non possono contraddire i postulati del diritto naturale, perché diventerebbero prive di validità. Contraddire questi postulati sarebbe quindi un attentato alla verità e una incursione illegittima in ciò che non è più espressione della verità, ma di distorsione e persino di violenza all’essere.

Conviene precisare qui che il concetto giusto di libertà non consiste nell’affermare che è la capacità di far quello che si vuole, ma nell’esercitare le scelte adeguate in vista dell’ottenimento di una finalità corretta e in consonanza con la natura umana, specialmente destinata alla verità e al bene.

La verità è liberatrice perché preserva chi la possiede dall’ingannevole anelito di sopravalutarsi come, al contrario, di sottostimarsi.       
La ricerca della verità è un esercizio che conduce alla sapienza, cioè al giudizio esatto su oggetti, avvenimenti e valori. Dunque la verità è il fondamento della giustizia, giacché “dare ad ognuno ciò che gli corrisponde”, secondo la celebre espressione di Ulpiano, suppone conoscere ciò che ognuno è, ciò che esige la sua natura e, per tanto, ciò che gli è dovuto non come un atto di liberalità gratuita ma come riconoscimento efficace di ciò che gli spetta. 


Senza verità non c’è pace sociale

Il culto della verità è una condizione imprescindibile della convivenza sociale perché permette la fiducia reciproca ed elimina la prospettiva di “vincere” l’altro anche con modi illegittimi, perché ciò che diviene veramente importante per tutti è lasciarsi vincere dalla verità.

Naturalmente, ogni realtà può essere considerata da diversi punti di vista che non sono necessariamente contradditori, bensì fortemente complementari. Da qui l’importanza del dialogo sapienziale, che permette lo scambio di punti di vista allo scopo di completare la propria percezione, correggerla e persino scoprire che può essere, involontariamente, erronea.
Ciò non è una affermazione che la verità sia irraggiungibile, o talmente relativa, che sia impossibile possedere concetti di valore assoluto. Il fatto di situarsi in diverse prospettive e di riconoscere la loro complementarietà è precisamente la via per rendere la conoscenza più solida e meno condizionata da percezioni unilaterali o incomplete.

Oggi l’amore alla verità è assediato da un nemico formidabile che è il relativismo. Questa posizione ideologica consiste nello svuotare le affermazioni o negazioni dal loro contenuto assoluto e di riconoscere come vero ciò che corrisponde a una preferenza statistica o a un comportamento socialmente accettato dalla maggioranza e persino da una minoranza.
In nome del relativismo si stabiliscono norme conflittuali con la natura umana, vengono legalizzate condotte immorali e si rivendica tolleranza per attitudini scorrette.


In realtà , stabilito il postulato che non ci sono punti assoluti di riferimento per soppesare le azioni e i comportamenti, diventa impossibile stabilire criteri universalmente validi. Così, le condotte aberranti pretendono “rispetto” e “legittimità”. Altrimenti si incorre in quanto viene chiamato “discriminazione” e che può condurre a terribili tirannie.

L’errore

Sarebbe ingenuo se, parlando di verità, non si prendesse in considerazione la possibilità e la realtà dell’errore, cioè della deformazione della realtà nella mente di chi cerca di percepirla.
L’errore non è sempre imputabile a malizia o mala volontà, ma può anche essere il frutto della pigrizia o della mancanza di diligenza nella ricerca della verità.

Può indurre a errore anche l’unilateralità, ossia la semplificazione indebita e artificiale che prescinde delle molteplici sfaccettature della realtà, per quanto semplice questa possa apparire a prima vista.

La convinzione che ogni realtà è più complessa di quanto pare che sia o vogliamo che sia, corrisponde a un atteggiamento di prudenza e di umiltà intellettuale. E può darsi persino che l’errore provenga da una attitudine passionale che, per motivi alieni all’amore della verità e per ragioni di tipo volitivo o di convenienza, dà per scontato ciò che noi desideriamo che sia in un certo modo, senza purificare la nostra condotta dall’adesione a quanto la rende schiava di interessi e, quindi, non veramente libera.
Se sono sicuramente da lamentare gli errori in materia scientifica e se lo sforzo degli uomini cerca di correggerli e superarli, gli errori in materia morale - vale a dire che hanno a che fare col comportamento umano in ciò che tocca il suo “dover essere”, in ciò che è intrinsecamente coerente o incoerente con la sua propria natura, e con la sua relazione con gli altri uomini, con la loro dignità, con i loro diritti e doveri - rivestono una importanza molto grande perché pesano sulle opzioni attraverso cui l’uomo rispetta o meno la sua propria verità, la sua natura e, di conseguenza, la sua finalità definitiva.


Il grande nemico della verità oggi

L’amore alla verità in tutte le sue forme trova un nemico formidabile nel relativismo che consiste, come detto prima, nel negare l’esistenza di verità assolute e quindi sempre e in ogni ipotesi valide, sostituendole per punti di riferimento cambianti a seconda delle circostanze, delle convenienze, dell’ondeggiare delle maggioranze che non sono criterio di verità.
Non è da sorprendersi se il relativismo fa presa più facile in chi non crede nell’esistenza di Dio e, di conseguenza, non accetta il “diritto naturale” o della “natura” delle cose la cui origine è in Dio e che costituisce la sorgente del comportamento morale.

Il relativismo etico cerca conforto nella tecnica statistica  e nei suoi risultati per passare – in forma illegittima – dalla verifica di ciò che succede allo stabilimento di ciò che si stima che debba succedere.
Il relativismo è molto vicino al positivismo, nel senso che la norma non proviene dalla natura delle cose, ma dal loro agire, anche quando questo non è coerente con la natura ed è frutto di un cattivo uso della libertà.
La legge positiva viene allora a sanzionare o a legittimare risultati statistici e, peggio ancora, a imporre l’obbligatorietà della sua normativa persino a coloro che hanno convinzioni fondate nella “verità” delle cose e, anzitutto, dell’essere umano.

In numerose occasioni il Papa Benedetto XVI ha fatto riferimento in forma severa e critica al relativismo, denunciandolo come una delle gradi minacce che aleggiano oggi sulla fede cristiana.
Molto vincolato al relativismo troviamo la categoria di quanto viene qualificato come “politicamente corretto”, espressione che con frequenza costituisce un eufemismo per non riconoscere ciò che è “moralmente scorretto” e, quindi, inaccettabile.

Una prospettiva sociale inumana

Comprendo che le affermazioni fatte finora in queste riflessioni possano suscitare sorpresa e persino rifiuto. Da parte mia credo che siano coerenti con una visione metafisica della realtà ed esprimono il più profondo rispetto dell’essere dotato di unità, verità, bontà e bellezza, quattro concetti fra di loro interdipendenti e comunicanti, come una sorta di osmosi ontologica.
Naturalmente non posso che rispettare chi non la pensa in questo modo, ma ho il diritto e ragioni per pensare che il relativismo sia profondamente inumano e che la sua applicazione renda, da una parte, impossibile il dialogo e dall’altra apra a schemi di organizzazione sociale attentatori alla dignità dell’uomo.
Io direi che l’uomo è per la verità, che la verità dà all’uomo la sua vera immagine e che non spetta all’arbitrio umano creare una “verità” su misura, come se fosse un dio in miniatura, ma riconoscerla e aderirvi.        


Torvare foto qui è davvero difficile, è un discorso totalmente astratto. Inoltre, alcune frasi sono molto belle, quindi metterei questi 3 box, portandolo, se si trova una bella foto stile quella del lago col cigno, a 4 pagine.


Il concetto giusto di libertà non consiste nell’affermare che è la capacità di far quello che si vuole, ma nell’esercitare le scelte adeguate in vista dell’ottenimento di una finalità corretta e in consonanza con la natura umana, specialmente destinata alla verità e al bene (…) La ricerca della verità è un esercizio che conduce alla sapienza, cioè al giudizio esatto su oggetti, avvenimenti e valori. Dunque la verità è il fondamento della giustizia…

   
Oggi l’amore alla verità è assediato da un nemico formidabile che è il relativismo. Questa posizione ideologica consiste nello svuotare le affermazioni o negazioni dal loro contenuto assoluto e di riconoscere come vero ciò che corrisponde a una preferenza statistica o a un comportamento socialmente accettato dalla maggioranza e persino da una minoranza.
In nome del relativismo si stabiliscono norme conflittuali con la natura umana, vengono legalizzate condotte immorali e si rivendica tolleranza per attitudini scorrette.
In realtà , stabilito il postulato che non ci sono punti assoluti di riferimento per soppesare le azioni e i comportamenti, diventa impossibile stabilire criteri universalmente validi. Così, le condotte aberranti pretendono “rispetto” e “legittimità”. Altrimenti si incorre in quanto viene chiamato “discriminazione” e che può condurre a terribili tirannie.
 
Molto vincolato al relativismo troviamo la categoria di quanto viene qualificato come “politicamente corretto”, espressione che con frequenza costituisce un eufemismo per non riconoscere ciò che è “moralmente scorretto” e, quindi, inaccettabile.

 

 

(RC n. 15 - Giugno 2006)