Nella Chiesa di oggi continuano a serpeggiare correnti di pensiero e di comportamenti che insidiano e contrastano verità e principi della fede cristiana: verità e principi che il Magistero della Chiesa è chiamato a custodire, annunciare, difendere, approfondire e anche a trovare la maniera di conciliarli –senza tradirli ¬– con le sempre nuove esigenze dell’uomo contemporaneo.
Anche per questo, Paolo VI denunciò a chiare lettere il “fumo di satana” penetrato nel Tempio di Dio e gli errori, gli smarrimenti e gli scandali arrecati al Popolo di Dio. La crisi non sembra ancora risolta, anzi... La mente torna subito alle dure parole di condanna degli errori di alcuni uomini di Chiesa che l’allora ancora cardinale Ratzinger pronunciò alla Via Crucis dello scorso anno.
Su questi argomenti abbiamo pensato di chieder qualcosa all’illustre teologo padre Antonio Maria Di Monda.
Padre Di Monda, dove si manifesta più chiaramente la crisi della Chiesa?
Si manifesta soprattutto nella liturgia, nell’ecumenismo e, ancora di più nella morale e nella dogmatica, cooperando così a creare o ad alimentare una mentalità sempre più laica e lontana dalla verità.
E questa crisi da dove scaturisce?
Sembra un paradosso, ma devo dire francamente che questa crisi è presente ed è alimentata soprattutto da pastori teologi e curatori di anime.
Dio mi guardi dal generalizzare, sarei ingiusto e cieco. Ci sono infatti pastori che sono un esempio ammirabile di santità di vita e di preparazione teologica e di squisito senso pastorale. Pastori che si prodigano con una generosità addirittura eroica. Come ci sono teologi preparati, che si muovono con estrema facilità tra i più ardui problemi della teologia e della morale, e che – nel rispetto totale alla Tradizione viva e al Magistero della Chiesa – sanno cimentarsi degnamente con le problematiche odierne. Come ci sono pure curatori di anime che guidano e istruiscono con la delicatezza di mamme e la fermezza di chi è pienamente consapevole della missione loro affidata.
Ciò detto, non si può però negare che esistono correnti di pensiero e di condotta che sconcertano. Si pensi solo, per esemplificare, dove si è spinto un certo ecumenismo, arrivato a mettere in dubbio o a negare addirittura l’unicità di mediazione di Cristo redentore universale: Cristo appaiato, come uno dei tanti salvatori, a Budda, a Maometto ecc. Non più quindi il Salvatore e il Redentore di tutto il genere umano, non più l’unico Mediatore presso Dio per tutti gli uomini e per tutti i tempi.
Si pensi ancora, sempre per esemplificare, come si vada stemperando sempre più la fede nelle ultime cose. Si è arrivati ad affermare non solo che l’inferno è vuoto, ma che tutta l’altra vita potrebbe essere una bella favola per bambini.
C’è da meravigliarsi, allora, che ci si attacchi sempre più alla terra e si faccia del godere in tutti i modi, legittimi o no, il fine preminente della vita?
Molti dicono che di fronte ad un mondo che cambia vertiginosamente, insistere sull’immutabilità di verità dogmatiche e morali, è una sorta di anacronismo intollerabile. Come risponde a questa obiezione?
È vero. Verità e princìpi, a confronto o nell’impatto con le infinite situazioni esistenziali, appaiono a primo acchito astratti, freddi, inumani. Ma non bisogna farsi prendere da emozioni immediate. La verità può anche apparire inumana - i romani dicevano: “Dura lex, sed lex!” - ma essa non può rinunziare alla sua identità senza conseguenze catastrofiche.
Per esempio: ci si commuove tutti di fronte a certe situazioni matrimoniali. Ma il rimedio non è certamente il divorzio con una nuova illecita convivenza. Il divorzio magari risolverà pure qualche caso singolo, ma in definitiva la falla aperta alla legge e alla morale, causa mali senza fine. Ce ne rende persuasi una quasi quotidiana esperienza. Chi può negare che il divorzio ha sfasciato la famiglia, centuplicando addirittura quei problemi che voleva risolvere? E come non ammettere che i danni arrecati dal divorzio sono immensamente più gravi di quelli derivanti da situazioni o convivenze penose e travagliate?
La legge che appare astratta e inumana di fronte a situazioni drammatiche, si rivela invece insostituibile legge di vita e di benessere. Perciò, la posizione della Chiesa che difende con tutta se stessa la perennità di princìpi e verità naturali e rivelati, lungi dall’essere una posizione retriva e oscurantista, è decisamente quella che regge la vita tutta intera. E fa senso che non si riesca a capire tutto questo, anche da parte di uomini colti e non avvelenati da ideologie di sorta.
Che ne pensa, in proposito, della intervista, pubblicata dal settimanale “L’Espresso”, al cardinale Carlo Maria Martini ?
Allude certamente all’intervista al prof. Ignazio Marino, nella quale si affrontano i più scottanti problemi di bioetica e di morale sessuale. L’intervista è un esempio lampante di come, pur salvando appieno la buona fede, si possa “cedere” o tentennare su principi incrollabili.
Data la molteplicità e l’importanza dei problemi, l’intervista andrebbe vagliata nei dettagli – e voglio sperare che qualcuno lo faccia – perché più di qualche soluzione o opinione affacciata circa i problemi discussi, lascia, a dir poco, perplessi.
Il cardinale afferma, per esempio, a proposito dei problemi suscitati dalla bioetica e dalle più recenti realizzazioni scientifiche, che è «necessario e urgente un “dialogo sulla vita” che non parta da preconcetti o da posizioni pregiudiziali ma sia aperto e libero e nello stesso tempo rispettoso e responsabile». Si vuole forse dire che partendo da principi dogmatici e morali sostanzialmente immutabili perché leggi di natura e di rivelazione divina, si parta da preconcetti o posizioni pregiudiziali?
Ma preconcetti e posizioni pregiudiziali sono opera di intelletto creato che può non vedere giusto, mentre i princìpi dogmatici e morali non sono che l’espressione della natura e di una Volontà divina che presiede a tutte le cose.
È necessario, dice il Porporato, partire non da preconcetti e posizioni pregiudiziali... Se si allude a princìpi e norme immutabili, è il caso di chiedersi: e da che cosa bisognerebbe partire per avere una risposta di valore universale? Così parlando, non è indulgere a un relativismo, così diffuso oggi in alto e in basso, per cui ognuno ha la sua verità, con la conseguenza che non esiste più alcuna verità?
Solo questo?
No. C’è dell’altro. Il cardinale Martini arriva ad affermare: «Certamente l’uso del profilattico può costituire in certe situazioni un male minore».
Noi sappiamo invece che il profilattico è stato sempre e incondizionatamente condannato dalla Chiesa. Pio XI afferma nell’enciclica Casti Connubii ( del 31 dicembre 1930): «(...) non vi può essere ragione alcuna, sia pur gravissima, che valga a rendere conforme a natura e onesto ciò che è intrinsecamente contro natura. E poiché l’atto del coniugio è, di sua propria natura, diretto alla generazione della prole, coloro che nell’usarne lo rendono studiosamente incapace di questa conseguenza, operano contro natura compiendo un’azione turpe e intrinsecamente disonesta (...). Qualsivoglia uso del matrimonio, in cui per l’umana malizia l’atto sia destituito della sua naturale virtù procreatrice, va contro la legge di Dio e della natura, e quanti usano commettere di tali azioni si rendono rei di colpa grave. Giacché non possono mai darsi difficoltà di tanta gravità, che valgano a dispensare dai comandamenti di Dio, che proibiscono ogni atto che sia cattivo di sua natura».
I pronunciamenti del Magistero, in merito, sono innumerevoli e inequivocabili. Tra gli ultimi, quello famoso – e che suscitò tante incomposte reazioni – di Paolo VI con l’enciclica Humanæ vitæ (del 25 luglio 1968): «(...) richiamando gli uomini all’osservanza delle norme della legge naturale, interpretata dalla sua costante dottrina, la Chiesa insegna che qualsiasi atto matrimoniale deve rimanere aperto alla trasmissione della vita. (...) È altresì esclusa ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione».
L’uso del profilattico può costituire in certe situazioni – afferma il Cardinale Martini – un male minore. Parlare qui di “male minore”, è ricorrere, mi pare, ad un sofisma bello e buono. In merito esiste oggi una gran confusione che finisce per legittimare anche gravi infrazioni alla legge naturale e divina, come chi, per esempio, tra l’aborto e il contraccettivo, sceglie il “male minore”, il contraccettivo.
Padre, quando si può parlare, nella morale cattolica, di “male minore”?
Detto in breve e sorvolando sulle complesse questioni sottintese, si può parlare di “male minore” qualora si fosse obbligati a scegliere tra due cose illecite e illegittime. Quanto invece al contraccettivo, non si tratta di scegliere tra il contraccettivo e l’evitare la procreazione pur compiendo l’atto coniugale (disordine e peccato l’uno e l’altro) ma di scegliere tra l’astensione dall’atto coniugale e il compierlo disordinatamente. All’atto coniugale non si è affatto obbligati quando da esso possono provenire delle conseguenze dannose e indesiderate. E perciò chi si appresta a compierlo, deve farlo come Dio comanda.
Si parla pure di male minore quando costretti ad un gesto, in sé buono e lecito, ne derivano effetti collaterali non buoni. La madre incinta che, per dovere è costretta a curarsi, può procurare senza volerlo la morte della sua creatura. Non avendo altra alternativa, può scegliere liberamente quello che le sembra il male minore: e cioè, o curarsi evitando conseguenze gravissime alla sua famiglia, ma permettendo – pur senza volerlo nel modo più assoluto – la morte del feto, o sacrificarsi in pieno per permettere che sia salva la sua creatura.
Padre, come si sente di concludere la nostra conversazione?
Che dire? Stanno crollando veramente i “bastioni” come titolava un suo libro Urs von Balthasar? Certamente, la cosa deve preoccupare non poco soprattutto i responsabili. Siamo certi che la Chiesa supererà anche questa crisi, come ne ha superate tante nei secoli.
Ma la crisi urge alla battaglia, denunciando e contrastando il male. Non raramente lupi, in veste di agnelli, fanno strage dell’Ovile di Cristo. Nessuno può rimanere inerte di fronte a tante rovine!
«Ci si commuove tutti di fronte a certe situazioni matrimoniali. Ma il rimedio non è certamente il divorzio con una nuova illecita convivenza. Il divorzio magari risolverà pure qualche caso singolo, ma in definitiva la falla aperta alla legge e alla morale, causa mali senza fine. Ce ne rende persuasi una quasi quotidiana esperienza. Chi può negare che il divorzio ha sfasciato la famiglia, centuplicando addirittura quei problemi che voleva risolvere? E come non ammettere che i danni arrecati dal divorzio sono immensamente più gravi di quelli derivanti da situazioni o convivenze penose e travagliate?»
«La legge che appare astratta e inumana di fronte a situazioni drammatiche, si rivela invece insostituibile legge di vita e di benessere. Perciò, la posizione della Chiesa che difende con tutta se stessa la perennità di princìpi e verità naturali e rivelati, lungi dall’essere una posizione retriva e oscurantista, è decisamente quella che regge la vita tutta intera».
«(...) non vi può essere ragione alcuna, sia pur gravissima, che valga a rendere conforme a natura e onesto ciò che è intrinsecamente contro natura. (…)Qualsivoglia uso del matrimonio, in cui per l’umana malizia l’atto sia destituito della sua naturale virtù procreatrice, va contro la legge di Dio e della natura, e quanti usano commettere di tali azioni si rendono rei di colpa grave. Giacché non possono mai darsi difficoltà di tanta gravità, che valgano a dispensare dai comandamenti di Dio, che proibiscono ogni atto che sia cattivo di sua natura» (PIO XI, Casti Connubi).