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Radici Cristiane n. 74 - Maggio
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La nobiltà indigena in America Latina

Secondo la cosiddetta “leggenda nera”, della quale dipende anche una certa storiografia liberale, arrivando in America gli spagnoli, avidi di oro e di potere, avrebbero distrutto senza pietà le società indigene precolombiane, gettandole in uno stato di sgomento e arretratezza del quale non si sono più riprese. Niente di più lontano dalla realtà storica.

di Julio Loredo

Si mantengono le gerarchie

Le popolazioni amerinde, e particolarmente quelle facenti parte dei due grandi imperi, il Tlatocayotl (Impero azteca) e il Tahuantinsuyu (Impero inca), avevano sviluppato gerarchie sociali assai complesse.
Nel caso del Tahuantisuyu, per esempio, la storiografia dominante fino a poco tempo fa, che riteneva onnipotente l’autorità dell’Inca, sta cedendo davanti alle più recenti ricerche che mostrano invece un tessuto sociale di stampo piuttosto feudale.

Consoni con la cultura dell’epoca, arrivando in America gli spagnoli considerarono i popoli indigeni sudditi naturali del Re. Alcuni capi aborigeni non accettarono questa situazione provocando episodi di guerra. La maggior parte, però, non opposero resistenza e, anzi, divennero alleati degli spagnoli, anche perché il fatto che un giorno sarebbero venuti uomini bianchi barbuti, “figli di Dio”, ai quali avrebbero dovuto prestare sudditanza, faceva parte delle loro rispettive tradizioni.

Dopo aver assunto il governo di questi popoli, in ottemperanza a precisi ordini della Corona, i conquistadores si adoperarono per mantenere il più possibile intatte le loro gerarchie sociali.

Per esempio, Hernán Cortés cercò di assimilare e consolidare la nobiltà azteca, nonché quella dei popoli alleati. Avanzando verso la capitale Tenochtitlán, egli armò cavaliere il figlio del cacique dei tlaxcaltecas, battezzandolo col nome di Don Lorenzo Magiscacin. Questo titolo implicava il riconoscimento d’una autorità principesca.
Pochissimi spagnoli se ne potevano fregiare. È interessante notare che Cortés giustifica il suo atto affermando che sua intenzione è che «questo giovane diventi cavaliere di Gesù Cristo».

«Quando fui battezzato – ricorda il cacique maya Ah Nakuk Pech – fui chiamato di Don. Tutti i capi principali fummo fatti hidalgos [nobili] dai capitani. E i nostri figli saranno pure hidalgos fino a che il sole non si spenga».
Appena conquistata Tecnochtitlán, il primo atto di Cortés fu di riconstituire il tessuto politico precedente, confermando l’autorità  dell’Imperatore Montezuma, del cihuacóatl (Primo Ministro), nonché dei caciques locali. Giustificando il suo atto, in un rapporto a Carlo V, egli scrisse: «Affinché [i capi] potessero avere più autorità nelle loro persone, ho riconfermato il titolo che avevano in precedenza, e cioè quello di cihuacóatl, che vuol dire luogotenente del signore. Anche ogni cacique è stato da me riconfermato nelle cariche di governo”.


Matrimoni misti e principi indios

È un fatto storico che i conquistadores non mostrarono nessun razzismo al momento di scegliere moglie, sposando volentieri donne indigene. Anzi, da queste unioni provengono alcune delle più tradizionali famiglie dell’America Latina.

Nell’aristocrazia peruviana esiste il detto «quién no tiene de inga tiene de mandinga», significando che, andando a cercare, tutti trovano sempre qualche antenato indigeno.

Caso forse archetipico fu il matrimonio di Don Martín García de Loyola, nipote di sant’Ignazio, con Donna Isabel Clara Coya, principessa del Perù, nipote dell’inca Atahualpa. Una loro figlia, Donna Lorenza de Loyola, a sua volta sposò Don Juan de Borja, dei Duchi di Gandia, nipote di san Francesco Borgia. Da loro provengono i marchesi di Santiago de Oropesa.

Un altro esempio è quello dell’illustre famiglia ecuadoriana Cordero, discendente del matrimonio del conquistador Diego de Sandoval y Ampuero con la principessa Francisca Coya, sorella di Atahualpa.

La Corona spagnola si adoperò al meglio non solo per mantenere le gerarchie sociali precolombiane, ma anche per assimilarle alla nobiltà europea. In una Reale Cedola del 1543, Carlo V ordina quanto segue: «Voglio che tutti i Re, Principi e Signori (…) siano trattati del modo più soave possibile, e che siano mantenuti tutti i privilegi, le preminenze, le signorie, le libertà, le leggi e i costumi».

I membri delle dinastie imperiali azteca ed inca vennero assimilati alla più alta nobiltà. Scrive lo storico Francisco de Cadenas: «Gli fu riconosciuta una nobiltà di così alto rango che, in onori e diritti, passava davanti perfino ai Grandi di Spagna. Il Re li chiamava “Fratelli e Altezze”. Ricevettero le più alte decorazioni, come il Toson d’Oro a perpetuità, nonché il diritto di restare a testa coperta nella presenza delle Reali Persone, di presiedere i Cabildos in qualsiasi città dei Regni e a mantenere una piccola Corte».

Nelle sue celebri Memorie, il Duca di Saint Simon, ambasciatore di Luigi XIV presso la Spagna, racconta il suo stupore nell’incontrare durante un ballo di Corte un principe azteca. Superata l’iniziale sorpresa, lo avvicina e ingaggia con lui una vivace conversazione in francese. Si trattava del Duca di Albuquerque, pronipote dell’Imperatore Montezuma. «Non ho mai visto un nobiluomo più intelligente e raffinato», scriverà l’ambasciatore del Re Sole.
In Perù furono stabiliti sei livelli di nobiltà indigena. Al vertice c’erano i discendenti diretti della famiglia imperiale, alla base i Regidores dei Cabildos de indios, vale a dire i capi locali. Più in basso c’erano gli indios ricos, cioè ricchi proprietari o commercianti. Un censimento fatto alla fine del secolo XVII registra più di mille indios ricos nella sola zona del Cusco.


La giustificazione della Fede

Questo atteggiamento benevolo nei confronti delle élites indigene era conseguenza della fede cattolica che animava la Conquista. Leggiamo in una Reale Cedola di Filippo II, nel 1557: «Molti indigeni erano, ai tempi della loro infedeltà, signori e governanti di popoli. Dopo la loro conversione alla nostra Santa Fede Cattolica, è naturale che essi conservino i loro diritti, perché non è buono che la loro sudditanza a Noi li sminuisca in nessun modo».

Ed era appunto la Fede la forza dietro l’epopea spagnola nel Nuovo Continente. «La nostra intenzione principale – affermava Isabella la Cattolica nell’atto di ordinare la conquista – è introdurre la nostra Santa Fede Cattolica, cercando di attrarre ad essa i popoli indigeni».

Da parte sua l’Imperatore Carlo V decretava: «Il nostro principale intento e desiderio è quello di portare gli indigeni alla conoscenza del vero Dio Nostro Signore, e di far loro accettare la sua Santa Fede».

Il figlio Filippo II è ancor più esplicito: «Non desidero altro che la conversione di questi indigeni alla nostra santa fede cattolica”.
È chiaro che una tale impostazione riesce indigesta a liberali e anticlericali di tutti i tempi. Ed è forse nell’odio covato nelle loro anime che dobbiamo trovare l’origine della “leggenda nera”, sulla quale ci proponiamo di ritornare.

 

(RC n. 15 - Giugno 2006)