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Radici Cristiane n. 74 - Maggio
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Raffaello, da Firenze a Roma

Dal 19 maggio fino al 27 agosto la Galleria Borghese di Roma ospita circa 60 opere (dipinti e disegni) realizzate da Raffaello tra il 1504 e il 1508. L’occasione permette anche di godere le magnifiche sale della Galleria che contengono tra i più alti capolavori d’arte al mondo.

di Michela Gianfranceschi

Non è facile scrivere di Raffaello. Non lo è perché la sua opera, per quanto riconosciuta come assoluta, rappresenta un ideale di armonia ed equilibrio che oggi, in cui l’eccesso viene indicato come criterio di “artisticità”, non è di moda. Inoltre è difficile descrivere un’arte che rasenta la perfezione formale, eppure coinvolge, emoziona.

Raffaello non contorce le figure, non esagera, non minimizza. La sua è una rappresentazione a metà tra la natura e l’idea. Ma ricolma di calore umano. Si apprezza il tentativo della Galleria Borghese di rilanciare (come se ce ne fosse bisogno) i propri spazi proponendosi oggi come luogo di esposizione, oltre che come inesauribile pozzo di meraviglie che non di rado vengono temporaneamente inviate ad altri musei e gallerie del mondo.


La pala Baglioni

Il titolo della mostra è “Raffaello, da Firenze a Roma”. Quindi il riferimento cronologico delle opere comprese nella selezione è molto breve: dal 1504 al 1508. Il nodo cruciale (e l’idea di partenza dell’esposizione) è la nota pala Baglioni, parte della collezione permanente della Galleria, datata 1507. Viene oggi esposta insieme alla cimasa con la figura dell’Eterno e gli angeli (Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria) e alla predella con le figure allegoriche delle tre virtù teologali dipinte in monocromo (Pinacoteca Vaticana).

La pala fu commissionata a Raffaello da Atalanta Baglioni, di nobile famiglia perugina, perché facesse parte dell’arredo della cappella di famiglia nella Chiesa di San Francesco al Prato a Perugia. In quegli anni le sanguinose contese cittadine per il potere avevano visto Grifonetto Baglioni, figlio di Atalanta, partecipare a una congiura contro parte della famiglia. Successivamente lo stesso Grifonetto venne trucidato dalla fazione avversa. La madre Atalanta, che lo aveva maledetto per l’eccidio di cui si era macchiato, era accorsa alla fine accanto al figlio morente, perdonandolo. Ella volle perciò rendere un tributo al proprio dolore di madre tramite l’opera di Raffaello.

La composizione del dipinto ebbe un’elaborazione complessa, testimoniata da 16 disegni preparatori che ci sono rimasti e che sono in parte esposti nella mostra. Raffaello pensò dapprima a un compianto, sulla base di spunti iconografici di Perugino, poi preferì un’impostazione più drammatica e coinvolgente come il trasporto del corpo di Cristo al sepolcro. Inoltre decise, per esaudire il desiderio della committente, di inserire all’interno della tela anche il momento dello svenimento di Maria sorretta dalle pie donne, solitamente legato alla rappresentazione dell’andata al Calvario o della Crocifissione.

L’iconografia finale del dipinto è articolata: alla sinistra della composizione il corpo esanime del Salvatore viene trasportato verso il sepolcro nella roccia. Maria Maddalena piangente gli tiene una mano. Alla destra, la madre di Gesù sviene per il dolore. La figura del giovane portatore al centro del dipinto funge da cesura tra le due scene. La composizione è ricca di citazioni di opere classiche e contemporanee: da Michelangelo (per la figura di Cristo e per una delle pie donne inginocchiate) a Mantegna, al sarcofago romano con il trasporto del corpo di Meleagro, citato da Leon Battista Alberti come eccellente riferimento per la pittura di storia, nel suo De Pictura.

Raffaello conosce l’arte del suo tempo e ne trae spunto per creare un’opera forte, coinvolgente, quasi teatrale. Semmai una critica che è stata rivolta alla tela è quella di essere rappresentativa di troppi stati d’animo. Troppo mimica, insomma, nella resa del dolore. Eppure la pala Baglioni fu apprezzata moltissimo, tanto che solo un secolo dopo fu protagonista di uno dei più noti trafugamenti di opere della nostra storia. Nella notte tra il 18 e il 19 marzo del 1608 il dipinto venne sottratto alla chiesa di San Francesco e alla città di Perugia, per volere di Paolo V Borghese, forte della complicità del governatore e di alcuni frati del convento. Il pontefice lo donò al nipote, il colto cardinale Scipione Borghese, il quale andava all’epoca costituendo una delle più preziose raccolte d’arte di Roma. Il motu proprio del papa pose termine alle proteste dei perugini dichiarando Il trasporto di Cristo una donazione pura, mera, perpetua et irrevocabile al cardinal nipote (11 aprile 1608).


Raffaello nei primi anni del secolo

Raffaello (1483-1520) nacque a Urbino e cominciò ad apprendere i rudimenti della pittura dal padre Giovanni di Sante di Pietro, modesto artista. Non si sa per certo quando entrò nella bottega del Perugino. Nel 1500 veniva già indicato come “maestro” nelle commissioni delle opere in ambito umbro-marchigiano. Una lettera del 1504 scritta da Giovanna Feltria, moglie di Giovanni della Rovere e sorella di Guidubaldo da Montefeltro, al gonfaloniere di Firenze Pier Soderini, raccomandava il giovane Raffaello che aveva desiderio di trasferirsi nella capitale toscana.

Egli si era già fatto notare per le sue qualità. A Firenze (e qui si apre il periodo curato dalla mostra) Raffaello entra in contatto con la grande arte del nuovo secolo: di quegli anni sono i cartoni di Leonardo e Michelangelo con le battaglie di Cascina e Anghiari realizzati per la sala grande del Palazzo della Signoria. Di quegli anni sono La Gioconda di Leonardo, il David e il Tondo Doni di Michelangelo. Raffaello esplora e osserva i tesori del Quattrocento fiorentino fino appunto alle opere contemporanee.

Questo è il periodo delle numerose Madonne con Bambino. Egli crea una gamma vastissima di dipinti su questo tema, sfruttando gli spunti che gli venivano dall’arte di Leonardo, Michelangelo, Donatello. In mostra sono presenti la Madonna con Gesù e San Giovannino, detta La bella giardiniera (Parigi), La Madonna Aldobrandini (Londra), La Madonna Esterhazy (Budapest). Non può lasciare indifferenti il volto dolce di Maria, che comprende in un’espressione indefinibile l’amore e il dolore materno; i simboli della passione, resi con gli oggetti (fiori rossi, croci), con i gesti, diventano in queste tele espressioni e gesti così naturali e quotidiani da commuovere l’animo profondamente. È la naturalità mista a un sentore di assoluto che rende la pittura di Raffaello tanto unica. Il simbolo diventa realtà, ma una realtà tanto bella che si desidera imitarla.

Anche nei ritratti, numerosi in questo periodo, si può riscontrare un’attenta e vigile osservazione del dato naturalistico, ma in vista di un finale valore paradigmatico. Ne sono esempi: La dama con il liocorno, il Ritratto di uomo (entrambi nella collezione della Galleria Borghese), i vari ritratti di giovani presenti in mostra e, naturalmente, La Fornarina (Roma, Palazzo Barberini).
 
Quest’ultima opera in realtà è, se non fuori tema, fuori cronologia per quel che riguarda l’impostazione espositiva. Tuttavia, nessuno potrebbe mai rimpiangere di trovarla come quadro di apertura della mostra. Il ritratto, sulla base di vari studi e documenti, viene ricondotto a Margherita, figlia di un fornaio senese, giovane amata da Raffaello e qui rappresentata svestita, con un turbante e un bracciale con la firma di Raffaello incisa. Il ritratto, pur nella sua dolcezza e intimità, acquista toni quasi allegorici e quella che era una donna sembra diventare un personaggio mitico, una sibilla, forse.


Il talento e il carattere

Si è parlato molto dell’indole gaudente di Raffaello, che secondo Vasari addirittura morì per gli eccessivi sforzi amorosi a soli trentasette anni. Certo le leggende sono sempre molte e in alcuni casi seducenti. Piuttosto è certo che egli avesse un carattere amabile e risultasse facilmente gradito in società. Piacque a committenti e pontefici e la sua produzione, soprattutto negli ultimi anni romani, è ricchissima e di altissima qualità. Scrisse Ludovico Dolce: «So bene io che in Roma, mentre che Raffaello viveva, la maggior parte sì de’ letterati come de’ periti dell’arte lo anteponevano nella pittura a Michelagnolo» (Dialogo della pittura, 1557).

A differenza del più ombroso Michelangelo, si circondò di allievi cui delegava gran parte del lavoro nei cantieri, dove manteneva la supervisione. Dunque un atteggiamento moderno e mondano. Un talento del genere doveva necessariamente poggiare su di una natura varia e probabilmente con qualche contraddizione.

Ci piace concludere con la citazione di un quadretto del 1505 presente in mostra, Il sogno del cavaliere (Londra), in cui un giovane addormentato è diviso tra le tentazioni del vizio e i consigli della virtù. La fonte letteraria è stata individuata da Chastel nel poema ermetico Punica di Silio Italico (ritrovato da Poggio Bracciolini nel 1417 e molto noto a Firenze) che descrive il sogno del giovane Scipione. Il dipinto, come molti altri presenti, faceva già parte della collezione Borghese.

Dunque la mostra, pur se dispersiva, considerando il fatto che la Galleria Borghese non ha uno spazio espositivo a parte e deve mescolare le opere in mostra con quelle della collezione permanente, diviene occasione per osservare molti quadri di Raffaello in quella che è stata la loro originaria collocazione per secoli.

(RC n. 16 - Luglio 2006)