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Radici Cristiane n. 74 - Maggio
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La scienza, legata alla fede, entra nel cuore di tutti

L’attuale discussione sull’ambiente vede inasprirsi il confronto tra una concezione biocentrica ed ecocentrica, di matrice relativista e l’etica antropologica, di origine cristiana.

di Mario Masi

L’attuale discussione sull’ambiente vede inasprirsi il confronto tra una concezione biocentrica ed ecocentrica, di matrice relativista e l’etica antropologica, di origine cristiana.
Alla seduzione rappresentata da facili ritorni alla natura di odore neo-positivista e neo-pagana, alla natura espressa come Gaia, una Madre Terra inviolabile, in cui l’uomo è solo un ospite indesiderato, viene a contrapporsi una visione unica del creato in cui emerge ben chiara la responsabilità superiore dell’uomo verso le altre forme di vita.

C’è quindi necessità di un impegno etico che sia volto alla difesa della vita e della salute, specialmente nelle popolazioni più povere, che non deve servire a pretesto per riproporre politiche neo-malthusiane di controllo delle nascite e dello sviluppo.
La comunicazione ambientale e scientifica si è da tempo incanalata dentro i comodi e redditizi binari del catastrofismo e del pessimismo antropologico, figlio di un biocentrismo che pone sullo stesso livello ogni forma vivente della biosfera, uomo compreso. Il risultato di tale processo è una diffusa e omologata disinformazione originata spesso da profeti di sventura che nulla hanno a che fare con la ricerca e la scienza.

Per fare chiarezza su questi temi e sulle controversie attuali abbiamo posto alcune domande ad uno dei più illustri e stimati scienziati: il Prof. Antonino Zichichi, Presidente della World Federation of Scientists e della Fondazione Ettore Majorana, dedito da sempre ad una corretta divulgazione scientifica.

Prof. Zichichi, nei suoi libri ha da sempre manifestato ammirazione verso l’opera di Galilei. Cosa pensa delle recenti polemiche riguardo la dichiarazione di condanna attribuita a Papa Benedetto XVI che ne hanno impedito la presenza alla Sapienza?

Il Santo Padre ha posto la ragione al centro dell’attenzione nella cultura del nostro tempo. Siamo  infatti l’unica forma di materia vivente cui è stato dato il privilegio di essere dotata di ragione. È grazie al dono della ragione che la forma di materia vivente cui noi apparteniamo ha potuto scoprire il linguaggio, la logica e la scienza.

Esistono centinaia di migliaia di forme di materia vivente, vegetale ed animale. Nessuna di esse ha però saputo scoprire la memoria collettiva permanente – meglio nota come linguaggio scritto – né le forme rigorose di logica com’è ad esempio la matematica, né la scienza che, tra tutte le logiche possibili, è quella che ha scelto il Creatore per fare l’Universo, inclusi noi stessi.

Benedetto XVI il 6 aprile 2006, rispondendo a una domanda di un giovane che partecipava in Piazza San Pietro a un incontro in preparazione della Giornata Mondiale della Gioventù, rispose dicendo che Galileo Galilei considerava la Natura e la Bibbia due libri scritti dallo stesso Autore.
Negare a Benedetto XVI il diritto di portare ai giovani il messaggio della grande alleanza tra Fede e Scienza è atto di oscurantismo, non di laicità.

Senza ragione quindi non avremmo potuto scoprire la Scienza?

Proprio così. Questa straordinaria avventura intellettuale inizia, appena 400 anni fa, con Galileo Galilei che chiamava “Impronte del Creatore” le prime leggi fondamentali della natura da lui scoperte.
Queste impronte potevano anche non esistere. E invece Galilei era convinto che dovevano essere presenti addirittura nella materia “volgare”. Per atto di Fede nel Creatore, Galilei iniziò a cercare quelle impronte studiando le pietre, da tutti considerate esempi di materia che non avrebbe potuto essere depositaria di verità fondamentali.

Ecco il significato del “volgare”. Basti un esempio: per l’antica cultura cinese le verità fondamentali erano depositate nelle stelle. E così per tante altre culture. Galilei pensava invece che, essendo ogni cosa opera dello stesso Creatore, le impronte dovevano essere dappertutto: nelle stelle e nelle pietre.

La scienza può fare a meno della fede?

La scienza deve entrare nel cuore di tutti. Non come nemica di quei valori che noi scopriamo studiando la sfera trascendentale della nostra esistenza, ma scoprendo che la logica del Creato ha in sé questi valori. Ecco un motivo di fondo che lega la scienza alla fede.
La Scienza, ha ricordato Benedetto XVI, nasce da quell’atto galileiano di umiltà intellettuale: Colui che ha fatto il mondo è più intelligente di tutti noi, filosofi, poeti, artisti, matematici, nessuno escluso. Se vogliamo conoscere quale logica abbia scelto il Creatore per fare il mondo c’è una sola strada: porGli domande in modo rigoroso.

Nel corso di diecimila anni, dall’alba della civiltà al XVI secolo, tutte le culture si erano illuse di sapere decifrare il Libro della Natura senza mai porre una sola domanda al suo Autore. Ecco perché a nessuna cultura era toccato il privilegio di scoprire una legge fondamentale della natura.

Benedetto XVI quindi sta percorrendo la strada segnata dal suo predecessore?

Giovanni Paolo II, il 30 marzo 1979, in Vaticano, presenti i rappresentanti dei fisici di tutta Europa, definì Galileo figlio legittimo e prediletto della Chiesa Cattolica. Egli riportò a casa i tesori della scienza galileiana e Benedetto XVI di questi tesori è oggi il massimo custode nella continuità culturale del suo Apostolato con quello di Giovanni Paolo II che, spalancando le porte della Chiesa Cattolica alla scienza galileiana, dette vita alla grande alleanza tra fede e scienza.

Di questa alleanza è prova la frase «Scienza e Fede sono entrambe doni di Dio», incisa su ferro ed esposta agli scienziati di tutto il mondo al Centro di Cultura Scientifica Ettore Majorana a Erice.
La cultura del nostro tempo è detta moderna, ma in effetti è pre-aristotelica. Infatti né la logica rigorosa né la scienza sono ancora entrate nel cuore di questa cultura che – come ha scritto Benedetto XVI nel Suo discorso alla Sapienza – «costringe la Ragione ad essere sorda al grande messaggio che viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza. Così facendo questa cultura agisce in modo da non permettere più alle radici della ragione di raggiungere le sorgenti che ne alimentano la linfa vitale».

Nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a Roma c’è un’altra famosa frase di Giovanni Paolo II: «La Scienza ha radici nell’immanente ma porta l’uomo verso il Trascendente». È la sintesi più bella di ciò che dice Benedetto XVI.

Un certo ambientalismo capitanato dal fresco Nobel Al Gore sostiene che l’uomo ha causato la rottura dell’equilibrio climatico. Qual è la sua opinione?

Con il clima la Scienza rischia di perdere la sua credibilità. Il grande pubblico desidera sapere se è vero che le attività dell’uomo stanno modificando il clima di questa nostra navicella in viaggio attorno al Sole.
Per capire se è vero bisogna migliorare, soprattutto, gli strumenti di misura e la loro sensibilità. Un modello matematico, infatti, non potrà mai essere più preciso dei dati usati per metterlo in grado di descrivere l’evoluzione atmosferica.

Uragani, alluvioni, siccità sono una minaccia alla pace nel nostro pianeta. Ne sono convinti i membri del Comitato norvegese per il Nobel all’ex vicepresidente USA Al Gore e all’IPCC, il Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici. Un organismo che fa parte delle Nazioni Unite, ma che è nato in Italia, a Erice.

È una fatto poco conosciuto questo, c’è lo può raccontare?

L’idea fu concepita a metà degli anni Ottanta nell’ambito dei seminari sulle emergenze planetarie, un appuntamento durante il quale da circa trent’anni scienziati di ogni nazione s’incontrano a Erice per discutere dei problemi del nostro Pianeta.
Era il 1986 quando, insieme al Professor Obasi, allora Direttore dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale, decidemmo di creare un comitato di scienziati che si occupasse di questioni legate al clima.

Lo scopo era fissare basi scientifiche rigorose per lo studio dei mutamenti climatici e degli effetti delle attività umane sull’inquinamento ambientale. Il gruppo era formato all’inizio solo da 50 membri, tra cui Tsung Dao Lee, allievo di Fermi, Premio Nobel per la fisica nel 1957. Fu lui a introdurre nello studio del clima le turbolenze, alla base di tutti i modelli climatologici.
Negli anni successivi il comitato si ampliò, perdendo la sua originaria connotazione e trasformandosi in un organismo dell’ONU: l’attuale IPCC, che adesso conta ben 2500 membri.

Come giudica l’attuali risultati diffusi riguardanti la climatologia?

Il Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici ha portato il grande pubblico a credere che la scienza abbia capito tutto del clima. Se fosse vero, il destino del nostro Pianeta sarebbe privo di incertezze e sotto il rigoroso controllo della scienza. Ma non è così.
Il problema principale è la descrizione matematica del clima, basata su equazioni che, però, non hanno una soluzione definita, ma solo delle approssimazioni numeriche, per giungere alle quali è necessario fissare prima alcuni parametri. Le faccio un esempio.

Il padre della matematica che descrive i fenomeni meteo-climatologici, John Von Neumann, già 50 anni fa spiegava così ai suoi allievi le difficoltà di questo tipo di equazioni: «Se mi date quattro parametri liberi vi costruisco un modello matematico che descrive esattamente quello che fa un elefante. Ma se mi permettete di aggiungerne un quinto, vi prevedo che l’elefante volerà». I modelli climatici hanno più di cinque parametri.
Come i climatologi, anche noi fisici tentiamo di fare previsioni, per esempio sul livello di energia in corrispondenza del quale dovrebbero esistere nuove particelle. Tuttavia, nonostante la matematica che noi usiamo sia più accurata di quella adoperata in climatologia, abbiamo problemi nel fare previsioni. Ma queste predizioni non hanno alcuna conseguenza sulla vita di tutti i giorni. Al contrario, le previsioni legate ai modelli climatici hanno enormi ricadute sul futuro.

Mi riferisco ai costi sulla società. Se queste previsioni si rivelassero inesatte, potrebbero comportare uno spreco di miliardi di dollari e coinvolgere la responsabilità di molti Governi in tutto il mondo, impegnati a contrastare questa crisi ambientale.

(RC n. 33 - Aprile 2008)