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Radici Cristiane n. 74 - Maggio
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Satana: padre della menzogna e omicida

Il Cardinale Medina Estévez continua in questo articolo le sue riflessioni sull’importanza del dovere della verità ai giorni nostri. Dopo aver analizzato nel numero precedente il bisogno metafisico della verità, sia nel giusto tributo dovuto a Dio, sia come fondamento dell’umana convivenza, egli ci dimostra questa volta come la menzogna sia l’opera del Maligno e ci farà vedere come i cattolici debbano comportarsi in un’epoca di disprezzo della verità e di esaltazione dell’inganno.

di Jorge Medina Estévez

Il padre della menzogna c’è e agisce

Per la fede cattolica l’esistenza del demonio e della sua nefasta attività sono dati fuori discussione. Detto con tutta semplicità, il demonio esiste e agisce. Questa verità è contenuta nella Bibbia, è stata affermata da Nostro Signore Gesù Cristo e forma parte dell’insegnamento del magistero della Chiesa, espressa molto di recente nel Catechismo della Chiesa Cattolica (C.C.C., nn. 391ss.;538ss;1086;1237;1673;1707s.;2482;2851).

Gesù Cristo, Nostro Signore, che definisce se stesso come «la Verità» (Gv. 14,6), qualifica il diavolo come «menzognero e padre della menzogna» (Gv. 8,45), come se l’essere demoniaco avesse la sua espressione preferenziale nell’inganno, nella falsità e nel rifiuto della verità.

Se, come dice Gesù «la verità vi farà liberi» (Gv. 8,32), perché nessuno è più libero di colui che abbraccia il bene, chi soccombe alle insidie del male giunge ad essere, come dice il Vangelo, uno schiavo di Satana (Gv. 8,34), sottomesso alle catene della menzogna che è una distorsione dell’essere, una violenza al bene, una rottura dell’armonia e una frattura dell’unità.

Se consideriamo l’origine della condizione diabolica, vedremo che la sua ribellione consistette in un colossale rifiuto della verità: “non serviam”, non servirò, non mi umilierò, non riconoscerò il Figlio di Dio, nello stato della sua incarnazione, quale superiore a me e al quale devo onore, sottomissione e adorazione, dopo che Egli assunse una natura umana in tutto somigliante alla nostra, tranne che nel peccato (Eb. 4,16). Cioè, l’insensata pretesa di non essere soggetto a Dio e di negarsi a riconoscere le vie di Dio, lontane dalle nostre quanto il Cielo è lontano dalla terra (Is. 55,8s); vie di povertà, di umiltà e di ubbidienza.

Questa ribellione mossa da una assurda superbia fu un colossale attentato contro la verità, contro la suprema verità di Dio, creatore di tutto ciò che esiste e che è creditore, quindi, dell’adorazione di tutti gli esseri creati dotati di intelligenza.

È come se Satana avesse voluto usurpare per sé la condizione divina e una totale autonomia nei riguardi di Dio che nessuna creatura può pretendere perché sarebbe la negazione della propria condizione creaturale, essenzialmente ordinata a Dio e che solo in Lui, nella sua conoscenza, nella sua adorazione, nel suo amore e nella sua ubbidienza può raggiungere la pienezza e, pertanto, la sua verità.


Una bugia all’origine di tutti i peccati

Il racconto biblico della tentazione dei primi padri si colloca agli albori dell’umanità (Gn. 3, 1-19). Il demonio si presenta loro insidiosamente e mentisce dando al precetto divino un’estensione che non aveva.

Dopodiché torna a mentire e presenta Dio come egoista e desideroso di non condividere la sua felicità e il suo dominio, assicurando loro, con una terza bugia, che dalla disubbidienza non soltanto non sarebbe risultato per loro nessun male, bensì che avrebbero acquisito una qualità divina, facendosi arbitri del bene e del male, godendo di una completa autonomia che avrebbe loro permesso di agire senza riferimento a Dio.

In questo episodio, basilare per la storia dell’umanità, rimane patente – in maniera che oserei chiamare “programmatica” – ciò che costituirà la nota tonica permanente dell’azione diabolica: la bugia, l’inganno, la falsità, l’alterazione della realtà, la presentazione del male come se fosse un bene e del bene come se, in definitiva, fosse un danno.

Lungo tutta la storia dell’umanità questa sarà la strategia permanente del Maligno: la confusione dei valori, l’appetibile del male sotto un aspetto che si presenta come bene e la falsa promessa della pienezza fondata sulla possessione di qualcosa di effimero, di apparente, in contrasto con la verità dell’essere umano.

Il racconto biblico illustra come da quel primo peccato non scaturì né la pienezza umana né la felicità, bensì la perturbazione, la diffidenza e il dolore. Penso che la descrizione biblica del primo peccato degli uomini abbia un valore paradigmatico per tutte le tentazioni e per tutti i peccati che verranno in seguito, perché in tutti questi si soccombe davanti alle apparenze. Anziché riconoscere la verità si depositano speranze illusorie, si cerca la felicità dove non può esserci e si arrecano conseguenze negative e autodistruttive.


Il Maligno ha osato persino ingannare Dio

Nella vita terrena di Gesù e più precisamente agli inizi della sua attività pubblica, si colloca l’episodio delle tentazioni a cui fu sottoposto dal demonio (Mt. 4,1-11; Mc. 1,12s; Lc. 4, 1-13). 

In queste tentazioni, soprattutto nella seconda, appare manifestamente l’attitudine di menzognero e di tentatore. Infatti, Satana fa vedere a Gesù i regni di questo mondo e gli assicura che sono dominio proprio. Una prima falsità, perché tutto quanto esiste è, per titolo di creazione, sotto la sovranità di Dio. Non è possibile che Satana abbia voluto affermare che le realtà mondane gli sono sottomesse nella misura in cui il peccato regna in esse, poiché non è stata quella la logica della sua proposizione.
 
E subito dopo arriva un seconda bugia essenziale: l’offerta a Gesù di dargli  il dominio sul mondo, a condizione che si prostri davanti al tentatore e lo adori, ossia che lo riconosca come superiore a sé e che gli tributi un omaggio dovuto solo a Dio. 

Qui siamo in presenza di una sovversione colossale della realtà più profonda: la pretesa di assoluta autonomia e di possedere una categoria dell’essere propria a Dio e radicalmente incomunicabile. Gesù ha rifiutato la tentazione dicendo a Satana che solo a Dio si deve adorazione e che solo a Lui si deve servire ed ubbidire (Mt. 4,10; Lc. 4,8).


Anche Pietro cadde nei suoi tranelli

È interessante notare come l’apostolo Pietro, scelto da Dio per essere il capo del collegio apostolico, soffrì almeno due volte gravi insidie da Satana. Nella prima, di fronte all’annuncio di Gesù che più avanti sarebbe caduto in mano ai suoi nemici e avrebbe sofferto persino la morte, l’apostolo si ribella e dice al maestro che tale cosa non sarebbe potuta accadere. Gesù lo rimprovera severamente e lo chiama “satana”, rinfacciandogli di pensare con categorie umane divergenti dai criteri di Dio (Mt. 16,23).

Effettivamente, nei disegni amorosi e misteriosi del Padre, la salvezza dell’umanità si sarebbe realizzata attraverso la morte sacrificale di Gesù nel Calvario e questo fatto, che secondo le categorie umane appare come un fallimento e una sconfitta, sarebbe stato in realtà il trionfo della grazia, della verità e della vita.

Pietro era caduto nell’inganno e non aveva accolto la verità, anche quando questa proveniva dalla bocca di colui che è la Verità stessa, Gesù, e siccome quella verità si riferiva a un fatto che costituisce il centro assoluto del disegno salvifico di Dio, meritava bene un rimprovero e un durissimo qualificativo. Pietro non comprendeva bene ancora che «Cristo crocifisso è il potere e la saggezza di Dio» (1 Cor. 1, 24).

Nella seconda occasione, Pietro è  “setacciato” da Satana. Davanti all’imminenza  della Passione di Gesù, l’apostolo, non senza qualche presunzione, dichiara che è disposto a condividere la sua sorte e che non lo abbandonerà anche se gli altri lo abbandoneranno. Gesù gli annuncia che lo rinnegherà prima che il gallo abbia cantato due volte.

L’opera di Satana consistette nel far sì che la paura fosse sufficiente per smentirsi,  per mancare alla parola, per mentire dicendo di non conoscere Gesù e per mantenersi molto lontano dal condividere la sua ignominia.
Anche qui vediamo l’allontanamento dalla verità in un momento già molto prossimo al sacrificio di Gesù sul Calvario. Pietro, dopo uno sguardo di Gesù, si ravvide, pianse, promise amore e fedeltà, condivise finalmente la sorte di Gesù (Mt. 26,69-75; Mc. 14,66-72; Gv. 18, 17.25-27).


Mentendo il diavolo divenne “omicida fin dall’inizio”

Nel Vangelo di san Giovanni si trova una polemica di Gesù con gli ebrei (Gv. 8,12-41) e nel duro scambio di rimproveri, il demonio occupa un luogo importante. E lì che Gesù lo chiama “padre della menzogna” e lo qualifica inoltre come “omicida fin dall’inizio” alludendo alla sua istigazione al primo peccato che portò come retribuzione la morte. Lì parla anche della schiavitù alla quale si sottomette chi pecca, facendo un uso cattivo della libertà e cadendo nelle reti del Maligno, che sono  radicalmente false.

Il rimprovero di Gesù ai suoi avversari era, fondamentalmente, la loro renitenza a riconoscere la verità ed Egli stesso come suprema verità e per questo li segnala come figli del maligno, di colui che si oppone sempre alla verità e si sforza per indurre gli uomini a rifiutarla.

Penso che in ogni tempo gli uomini si vedono costretti a confrontarsi sia con la necessità di doversi sforzare per conoscere la verità e aderirvi, anche a costo di soffrire inconvenienti fino al punto della persecuzione, sia con l’imperativo di scoprire l’errore molte volte ammantato di verità, visto che, come dice san Paolo, il demonio ha la capacità di presentarsi come angelo di luce (Cor. 11, 14).


[Questa è] la nota tonica permanente dell’azione diabolica: la bugia, l’inganno, la falsità, l’alterazione della realtà, la presentazione del male come se fosse un bene e del bene come se, in definitiva, fosse un danno.
Lungo tutta la storia dell’umanità questa sarà la strategia permanente del Maligno: la confusione dei valori, l’appetibile del male sotto un aspetto che si presenta come bene e la falsa promessa della pienezza fondata sulla possessione di qualcosa di effimero, di apparente, in contrasto con la verità dell’essere umano.

 

(RC n. 16 - Luglio 2006)