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Radici Cristiane n. 74 - Maggio
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Il "mirabile composto delle arti": il Barocco romano

La cultura barocca che si sviluppò nel XVII secolo costituì il vanto e il primato di Roma. Le importanti committenze dei pontefici e l’opera di grandi artisti contribuirono a sconvolgere il linguaggio artistico non solo in Italia, ma in tutta Europa e nelle terre oltreoceano. Attualmente una mostra a Castel San’Angelo racconta le meraviglie del Barocco romano.

di Michela Gianfranceschi

Nel Seicento l’arte barocca fu una vera e propria rivoluzione linguistica. Demonizzata da una certa storiografia filo classicista, non è considerabile assolutamente come negazione dei principi dell’arte antica e rinascimentale. Semmai è la complessa e contraddittoria somma dei valori del bello antico, dell’equilibrio quattrocentesco e dell’inquietudine manieristica, mescolati fra loro e assemblati così da creare “lo spettacolo”.

Perché il Barocco è spettacolare, è magniloquente, vuole suscitare stupore in chi guarda, vuole meravigliare. L’arte come meraviglia. Cosa c’è di più sublime di ricercare un’estetica del meraviglioso? Solo con essa si potrà davvero raccontare la potenza di Dio, la mirabile vita dei santi, il dramma delle incertezze e delle sofferenze umane, l’estasi della scoperta del divino.


La mostra

Fino al 29 ottobre, Castel Sant’Angelo ospita la mostra Roma barocca. Bernini, Borromini, Pietro da Cortona, che racconta una parte cospicua di quella temperie culturale che cambiò il voltò della città eterna.
L’evento è promosso dal Comitato Nazionale “Roma e la nascita del Barocco”, che ha già proposto convegni, incontri, pubblicazioni scientifiche, campagne di restauro e mostre per indagare gli aspetti costitutivi del Seicento a Roma. La mostra a Castel Sant’Angelo ha il pregio di analizzare gli aspetti formali e tecnici, di scendere perciò nel dettaglio analitico, e insieme di rendere una dimensione sintetica, che chiarisca i principi portanti nascosti dietro la concretezza oggettuale.

Tuttavia l’organizzazione ha qualche difetto: non riesce a svincolarsi (e forse neppure lo vuole, viene da pensare) da un’impostazione rigidamente filologica e documentaria, adatta certo a una relazione scientifica, ma non all’esposizione di oggetti d’arte per il grande pubblico.
Il visitatore si ritrova, perciò a sostenere la spossante lettura di lunghi e impegnativi pannelli esplicativi, tentando di sopperire in un’ora alle conoscenze artistiche accumulabili in una vita.

Nonostante questo, nonostante cioè sia una mostra da dividere magari in dieci, è un’impresa molto interessante, piena di spunti, di prospettive, colta e ben esposta, che può aprire mille strade (e le sta già aprendo, grazie ai lavori del Comitato Nazionale sopra citato) per la ricerca scientifica che voglia indagare la variegata struttura culturale del Barocco.


Roma barocca

La mostra pone in primo piano, nell’enorme quantità di argomenti da trattare, l’architettura, cioè il volto che progressivamente Roma acquista alla conclusione dei cantieri barocchi. Palazzo Barberini, la chiesa dei Santi Luca e Martina, Sant’Ivo alla Sapienza, il Collegio di Propaganda Fide, Piazza Navona, la basilica Vaticana, il colonnato di San Pietro, sono solo alcuni esempi degli argomenti introdotti e certificati di volta in volta da disegni, piante, progetti e ricostruzioni antiche e moderne.
I motivi architettonici si mescolano allo splendore delle arti decorative e ai ritratti dei protagonisti dell’epoca. Tre differenti sezioni sono dedicate alle figure dei tre papi committenti eccezionali: Urbano VIII Barberini (1623-1644), Innocenzo X Pamphilj (1644-1655) e Alessandro VII Chigi (1655-1666).

Una sezione della mostra è dedicata a quelle opere architettoniche rimaste su carta e mai realizzate, come la Villa del Pigneto Sacchetti di Pietro da Cortona e i progetti borrominiani per San Giovanni in Laterano e San Paolo fuori le Mura.

È molto suggestiva la ricostruzione, realizzata appositamente per la mostra, del cosiddetto “Foro Pamphilj” di Borromini a Piazza Navona costituito dal palazzo di famiglia, dalla chiesa di Sant’Agnese e dalla Fontana dei Fiumi, quest’ultima posta a confronto con il modello di Bernini. È esposto anche il modello ricostruttivo della Galleria voluta da Alessandro VII nel palazzo del Quirinale, con gli affreschi su disegni di Pietro da Cortona, di recente restaurata.

Inoltre, dal Museo della Fabbrica di San Pietro sono state concesse in prestito alcuni oggetti meravigliosi, tra cui la prima versione fatta da Bernini della cattedra di San Pietro e il modello in gesso a grandezza naturale di un bassorilievo di Stefano Speranza posto nella Loggia delle reliquie.


Il linguaggio del Barocco

Giovan Lorenzo Bernini (1598-1680), Francesco Borromini (1599-1667) e Pietro da Cortona (1596-1669) sono le grandi personalità artistiche che producono indelebili mutamenti formali e concettuali nell’arte contemporanea e successiva.

Ma non tutti furono d’accordo; scriveva il teorico Francesco Milizia agli albori del Neoclassicismo: «Borromini in architettura, Bernini in scultura, Pietro da Cortona in pittura, il Cavalier Marino in poesia sono la peste del gusto; peste che ha appestato gran numero di artisti».

Malgrado questo post-giudizio fazioso, l’arte romana era al centro del dibattito artistico europeo per la portata innovativa delle sue creazioni. La forza sta nel fatto che il Barocco, come si è già ricordato, non rinnega nulla, utilizza e riutilizza il passato in vista di un “meraviglioso composto delle arti”, secondo la formula artistica di Bernini.
L’architettura, la scultura, la poesia, il teatro, tutto veniva convogliato nella creazione barocca. L’artista raccomandava in particolare lo studio del bello antico ai giovani apprendisti, perché solo dalla base certa della bellezza formale si può sviluppare l’immaginazione verso il meraviglioso e il grande.

I riferimenti all’antico sono difatti sempre presenti nelle opere berniniane (ad esempio ricorre spesso la rotonda del Pantheon nei suoi progetti), ma tutto acquista un’espressione originale e sperimentale. È inoltre importante ricordare che l’uomo del Seicento non può ricordare l’antico ignorando il ruolo di mediazione svolto dalla cultura rinascimentale.
Il prospetto di palazzo Barberini (1629-1632), elaborato da Bernini, afferma una ripresa di «toni alti» e rifiuta la «neutralità linguistica che delega alla decorazione gli aspetti innovativi e simbolici», come scrive Paolo Portoghesi, curatore della mostra con Marcello Fagiolo.
Successivamente, con il Baldacchino sulla tomba di San Pietro (1624-1633), l’artista definirà il rapporto simbiotico tra architettura e scultura, rievocando la sintesi ricercata a suo tempo da Bramante e la lezione michelangiolesca.

Anche Borromini è legato all’antico, e si concentra particolarmente sul ritrovamento di aspetti sintattici e su particolari ancora non rielaborati dalla cultura rinascimentale. Il suo linguaggio architettonico è fortemente innovativo, sempre riconoscibile.

Nella lettera di dedica del suo scritto Opus Architectonicum si legge la seguente dichiarazione di poetica: «chi segue altri non gli va mai innnanzi, ed io al certo non mi sarei posto a questa professione, col fine d’esser solo Copista, benché sappia, che nell’inventare cose nuove, non si può ricevere il frutto della fatica se non tardi».

Dunque la cultura artistica del passato viene utilizzata per proporre un linguaggio visivo nuovo che comprenda più suggestioni possibili. Le forme classiche si mescolano a quelle mutuate dalla natura.
Gli intellettualismi e i giochi prospettici si legano alla geometria e alla definizione della luce. Per vedere un’opera d’arte esistono infiniti punti di vista. Anche le creazioni architettoniche di Pietro da Cortona, più noto come pittore, sono riconducibili a questo discorso di utilizzo dell’antico, nel suo caso in direzione di una modulata continuità spaziale delle forme.


Il “mirabile composto”

Il Barocco, se scendiamo ora maggiormente nella sua essenza e tralasciamo l’analisi formale, per quanto condotta per sommi capi, racchiude in sé valenze contrastanti: c’è una tendenza all’eccesso, all’esagerazione, alla tragicità del sentimento.
 
L’enfasi drammatica tuttavia si sposa senza soluzione di continuità con l’aspetto della festa, dello spettacolo, della magnificenza estrema. Nell’arte barocca c’è qualcosa di sfrenato eppure di raccolto, di intimo; si pensi all’effetto incredibile che produce sull’osservatore la Trasverberazione di Santa Teresa di Bernini (1646-1652) con i suoi ricchi panneggi, la luce, l’oro, il biancheggiare del marmo, che nulla tolgono alla dimensione profondamente privata del momento.

Quest’arte si muove, scrive lo studioso Maravall, nella «forma di un’estrema polarizzazione di riso e pianto». Come la maschera bifronte del teatro. Il Barocco è effettivamente una forma teatrale e, anche in quanto tale, somma in sé le arti e i sentimenti in un “mirabile composto”.

(RC n. 18 - Ottobre 2006)