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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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Sotto il vessillo di Cristo

450 anni dalla morte di S.Ignazio di Loyola

L’opera di sant’Ignazio di Loyola, la Compagnia di Gesù, ha dato un nuovo slancio alla Chiesa Cattolica, portando la croce di Cristo negli angoli più remoti della Terra e arginando al contempo con grande efficacia la ribellione eterodossa e antiromana del Protestantesimo in Europa. La Compagnia è stata la culla di grandi santi, di uomini di scienza, di formidabili istituti di educazione. Nonostante la forte crisi che l’ha colpita nei recenti anni Sessanta, ancora oggi essa è la congregazione religiosa più grande della Chiesa. Ma “le grandi imprese nascono sempre nel fondo silenzioso di un cuore”. Come era questo cuore e quale il suo segreto spirituale?

di Juan Miguel Montes

La rifioritura cattolica a Roma

450 anni fa, il 31 luglio, nelle stanzette adiacenti la chiesetta di Santa Maria della Strada a Roma,  si spegneva Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti. Grandi celebrazioni davanti alle sue reliquie nella stupenda Chiesa del Gesù, che ora sorge al posto del vecchio tempio, hanno commemorato l’anniversario.

Al momento della sua morte era passato solo qualche decennio dal terribile sacco della Città Eterna da parte della soldataglia luterana al servizio di Sua Maestà cattolica Carlo V. Un’ecatombe che segnò il vortice della decadenza spirituale e morale che ammorbava la capitale del Cristianesimo, dopo la perdita del suo precedente slancio di austera religiosità e del passaggio a un vita godereccia, paganeggiante, tutta imbevuta di un animo di intrighi politici e sociali.

Eppure la presenza operosa a Roma del grande basco, assieme a quella di altri giganti della rinascita cattolica del Cinquecento come Filippo Neri, Camillo de Lellis, Francesco Borgia,  ridava alla città un vigore spirituale non visto da secoli.

Le istituzioni cattoliche rifiorivano e una vera élite morale di giovani convenuti da tutta Europa riempivano le case e i noviziati che ovunque sorgevano.

S. Ignazio, come ha detto uno dei suoi biografi, il p. Lecuria, è una di quelle figure che sanno «rivestire gli antichi misteri della Vita di Cristo di riflessi e attrattive nuove». In effetti, in che consistono le grandi rifioriture della Chiesa nel corso dei secoli, con il superamento di ostacoli immensi e crisi di ogni genere, se non nel ritrovarsi sulla strada persone e grazie che ripresentano le verità immutabili della Fede con “riflessi e attrattive nuove”?


Dal Paese Basco alla corte castigliana

I dati biografici sulla sua figura (vedi riquadro accanto) sono più o meno noti: egli nasce ad Azpeitia, nel Paese Basco, nel 1491 e viene battezzato col nome di Iñigo. Appartiene a una delle dieci famiglie più importanti del suo popolo, i cosiddetti “parenti maggiori”, che hanno stabilito un antico patto di fedeltà con la Castiglia e che godono d’ingresso franco a corte.
Tredicesimo e ultimo figlio di una famiglia di guerrieri – suo padre ha combattuto per la riconquista di Granada ai mori,  suo fratello maggiore è caduto nelle campagne d’Italia, un altro nel Messico, un’altro ancora nella guerra contro i turchi in Ungheria – Iñigo sogna di essere un prode cavaliere al servizio del re.

Anche se «educato nella pietà e nella nobiltà» (p. Nadal), per ora pensa solo al re temporale e a come servirlo da eroe. Aspira anche a condursi brillantemente agli occhi delle dame di corte. Carattere focoso in tutto ciò che fa, la sua vita in quel periodo non è esente da peccati, come egli stesso dirà nella sua autobiografia.

Serve prima come paggio di un suo parente, un ministro del sovrano, e in quanto tale impara il senso della “gentilezza” e della “cortesia”. Prende una coscienza penetrante di essere sempre “a corte”, il che lo aiuterà più tardi nella vocazione di «segnalarsi in ogni servizio del Re eterno e Signore universale», come scriverà nei suoi celebri Esercizi Spirituali.

La formazione cavalleresca e militare ricevuta rimarrà presente, lo dicono tutti gli autori, nella sua concezione spirituale posteriore. Infatti, essa si basa sull’idea di un grande combattimento in cui si vedono coinvolte tutta la storia dell’umanità, presente, passata e futura, ma anche ogni singola anima ad ogni istante. Bisogna schierarsi con Dio o con Satana,  con la città di Dio o con quella di Satana, servire sotto il vessillo di Cristo o quello di Belial, optare fra Gerusalemme e Babilonia.


La grande svolta

Ma la sua personale milizia temporale, da capitano delle truppe del viceré di Navarra, sta per finire. Ben presto cade gravemente ferito nell’assedio francese alle mura di Pamplona. Non avendo potuto trovare nella lunga e dolorosa convalescenza i tanto amati libri di cavalleria a portata di mano, incomincia a leggere la Vita di Cristo di Ludolfo di Sassonia e la Vita dei Santi (Leggenda Aurea) di Jacopo da Varazze.

I libri lo colpiscono al centro del cuore. Da questo periodo passato nella dimora avita,  uscirà con un proposito chiaro: bisogna servire il Re Universale, che è Cristo, così come hanno fatto i suoi grandi cavalieri, cioè, i suoi santi. «E se io facessi ciò che ha fatto s. Francesco o quello che ha fatto s. Domenico?», si domandava continuamente (Autobiografia).
Iñigo, che ormai incomincia a farsi chiamare  Ignazio (“uomo igneo, ardente”), in onore del santo di Antiochia, intraprende la difficile ricerca di come servire Dio nel modo più efficace. Prima si ritira dai benedettini di Monserrato dove consegna in una veglia di armi la sua spada alla celebre Vergine bruna e poi si isola ancora di più nelle montagne catalane.

Nella grotta di Manresa, presso il torrente Cordoner, riceve le grazie mistiche che gli permetteranno in 10 mesi di comporre un capolavoro assoluto dello spirito, il libro degli Esercizi Spirituali, il quale ha plasmato la vita di generazioni di religiosi e di laici. Da questa esperienza mistica, ce lo dice lo stesso santo nella sua autobiografia, emergerà «un altro uomo con un altro intelletto».


Gli Esercizi Spirituali

Il libro, che contiene una dottrina così profonda e che ha avuto dei frutti così abbondanti,  non ha proporzione diretta né con la modesta formazione intellettuale precedente del Santo né con la sua esperienza spirituale dopo il ferimento a Pamplona. Esso può essere solo il risultato di una «grande illuminazione… dall’alto», come egli stesso dirà ai posteri.

Afferma il p. Hugo Rahner (dal cui splendido studio La Mistica del Servizio - Ignazio di Loyola e la genesi storica della sua spiritualità, prendiamo abbondantemente spunto per queste note):  «Il libro degli Esercizi e la Compagnia di Gesù si configurano come l’opera di un nobile e di un soldato; il loro ideale è il magis (amore) che nasce da un sentimento di nobiltà e che si realizza nella discrezione del servizio».

Questi celebri Esercizi Spirituali costituiscono un metodo per la conversione dei cuori a Gesù Cristo mediante la riforma della vita, metodo che sant’Ignazio ha applicato prima a se stesso, poi ai suoi discepoli, e infine sono stati “fatti” in tutti gli angoli della Terra lungo quattro secoli, consolidando e confermando per sempre la spiritualità ignaziana. 

Lo storico del cristianesimo H. Bohmer l’ha definito come «un libro che ha segnato il destino dell’umanità».  P. Hugo Rahner conferma: «l’efficacia dei gesuiti nella politica, nella cultura e nelle missioni di tutto il mondo trova la sua ultima spiegazione nella loro vita spirituale, perché le imprese gloriose della Chiesa iniziano sempre nel fondo silenzioso di un cuore».
Un cuore, è il precipuo scopo degli esercizi, che deve fare una scelta di campo nella logica del Battesimo, per mettersi sotto il vessillo di Gesù Cristo. «La sostanza del libro degli Esercizi (è) il Regno e la lotta dei due eserciti, che si risolve, nella storia del mondo come anche nella vita spirituale di ogni uomo, appunto nell’accettazione dell’ignominia della croce».


Una spiritualità e un’opera ancorate alla tradizione

Da Manresa Ignazio esce con la convinzione che Dio gli chiede non soltanto la conversione individuale e la purificazione della propria anima bensì la creazione di una forte milizia spirituale, per lottare per il Regno di Cristo, inserendosi così «nella schiera dei grandi uomini, che nel corso della storia della Chiesa sono chiamati nei punti cruciali della lotta spirituale fra Cristo e Satana, per offrire, alle decisioni sempre urgenti di tutta la Chiesa militante, quel discernimento degli spiriti, che essi in precedenza hanno vissuto nella propria anima».

Il servizio al grande Re diventerà dunque ecclesiale, perché è nella Chiesa che Cristo ha il suo Regno. Dovrà dedicarsi all’apostolato e, perciò, il suo vestito di sacco di penitente sarà sostituito dalla talare dello studente di teologia.

La sua dottrina e il suo metodo spirituali verranno ancorati alla tradizione dei grandi santi che l’hanno preceduto. Da sant’Agostino prende la teologia della storia costruita sull’idea delle due Città, che sviluppa negli Esercizi nella metafora centrale del grande Re e dei due vessilli.
 
Da sant’Ignazio d’Antiochia, oltre il nome, riprende la lotta contro lo “spiritualismo” gnostico, vale a dire, la tendenza contro la ripugnanza verso la realtà umana di Cristo e della sua Chiesa. Ignazio spinge invece all’amore verso la Chiesa umana e visibile, facendo capire che l’entusiasmo autentico si misura con l’umanità di Cristo crocifisso e con quella della Chiesa. 
Da san Benedetto prenderà elementi della sua regola e l’ammirazione per il suo monachesimo lo porterà alle abbazie di Monserrato e Montecassino, dove riceve grandi grazie mistiche.

A san Francesco e san Domenico lo unisce, come abbiamo visto, un premente desiderio d’imitarli, soprattutto nella creazione di un grande movimento al servizio della Chiesa. Da  santa Caterina da Siena ammira l’amore al Papato romano. S. Bernardino da Siena verrà presentato ai suoi seguaci come colui che «nella sua condotta e nelle sue azioni, si è comportato sempre come l’istituto della nostra Compagnia ci prescrive di procedere» (p. Lancizio).  In modo particolare, a lui si ispira per la dottrina sul discernimento degli spiriti e sul “sentire cum Ecclesia”.
                    

La fine del pellegrinaggio

S. Ignazio, che nella sua autobiografia chiama se stesso “il pellegrino”, ha ormai messo le fondamenta della sua opera e intravisto il traguardo. Dopo la fondazione del primo gruppo a Montmartre, si trasferisce a Roma dove il crocifisso della Storta gli chiede di rimanere.

Diventa sacerdote, fa approvare la sua Compagnia dal Papa, accorrono giovani da tutte le parti e, al momento della morte, i suoi discepoli già hanno solcato i mari verso le Americhe e verso la Cina, appiccando dal levante al ponente il fuoco santo dell’igneo, dell’uomo ardente ma ragionevole, l’autentico cavaliere di Cristo.

(RC n. 18 - Ottobre 2006)