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Radici Cristiane n. 74 - Maggio
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Cronista di una strage rossa

Non dimenticare, a cinquant’anni di distanza, una delle pagine più tragiche e vili dell’immane sciagura comunista che è caduta sul mondo nel XX secolo, è un dovere non solo per ogni cristiano, ma per ogni uomo libero e di buona volontà.

di Emanuele Gagliardi

Dopo la morte di Stalin (marzo 1953) l’Unione Sovietica muta il proprio orientamento di politica estera nei confronti dei cosiddetti “Paesi satelliti” dell’Est europeo. Questa inversione dà la stura a conflitti sociali sino ad allora sopiti.

La prima avvisaglia della destalinizzazione – processo che avrà il suo acme con il XX Congresso del PCUS (14-25 febbraio 1956), allorché Kruscev leggerà il “rapporto segreto” sui crimini del tiranno sovietico – si avverte nella Germania Est dove nel giugno ‘53 l’annuncio dell’innalzamento degli obiettivi di produzione (cioè un aggravio – a parità di salario – delle condizioni di lavoro) provoca un’immediata e spontanea reazione che parte da Berlino Est per poi interessare le altre città industriali.

La rivolta viene repressa in quattro giorni anche con l’intervento delle truppe del Patto di Varsavia, ma i rivoltosi ottengono la revoca dei provvedimenti che l’hanno generata. I fatti d’Ungheria dell’autunno 1956, invece, sono ben più dolorosi di quelli tedeschi e sono conosciuti in Occidente in modo piuttosto vago e travisato. Insomma: la rivolta ungherese – ancorché a cinquanta anni di distanza – resta ancora una rimozione storica che pesa sulla coscienza della Sinistra.

 

Un popolo in lotta per la libertà

Il 2 novembre 1956 Indro Montanelli scriveva sul Corriere della Sera: «A Budapest, arrivandoci ieri nelle prime ore del pomeriggio, ho visto una cosa che non avrei mai creduto di poter vedere: i carri armati russi che abbandonavano la città, tallonati dalle motorette stivate di patrioti con il mitra sotto l’ascella puntato contro di loro. Se i carri avessero un capo, quelli russi, lo avrebbero mostrato chino; se avessero una coda, quelli russi l’avrebbero tenuta in mezzo alle gambe. Invece avevano un cannone, con il quale avrebbero potuto mandare in frantumi le motorette e mezza città.
 
Ma lo avevano coperto con un tappo. E se ne andavano via al piccolo trotto, ballonzolando sul selciato, in mezzo a una popolazione che non era nemmeno ostile, ma soltanto indifferente, come se non avesse fatto la rivoluzione proprio per mandarli via […]».

Ma non è così. La rivolta viene soffocata nel sangue dei carri armati che invadono la capitale magiara all’alba del 4 novembre. Sulla neonata democrazia ungherese cala la cortina di ferro. Vediamo la cronologia dei fatti:

23 ottobre: in Polonia gli operai danno vita a una rivolta antisovietica che innesca una reazione anche in Ungheria. Un’imponente manifestazione studentesca si schiera apertamente a favore del democratico Imre Nagy, contro lo stalinista Matyas Rakosi. Gli studenti chiedono libere elezioni e democratizzazione della vita sociale.
Il potere respinge le istanze attraverso i megafoni della radio di stato  e la folla insorge abbattendo i simboli del regime dalle onnipresenti stelle e bandiere rosse alle statue, a cominciare da quella del dittatore sovietico appena scomparso.

24 ottobre: Nagy è eletto presidente del Comitato Centrale del partito. Contemporaneamente entrano a Budapest i primi carri sovietici che si scontrano con una eroica resistenza. Benché l’esercito regolare ungherese si schieri con gli insorti, la sera del 25 ottobre le truppe sovietiche controllano gran parte della Capitale. Nei due giorni che seguono Nagy tenta in tutti i modi di fermare il massacro. Si parla già di oltre 1.500 morti e 6000 feriti. All’alba del 27 ottobre gruppi di operai armati occupano le fabbriche.

28 ottobre: tutte le piazze di Budapest sono presidiate dai carri russi, ma non ci sono scontri. Le strade vengono ripulite e ripristinati i servizi. Nagy parla alla radio: spiega che gli insorti non sono “fascisti”, come li aveva definiti Mosca, ma comunisti che si battono per il loro Paese, poi annuncia l’imminente ritiro delle truppe sovietiche.
Il Papa Pio XII fa sentire la sua voce in relazione agli avvenimenti ungheresi con la lettera enciclica Luctuosissimi eventus, con cui sollecita pubbliche preghiere per ottenere al popolo ungherese la pace fondata sulla giustizia.

31 ottobre: viene liberato dal governo in carica il cardinale Mindszensty, primate d’Ungheria, una delle principali figure della cosiddetta “Chiesa del silenzio”, incarcerato da Rakosi il 26 dicembre 1948 per le intransigenti posizioni anti-sovietiche.

L’accusa formale rivolta al prelato era stata di alto tradimento per avere mantenuto i contatti con l’Ambasciata americana «allo scopo di scatenare una terza guerra mondiale». Il quotidiano del Partito Comunista Italiano L’Unità il 6 febbraio 1949 pubblica una corrispondenza da Budapest in base a cui Gian Carlo Pajetta, uno dei leader del PCI, dedica al cardinale un articolo intitolato Un vinto: «Il sacerdozio e l’alta carica sacerdotale sembrano entrarci solo per inciso ma spiegano certe ingenuità del cospiratore. Il Primate d’Ungheria non è un eroe. Non è nemmeno un vigliacco. Lo ha ingannato l’America». L’apparato di disinformazione pilotato da Mosca funziona in questi anni a pieni giri.

1 novembre: l’Ungheria abiura il Patto di Varsavia, annuncia la propria neutralità e si rivolge alle Nazioni Unite per avere appoggio e protezione. Il colonnello Pal Maleter, che si è schierato con la rivolta, viene nominato ministro della Difesa. Budapest è isolata dal resto del mondo. Il 2 novembre Nagy chiede formalmente al governo di Mosca il ritiro delle truppe in quanto l’Ungheria vuole “l’indipendenza politica”.

3 novembre: è il giorno dell’inganno. Le truppe sovietiche  accolgono apparentemente l’invito del governo ungherese e abbandonano la capitale. I carri armati oltrepassano la frontiera tra manifestazioni di giubilo popolare.

Il Primate Mindszensty tiene in Parlamento un memorabile discorso in difesa della libertà che viene radiotrasmesso in tutto il Paese. Mindszensty è in effetti l’anima vera della rivolta, la sua voce più schietta, la sua ispirazione spirituale. L’attenzione internazionale, nel frattempo, si sposta su un’altra area “calda”: in Egitto è scoppiata la crisi del canale di Suez. L’Ungheria scompare dall’agenda delle priorità del mondo occidentale occidentali e dell’ONU…


La vile e tragica repressione comunista

La sera stessa i carri armati sovietici rientrano a Budapest, la occupano e aprono il fuoco contro la popolazione. Il ministro della Difesa Maleter e il Capo di Stato maggiore ungherese Generale Kovàcs, recatisi al Quartier generale russo di Tököl per trattare, vengono arrestati alla presenza del Comandante in capo sovietico Serov. La tecnica del colpo sorpresa è semplicissima: una colonna di carri, calata dalla Cecoslovacchia sul far del crepuscolo, taglia la frontiera con l’Austria, materialmente, con una enorme autoblindo di traverso alla strada. Poi, via via, tutte le città che poche ore prima erano in mano ai patrioti, finiscono presidiate dai carri sovietici, appostati in ogni crocevia.

4 novembre: all’alba la città è in fiamme, regna il terrore. Nagy si rifugia presso l’ambasciata jugoslava dopo aver rivolto un appello radio alla nazione. Alle 8 la radio nazionale ungherese cessa le trasmissioni. I combattimenti proseguiranno per settimane fino a quando tutte le sacche di resistenza saranno annientate. Si dice che i caduti ungheresi siano 25.000.
23 novembre: i sovietici insediano un nuovo governo guidato dal fedele Kadar.
24 novembre: nonostante il solenne impegno di Mosca a non intraprendere alcuna persecuzione verso coloro che per alcune settimane hanno rappresentato il legittimo governo ungherese, Imre Nagy (con la compiacenza del personale dell’ambasciata jugoslava) viene arrestato. Inizia la “normalizzazione”, termine assai “sinistro”...

 16 giugno 1958: con uno scarno l’agenzia di stampa sovietica Tass annuncia l’esecuzione di Imre Nagy, di Pal Maleter e di altri esponenti della rivolta magiara dopo un processo svoltosi a porte chiuse. Il comunicato non fornisce dettagli sul luogo in cui si è svolto il processo, sui componenti della Corte né, tanto meno, sulla data e il luogo dell’esecuzione. Nagy e i suoi collaboratori saranno riabilitati e restituiti alla memoria storica del proprio Paese solo nel 1989, dopo la caduta del Muro di Berlino.


Sangue non versato invano

Il sangue degli ungheresi, nonostante i tentativi di minimizzazione, non è stato versato invano: la rivoluzione dell’autunno 1956 provocherà numerose lacerazioni anche all’interno del Partito Comunista Italiano. Gli eventi del ‘56 sono stati un punto di svolta anche nella vita di numerosi leader politici europei, hanno strappato la maschera della dittatura totalitaria.

Molti si rendono conto dell’inconciliabilità tra marxismo, socialismo reale e democrazia, ma tanti altri non colgono l’essenza degli avvenimenti e continueranno codinamente ad appoggiare i regimi di morte. Nel periodo della rappresaglia, dopo il 1956, centinaia di migliaia di ungheresi fuggono ad Ovest, mostrando al mondo le proprie potenzialità laddove esistono condizioni paritarie, concorrenza leale e garanzie di solidarietà. Molti si batteranno per mantenere vigile l’attenzione dell’Occidente sulle condizioni dell’Europa dell’Est.

La caduta del Muro di Berlino nel 1989 e l’implosione dell’URSS nel ‘91 hanno chiuso il sipario e consegnato alla storia l’autunno ungherese, la Primavera di Praga, e i tanti aneliti di libertà sbocciati nei Paesi del blocco sovietico e soffocati nel sangue dai carri armati del Cremlino… e la storia ha il dovere di non dimenticare!


(RC n. 18 - Ottobre 2006)