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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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L'Abbazia di Farfa: una grande e antica storia cristiana

La storia dell’Abbazia di Farfa (oggi nel territorio del comune di Fara in Sabina), costituisce un esempio notevole del fondamentale ruolo svolto dai centri monastici nella storia della Civiltà occidentale, non solo come luoghi di spiritualità e come centri di irraggiamento culturale ed artistico ma anche per la loro influenza sullo sviluppo economico e politico dei territori circostanti.

di Daniele Civisca


Le origini di quello che può essere considerato come uno dei principali complessi abbaziali d’Italia sono tutt’oggi incerte. Secondo la tradizione, l’Abbazia ebbe una duplice fondazione.
La prima avvenuta ad opera di san Lorenzo Siro tra il IV e il VI secolo in un momento di forte crisi demografica e di depressione economica. L’abbazia, secondo quanto si apprende dal Liber constructionis, venne edificata nei pressi di un tempio pagano e di una villa romana in rovina.

Tuttavia, poco dopo la morte del suo fondatore, venne devastata dai longobardi che invadevano l’Italia sul finire del VI secolo.
La seconda fondazione risalirebbe invece alla fine del VII secolo ad opera del pellegrino franco Tommaso di Moriana proveniente da Gerusalemme. A seguito di una visione della Madonna, esortato a cercare in Sabina i resti di una basilica a lei dedicata, riedificò l’opera costruita dal vescovo Siro e diede luogo ad una rifondazione della comunità monastica abbandonata.

L’abbazia e i longobardi

L’occupazione longobarda della Sabina, al di là dell’iniziale impatto distruttivo, modificò profondamente l’assetto territoriale di questa zona, decretando la definitiva disgregazione dell’antico ordinamento municipale romano. Non era più Roma infatti, ma Rieti, dove si erano insediati i gruppi dirigenti longobardi, il nuovo baricentro territoriale della regione.
Il monastero di Farfa si identificò da subito come monastero di “confine”, geografico e culturale, tra il Ducato di Spoleto e il Ducato romano posto come era a ridosso di importantissime vie di comunicazione come la Flaminia e la Salaria. Grazie a questa sua posizione strategica, Farfa godette della protezione di Faroaldo II, potente Duca di Spoleto.

Da quel momento iniziò lo sviluppo dell’abbazia che si ingrandì con nuovi fabbricati e diventò sempre più ricca con lo sviluppo di piantagioni di olivi e la bonifica di molte terre circostanti. Contemporaneamente, grazie a numerose donazioni territoriali, Farfa divenne un piccolo Stato autonomo tra il Patrimonio di San Pietro e il Ducato longobardo, iniziando a svolgere un importante ruolo religioso, politico, culturale sul territorio circostante.
Uomini colti, degni e devoti, si succedono alla direzione dell’Abbazia, finché nel 774, nel pieno della crisi del sistema di potere longobardo in Italia, l’abate Probato, modificò sostanzialmente la linea politica dell’abbazia, schierandosi dalla parte dei Franchi, mostrando di possedere oltre ad una vasta cultura, anche una chiara percezione del mutare della situazione politica.

Carlo Magno

Fu soprattutto grazie a questo repentino cambio di campo che, nel 775, Carlo Magno concesse all’abbazia l’autonomia da ogni potere civile o religioso favorendo così il nascere di uno stretto legame con il Regno franco.
Farfa divenne Abbazia Imperiale, svincolata dal controllo pontificio ma vicinissima alla Santa Sede, mentre il suo periodo di splendore stimolò la ripresa culturale ed economica di tutta la Sabina.
In pochi decenni crebbe conoscendo il suo massimo splendore edilizio che ne modificò profondamente la struttura originale mentre diveniva uno dei centri più conosciuti e prestigiosi dell’Europa medievale; Carlo Magno stesso, poche settimane prima di essere incoronato in Campidoglio, visitò Farfa e vi volle sostare.

Le devastazioni saracene

Il forte legame tra Farfa e i Carolingi continuò nel corso di tutto il IX secolo e fino allo sgretolamento del loro Impero. La decadenza dell’Impero carolingio e la penetrazione dei Saraceni nell’Italia centro meridionale si rivelarono fatali per le sorti dell’abbazia.
Nell’891 Farfa venne assalita dai saraceni. Sette anni resistette l’abate Pietro I con le sue milizie ma alla fine fu costretto ad abbandonare l’abbazia che presa ed incendiata dai saraceni venne trasformata in una la base per le loro scorrerie.
Alcuni anni dopo, i monaci, rifugiatosi a Roma, passato il pericolo, tornarono a Farfa trovandola in completa rovina. Il monaco Ratfredo, divenuto Abate, iniziò la ricostruzione del complesso ultimandone nel 913 la chiesa.

Negli anni successivi l’Abbazia riprese a vivere producendo opere di grande valore come il celebre Regesto, il Chronicon ed altre importanti opere religiose mentre sorgeva il famoso scriptorium, che produsse i caratteristici codici della lettera maiuscola.
Si trattava tuttavia di un fuoco di paglia circoscritto all’aspetto culturale piuttosto che politico, perché perduta la protezione imperiale si allentò anche l’unità territoriale dello Stato di Farfa.
L’abbazia restò invischiata nelle contese politiche, lottando contro i Signori romani per difendere la sua libertà ma, priva di protezione, dovette concedere che alcune famiglie baronali si insediassero nei suoi territori divenendone di fatto padroni: la decadenza fu tale che si giunse ad avere contemporaneamente tre abati in lotta tra loro.

La rinascita di Farfa e la lotta per le investiture

Tuttavia Farfa seppe risorgere nuovamente dalla decadenza politica e morale. La ripresa si ebbe per opera dell’abate Ugo I, che introdusse la riforma nata a Cluny, non a caso in concomitanza con il contemporaneo rilancio imperiale ad opera della dinastia degli Ottoni.
Farfa riassunse i tradizionali caratteri di Abbazia imperiale e nella lotta per le investiture si schierò contro i Papi e a favore di Enrico IV. Il periodo fu caratterizzato da torbidi e violenze tanto che, nel 1097, i monaci decisero per motivi di sicurezza, di trasferire il complesso abbaziale sul sovrastante monte Acuziano, dove ancora oggi sono visibili le imponenti rovine dell’opera iniziata ma mai completata.
I possedimenti farfensi di questo periodo raggiunsero la massima espansione divenendo vastissimi come si può leggere in un Diploma del 1118: l’Imperatore Enrico V riconferma come pertinenti all’Abbazia le zone di S. Eustachio e Palazzo Madama in Roma, Viterbo, Tarquinia, Orte, Narni, Terni, Spoleto, Assisi, Perugia, Todi, Pisa, Siena, Camerino, Fermo, Ascoli, Senigallia, Osimo, Chieti, Tivoli, il territorio aquilano, il Molise, il porto e metà città di Civitavecchia.

Farfa era divenuta quindi la capitale di un vero e proprio Stato nell’Italia centrale in grado di imporre la propria volontà politica, non solo a baroni e signorotti locali, ma addirittura al Pontefice stesso.
Eppure in pochi decenni, il profondo mutamento della situazione, con il trionfo del Papato nelle lotte per le investiture, segnò l’iniziò della decadenza: il Concordato di Worms (1122) segnerà il passaggio del monastero all’autorità pontificia e con l’Abate Adenolfo (1125) verrà sancita ufficialmente la totale sudditanza al potere papale segnando l’inizio di un nuovo periodo di decadenza politica ed economica per l’abbazia che perdurò per circa tre secoli.

Farfa in epoca moderna

Al principio del ‘400, Bonifacio IX costituì l’abbazia di Farfa in Commenda introducendovi i monaci tedeschi. Con questa istituzione, Farfa non tornò certo al prestigio dei secoli passati ma le famiglie nobili che ne ebbero la Commenda, ne migliorarono le strutture e la situazione economica: gli Orsini nella seconda metà del XV secolo costruirono l’attuale chiesa consacrata nel 1496, mentre i Barberini riordinarono e ampliarono il borgo utilizzato per due grandi fiere annuali.
Il Monastero di Farfa visse da allora secoli sostanzialmente tranquilli e placidi restando, nonostante la perdita dell’importanza politica, un importante centro per lo sviluppo spirituale dell’Italia centrale.

Fu solo con l’inizio del XIX secolo che la vita dell’abbazia venne sconvolta da accadimenti politici: nel 1798 subì il saccheggio dei napoleonici; nel 1841 venne soppressa la commenda abbaziale mentre la piccola comunità monastica scomparve con l’unità d’Italia quando nel 1861 l’intero monastero e le sue proprietà vennero confiscate da parte dello Stato italiano.
Solo nel 1919 fu ricostituita dai benedettini della congregazione cassinese che vi trasferirono i monaci dell’abbazia di San Paolo fuori le mura a Roma, facendo si che questo antico e glorioso centro di religiosità e cultura tornasse a vivere e fiorire.

 

 

 

(RC n. 33 - Aprile 2008)