Clicca per andare alla Home Page

Radici Cristiane n. 74 - Maggio
Vai ai contenuti di questo numero

E' uscito il numero 74 di Maggio

EditorialiAttualità, Politica e SocietàSpecialiDossierNotizie dal mondoFede, Morale e TeologiaScienzaStoriaTesori d'ItaliaTesori d'EuropaArte e CulturaLettureLettereAgenda
home la rivista archivio copia omaggio abbonamenti contatti

Dopo Benedetto, i grandi padri del monachesimo occidentedale

Camaldolesi, vallombrosani, cistercensi, certosini, olivetani, ed altri: sono nomi che tutti conosciamo, ma di cui forse non tutti hanno chiara la origine e la storia dei rispettivi fondatori, anch’essi, dopo Benedetto, padri dei diversi rami di quel meraviglioso albero di santità che è il monachesimo cristiano.

di Maurizio Schoepflin

 La storia della Chiesa è costellata di grandi figure di santi e beati che hanno testimoniato con la loro vita il grande patrimonio di fede e di spiritualità che le appartiene. Tra queste figure si annoverano anche tanti monaci che si sono distinti non solo per l’esemplarità della vita, ma anche per l’originalità della vocazione: si tratta di fondatori di ordini monastici che hanno impreziosito la storia ecclesiastica e hanno manifestato con particolare luminosità e vigore la verità rivelata da Gesù.

San Colombano, fondatore di monasteri

Le vicende di molti di loro sono ben conosciute, mentre la notorietà di altri è assai minore. Sarà su alcuni di questi ultimi che concentreremo la nostra attenzione, nella consapevolezza che la rassegna risulterà comunque decisamente parziale.
Il primo personaggio di cui ci occupiamo è San Colombano. Della sua vita si conosce ben poco: si sa che nacque in Irlanda, da una famiglia benestante, verso la metà del VI secolo. Fu avviato allo studio delle arti liberali, ma a vent’anni, in seguito all’incontro con una devota pellegrina, maturò la vocazione che lo condusse al monastero di Benechor, nell’Ulster, dove ricevette l’ordinazione sacerdotale.

Qui trascorse numerosi anni, finché non intraprese, insieme a dodici compagni, la peregrinatio nel continente a scopo missionario: una volta approdato in Bretagna, Colombano si proponeva infatti di annunziare il Vangelo ai franchi, che, seppur già convertiti al cristianesimo, erano però lontani dal praticare le virtù evangeliche.

Si insediò in Borgogna, a Luxeuil, che divenne il centro di irradiazione in Europa del monachesimo di tradizione irlandese. Ben presto si diffuse la sua fama di taumaturgo e fu particolarmente apprezzata l’originalità della sua dottrina: egli introdusse la pratica della confessione e della penitenza private e reiterate, e l’idea di una proporzione stabilita tra gravità del peccato e tipo di penitenza, che per questo fu detta “tariffata”.
Più tardi Colombano entrò in conflitto con Teodorico, da lui accusato pubblicamente di adulterio. Nonostante che, a motivo del suo atteggiamento rigoroso, da parte di alcuni lo si volesse allontanare, egli, quasi miracolosamente, riuscì a rimanere nel continente e si recò in Italia, alla corte del re longobardo Agilulfo.
La morte lo colse nel 615, mentre dimorava nel celebre monastero di Bobbio, da lui fondato sull’Appennino tosco-emiliano.

San Romualdo e la spiritualità camaldolese

Altro grande monaco è stato Romualdo, il padre dell’ordine dei Camaldolesi. La maggior parte delle notizie sulla sua personalità e sulla sua attività ci proviene dalla Vita beati Romualdi di San Pier Damiani, che è un’opera agiografica di straordinaria grandezza.
Romualdo nacque a Ravenna da una famiglia ducale verso la metà del X secolo e morì nel 1027. Si fece monaco a Sant’Apollinare in Classe, e la sua esistenza fu costantemente percorsa dal desiderio di vivere esperienze sempre più intense di vita eremitica.

Approdò al monastero di San Michele di Cuxà, sui Pirenei. Qui emerse la sua elevata statura di leader: egli coinvolse vari compagni nel progetto di  attuare una rationabilitas eremitica, ovvero un modello eremitico razionale, che rifuggisse dagli eccessi incontrollati, pur conservando una forte carica carismatica.
Fu poi nel monastero di San Michele di Verghereto, in Romagna, e per qualche tempo sul monte Catria, nell’Appennino umbro-marchigiano. Trascorse pure un significativo periodo della sua vita a Comacchio, nella palude, luogo che prediligeva sopra tutti. Si narra che ne uscisse quasi irriconoscibile, con la pelle verde per la lunga permanenza nell’acqua stagnante.

Il suo principale intento fu quello di costituire nuovi eremi e di riformare i monasteri in senso eremitico. A Camaldoli, in terra aretina, probabilmente nell’anno 1012, egli dette vita a una struttura unica nella tradizione benedettina: una comunità che si esprime nell’unità di due esperienze monastiche, quella cenobitica e quella eremitica.

San Giovanni Gualberto e i vallombrosani

Un’altra importante figura di fondatore è quella di Giovanni Gualberto, che è all’origine della congregazione dei Vallombrosani. Circa la sua biografia si hanno pochi dati certi: nacque a Firenze intorno al 985/995 ed entrò nel monastero di San Miniato, dal quale uscì ben presto, dopo aver denunciato l’abate per simonia.

Soggiornò per qualche tempo a Camaldoli, con gli eremiti di San Romualdo, e poi salì verso Vallombrosa, in territorio fiorentino, dove lo raggiunsero altri compagni, che avevano a loro volta abbandonato San Miniato, e con i quali, verso il 1038, creò la congregazione benedettina vallombrosana, approvata da Papa Vittore II nel 1055 e basata su un’austera vita comune, sulla povertà e sul rifiuto di qualunque dono e protezione.

Il recupero del senso originario della regola di San Benedetto costituisce uno dei principali motivi ispiratori della prassi di Giovanni, che progettò una forma monastica profondamente rinnovata, ancorata alla tradizione ma aliena da ogni degenerazione e da ogni eccesso.
I Vallombrosani ebbero un ruolo di primaria importanza nell’opera di purificazione della Chiesa dal clero indegno: i papi riformatori si servirono della loro preziosa attività per rinnovare la comunità ecclesiale secondo  l’autentico spirito evangelico.
Giovanni Gualberto morì nel monastero di Passignano in Val di Pesa, circondato dalla stima e dall’affetto dei confratelli.

Roberto di Molesme, fondatore dei cistercensi

Di Roberto di Molesme, fondatore di Citeaux, ovvero del monachesimo cistercense, si hanno notizie veritiere e precise grazie alla Vita scritta agli inizi del XIII secolo.

Roberto nacque in un paese della Champagne, in Francia, da una famiglia della nobiltà locale. Fattosi monaco, dimorò in vari monasteri, fino a che, nel 1075, fondò l’abbazia di Molesme. Questa nuova fondazione ebbe grande successo e richiamò numerosi adepti, assumendo nel tempo una fisionomia sempre più simile a quella cluniacense.

Verso i settant’anni Roberto, con altri venti compagni, lasciò Molesme e si recò in una foresta nei pressi di Digione, a Citeaux, ove fondò un nuovo monastero, nel quale fosse possibile vivere osservando la regola benedettina, in spirito di povertà e semplicità, procurandosi con il proprio lavoro il necessario per il sostentamento.

I monaci rimasti a Molesme, ritenendosi danneggiati dalla partenza di Roberto, fecero pressioni sul Papa Urbano II per riavere il loro abate, che fu nuovamente assegnato a quell’abbazia. Roberto, con animo totalmente obbediente, abbandonò Citeaux e ricoprì fino alla morte, avvenuta nel 1111, la carica che gli era stata riconfermata.

San Bruno, fondatore dei certosini

Nativo di Colonia fu San Bruno, fondatore dei certosini. Vissuto tra il 1030 circa e il 1101, compì i suoi studi a Reims, dove percorse una brillante carriera ecclesiastica, diventando insegnante nella chiesa cattedrale. Nel 1075 fu chiamato a ricoprire il ruolo molto delicato di cancelliere dell’arcivescovo di Reims, che era notoriamente simoniaco: gli screzi tra i due si risolsero a favore dell’arcivescovo, che riuscì a stornare da sé almeno momentaneamente la condanna.

Bruno, disgustato, abbandonò la città e si recò nei pressi dell’abbazia di Molesme, per condurre una vita ascetica. Successivamente lasciò anche questo luogo e fondò un romitorio sul massiccio della Chartreuse, da cui derivò il nome della famiglia religiosa che si ispirò ai suoi insegnamenti.
Bruno preferì sempre la dimensione contemplativa, e non casualmente nell’ordine da lui fondato la vita cenobitica era ridotta al minimo. Si ritirò infine in Calabria, presso la località di La Torre, vicino a Catanzaro. Qui poté condurre un’esistenza molto simile a quella dei padri del deserto, che costituivano il suo ideale. Morì nel 1101, circondato da fama di santità.

Bernardo Tolomei e gli olivetani

Altra importante figura è quella di Bernardo Tolomei, che dette vita alla congregazione benedettina di Monte Oliveto. Egli nacque nel 1272 da una famosa famiglia senese. Dopo aver compiuto studi giuridici, nel 1313, insieme ad altri nobili, abbandonò la città natale e si ritirò nella solitudine di Accona, un possedimento della sua famiglia situato a qualche chilometro di distanza.

Qui, lui e i suoi compagni condussero una vita eremitica, dimorando in alcune grotte scavate nel tufo. Più tardi altri si unirono alla comunità: a quel punto Bernardo sentì il bisogno di dare una sistemazione giuridica alla nuova realtà, e per questo si recò dal vescovo di Arezzo, dal quale ottenne il riconoscimento della fondazione del monastero di Santa Maria di Monte Oliveto, che osservò una regola improntata al cenobitismo benedettino.
Una scelta innovativa operata da Bernardo fu quella di eleggere l’abate del monastero per un anno soltanto, ma a lui la nomina venne rinnovata per tutta la vita. Durante il suo abbaziato il numero dei monaci crebbe enormemente, e Bernardo poté fondare una decina di monasteri strettamente legati a quello principale e retti da un priore.

Morì a Siena nel 1348, vittima della peste contratta mentre assisteva amorevolmente i confratelli ammalati.

 

(RC n. 33 - Aprile 2008)