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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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L'Europa, "apostata da se stessa", solo in Cristo troverà la salvezza

Il Convegno svoltosi lo scorso 13 marzo 2008 all’Università Europea di Roma sul tema Crisi di identità: la civiltà europea può sopravvivere ha sollevato l’attenzione su di un tema su cui è tornato più volte Benedetto XVI, dal discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006 a quello del 28 marzo 2008, quando, in occasione del cinquantesimo anniversario dei Trattati di Roma, il Papa accusò l’Europa di essere «apostata da se stessa ancor prima che da Dio», fino a «dubitare della sua stessa identità».

di Roberto de Mattei

Il Convegno svoltosi lo scorso 13 marzo 2008 all’Università Europea di Roma sul tema Crisi di identità: la civiltà europea può sopravvivere ha sollevato l’attenzione su di un tema su cui è tornato più volte Benedetto XVI, dal discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006 a quello del 28 marzo 2008, quando, in occasione del cinquantesimo anniversario dei Trattati di Roma, il Papa accusò l’Europa di essere «apostata da se stessa ancor prima che da Dio», fino a «dubitare della sua stessa identità».


Il problema dell’identità e delle radici dell’Europa è sempre stato sottovalutato dai cattolici e non è un caso che le stesse autorità ecclesiastiche abbiano trovato in alcuni “laici” i loro migliori interlocutori. Il cardinale Ratzinger, oggi Papa Benedetto XVI, ha avuto un fecondo dialogo con l’allora presidente del Senato Marcello Pera, coautore con lui del volume Senza radici. Europa, relativismo, cristianesimo, islam (Milano 2004); recentemente è apparso un volume, dal titolo Fede e libertà. Dialoghi sullo spirito del tempo, frutto di cinque serrati colloqui tra mons. Rino Fisichella, Rettore della Pontificia Università Lateranense, e Ferdinando Adornato, presidente della Fondazione Liberal; anche questo dialogo, come quello tra il cardinale Ratzinger e Marcello Pera, ruota intorno all’identità dell’Europa e dell’Occidente: «una preoccupazione – osserva il cardinale Camillo Ruini nella sua prefazione – che ha certamente un suo motivo di immediata evidenza nella minaccia del fondamentalismo e del terrorismo di matrice islamica, ma che alla fine deriva soprattutto da ragioni interne allo stesso Occidente, come le spinte del relativismo e del nichilismo, che sembrano allontanarlo sempre di più dalle sue radici cristiane, renderlo rassegnato e incerto di se stesso».


Pera e Adornato, come altri personaggi del mondo intellettuale italiano (basti pensare a Giuliano Ferrara), hanno in comune una provenienza estranea al cattolicesimo e ai suoi valori, eppure dimostrano una sensibilità per le sorti della civiltà occidentale e cristiana maggiore di quella di tanti cattolici impegnati in politica. Si tratta di un fenomeno culturale confermato da quanto sta accadendo, da qualche anno a questa parte nel mondo di lingua anglosassone.
Oggi, chi entrasse in qualsiasi libreria americana, troverebbe sugli scaffali una moltitudine di libri che si interrogano con preoccupazione sui destini dell’Europa. Walter Laqueur, storico noto in Italia per i suoi studi sul terrorismo, ha scritto un libro significativamente dedicato a Gli ultimi giorni dell’Europa” (The last days of Europe. Epitaph for an old continent, New York 2007). Altri autori come Bruce Bawer (While Europe Slept. How Radical Islam is destroying the West from Within, New York 2006), Mark Steyn (America Alone: The End of the World as We Know, Washington, 2006) e Claire Berlinski (Menace in Europe. Why the Continent’s Crisis is America’s too, New York 2006), denunciano nelle loro recenti opere la gravità di una crisi demografica europea che si intreccia con un’invasione islamica crescente.


Bat Ye’Or, psedudonimo della maggior studiosa mondiale della “dhimmitudine”, in un volume che ha avuto grande successo anche in Italia (Eurabia, Torino 2007) ha coniato il termine Eurabia, poi diffuso da Oriana Fallaci, per indicare il progetto di islamizzazione demografica e culturale del Vecchio continente.

Melanie Phillips lancia l’allarme sulle nuove enclavi musulmane europee, a Londra, ma anche a Berlino, Milano, Madrid, Stoccolma, Copenaghen (Londonistan, New York 2007). Le previsioni della Berlinski non sono meno inquietanti: «L’Unione Europea potrebbe disfarsi. I terroristi islamici potrebbero riuscire a distruggere una città europea. Non sappiamo quali saranno le conseguenze di questi eventi, ma è ragionevole immaginare anche uno scenario terribile». Steyn prevede a sua volta che gran parte del mondo occidentale «non sopravviverà al XXI secolo, vale a dire a un periodo che è già compreso nei confini temporali delle nostre vite, e gran parte di esso sparirà, inclusi parecchi, se non la maggior parte, dei Paesi europei».

Alcuni di questi autori, come Bat Ye’Or, Bruce Bawer, Melanie Phillips, hanno partecipato al Convegno dell’Università Europea di Roma, aggiungendo nuovi elementi alle loro analisi, che dovrebbero inquietare le classi dirigenti europee. Non si tratta di tesi preconcette, ma di fatti incontrovertibili.
Oggi in Europa il tasso di fertilità è di 1.3 punti, ben al di sotto del livello minimo di mantenimento della popolazione (2.1 figli per donna). Alcuni Paesi, come la Francia hanno rialzato il loro livello a 1,7 ma i dati comprendono i nati da donne di religione musulmana, immigrate o cittadine francesi. Nel 2050, scrive Laqueur, un piccolo Paese come lo Yemen avrà una popolazione più numerosa della vasta Federazione Russa e la Nigeria e il Pakistan avranno ognuno più abitanti dell’insieme dei primi quindici Stati membri dell’Unione Europea.


Tuttavia il crollo demografico non è la causa, ma la conseguenza di una crisi che ha ragioni culturali e morali profonde e che va collegata alla perdita dell’identità cristiana del Vecchio continente. Oggi l’Europa, aggredita dall’Islam da una parte e dal secolarismo dall’altra, si sta trasformando in un paese in cui si moltiplicano moschee e minareti, mentre le chiese vengono trasformate in discoteche e supermercati.
Il punto chiave del problema demografico non è dunque economico, ma psicologico e morale e riguarda soprattutto la profonda crisi di fiducia nel futuro da parte delle nuove generazioni. La fiducia nel futuro può basarsi solo sull’esistenza di ragioni di speranza, ma il problema dell’Europa di oggi, è proprio la perdita della speranza, come ha avvertito Benedetto XVI, nella sua ultima enciclica Spe Salvi, invitando l’uomo moderno a liberarsi delle ideologie del passato e a svolgere «un’autocritica dell’età moderna in dialogo col cristianesimo e con la sua concezione della speranza».

Un mondo senza Dio – afferma il Papa – è un mondo senza speranza (cfr. Ef. 2,1)». Ma un mondo senza speranza è un mondo senza valori e senza certezze, immerso nell’edonismo e nel relativismo. La civiltà europea può e deve sopravvivere, perché nulla è irreversibile nella storia. Ma la sopravvivenza dell’Europa e della sua civiltà è legata alla riconquista della speranza, che non può essere separata dalle due altre grandi virtù della fede e della carità, che solo in Cristo trovano la loro fonte e il loro fondamento.


(RC n. 33 - Aprile 2008)