L’agnosticismo e il relativismo alla base della crisi culturale e spirituale dell’Occidente. La cultura come strumento per combattere la violenza dei fondamentalismi. Il Cristianesimo e la sua capacità di assorbire i contenuti di verità dalle culture che lo hanno preceduto… molti gli argomenti toccati durante la nostra conversazione con Mons. Rino Fisichella, vescovo ausiliare di Roma e Magnifico Rettore della Pontificia Università Lateranense, che, in chiusura, ha voluto regalarci un ritratto intenso ed inedito di Oriana Fallaci.
Eccellenza, Papa Benedetto XVI richiama sovente l’attenzione sui “valori irrinunciabili” minacciati da un dilagante relativismo. Ce ne può parlare brevemente?
Benedetto XVI, fin dai tempi in cui era teologo dell’Università di Regensburg, nei suoi diversi studi ha sempre denunciato la crisi culturale del momento presente segnata, soprattutto, da due forme: l’agnosticismo e il relativismo.
Attraverso l’agnosticismo egli mostra come sia estremamente difficile, in una mentalità soggetta al primato della scienza e della tecnica, dare spazio alla razionalità perché possa esprimersi al meglio nella sua apertura verso l’Infinito ed il Trascendente. Le forme di agnosticismo, infatti, determinano, volente o nolente, un positivismo che di fatto toglie alla persona la sua innata possibilità di rivolgersi a Dio.
Con il relativismo, invece, si pone in atto una grande sfiducia nei confronti della verità e ognuno diventa per se stesso metro di giudizio. Benedetto XVI parla di valori che sono irrinunciabili non soltanto per quanti, da credenti, si impegnano nei diversi ambiti della vita politica e sociale, ma anche per qualsiasi persona che, pur non condividendo la nostra stessa fede, comprende la necessità di esprimere al meglio la propria ragione e mantenere ferma la propria identità culturale.
È evidente che davanti a questi valori, che sono irrinunciabili, ci siano anche dei contenuti che non sono negoziabili. In modo particolare, il Santo Padre si rivolge ai cattolici impegnati nella vita politica e nel sociale perché, davanti alle diverse esigenze che, ad esempio, il mercato o alcune leggi dell’economia pongono o anche davanti al relativismo etico che avanza, essi possano mantenere ferma la loro posizione, non rinunciando a quelli che sono i contenuti fondamentali della loro fede pur conservando una piena libertà di azione politica.
In Italia certi valori sono in pericolo?
L’Italia, come l’Occidente in genere, vive una situazione di crisi; questa situazione, per molti versi, non è così pesante come potrebbe apparire in altre nazioni europee, che non hanno una forte tradizione cattolica.
È inevitabile che anche noi respiriamo la stessa aria dell’intero Occidente ed è un fatto che, culturalmente parlando, anche nel nostro Paese vi siano le conseguenze di un secolarismo che ha segnato una forte divisione tra la cultura e la fede, tra l’impegno nella vita pubblica ed il rinchiudersi nella sfera privata.
È necessario notare, tuttavia, che in Italia esiste un forte radicamento religioso che attenua le forme di secolarismo presenti in altre parti. Ciò non toglie che, soprattutto nell’ambito della cultura, debba esserci da parte nostra una presenza qualificata per esprimere al meglio non soltanto quelle che sono le forme della nostra identità, ma soprattutto attraverso l’impegno culturale, cercare di condividere con quanti non hanno la nostra fede i valori e gli ideali che appartengono alla nostra tradizione peculiare.
L’agnostico Benedetto Croce affermava che “Non possiamo non dirci cristiani”. Perché?
Perché siamo dinnanzi ad un processo culturale che è impregnato di Cristianesimo. Bisogna comprendere che la cultura è composta di fatti e di elementi che permangono nel tempo e che sono i valori che stanno alla base degli stili di vita e dei modi di pensare delle persone.
Ora il nostro Paese, come più in generale l’Occidente, esprime pienamente una realtà che è stata plasmata dal Cristianesimo. Certamente, a differenza di altre espressioni culturali o religiose, esso vive l’impatto con le culture con cui viene a trovarsi in maniera del tutto peculiare.
Il Cristianesimo non distrugge le culture precedenti; cerca, piuttosto, di esprimere al meglio quei contenuti di verità, di progresso e di conquista dell’intelligenza dell’uomo che sono presenti nelle culture.
Questo ha permesso, ad esempio, di poter conservare tutte le espressioni che appartenevano alla cultura romana; penso in modo particolare al diritto romano e allo sforzo compiuto da Giustiniano per imprimere un nuovo corso alla storia del diritto che Roma aveva saputo conquistare e che esprimeva uno dei frutti più profondi delle intuizioni dello spirito umano. Penso ancora alla conservazione dei monumenti ed in particolare al genio di Michelangelo, che ha saputo trasformare, senza distruggerlo, un tempio pagano nella chiesa dedicata a Santa Maria degli Angeli.
Certamente nel corso della storia ci sono stati dei momenti anche per noi di poca comprensione e di adeguata valutazione di quello che era la cultura precedente, tuttavia questo è da addebitarsi più allo spirito del momento che non all’intuizione fondamentale che costituisce, invece, il Cristianesimo e la nostra fede.
E perché oggidì, soprattutto in Europa, parte di coloro che sono cristiani sembrano piuttosto preoccuparsi di non darlo a vedere?
Esiste una situazione di timidezza da parte di molti cristiani che vivono la propria fede in maniera individualista. Molte volte questo fenomeno non è cosciente; a partire dalle premesse che sono state poste culturalmente a cominciare da Kant, per passare da Hegel e arrivare a Nietzsche e alla secolarizzazione di cui ho parlato in precedenza, è diventato uno stile di vita e un costume.
È il tentativo cioè di rinchiudere la dimensione religiosa nella sfera del privato. In questo modo si pensa, erroneamente, che si possa vivere una situazione di tolleranza nei confronti di tutta la realtà sociale che ci circonda.
Il Cristianesimo, tuttavia, non può essere ridotto ad una dimensione privatistica. Per sua stessa natura la fede cristiana è una testimonianza pubblica; è la capacità di comprendere che il bene che si è ricevuto e l’identità che si è raggiunta non può essere tenuta soltanto per noi, essendo una conoscenza che ci è stata rivelata da Dio. Essa, infatti, è il culmine di un processo che è iniziato con la rivelazione di Dio al popolo di Israele e che si è compiuto nella nostra fede in Gesù di Nazareth, il Rivelatore del Padre.
Il bisogno di far comprendere ai cristiani che la fede è sempre una realtà pubblica, è l’assunzione di una responsabilità, dovrebbe essere un contenuto che da parte nostra dovremmo non solo elaborare sempre di più concettualmente, ma anche esprimere maggiormente negli ambiti della nostra formazione.
Quanta responsabilità hanno i mass media nella diffusione del relativismo?
Certamente i mezzi di comunicazione non sono neutrali, ma si devono considerare mediazioni culturali che inevitabilmente esprimono anche le correnti tipiche del momento.
Ritengo, tuttavia, che il problema non sia soltanto quello dei mass media, ma soprattutto quello della presenza dei cattolici all’interno dei mezzi di comunicazione; cioè la nostra capacità di imprimere anche ai mezzi di comunicazione una professionalità tale che molte volte sembra non essere presente.
Per quanto riguarda gli stili di vita che vengono proposti soprattutto dai mezzi televisivi dovremmo essere capaci, noi per primi, di relativizzare questi messaggi attraverso una educazione tenace, costante e progressiva soprattutto delle nuove generazioni.
Da quel tragico 11 settembre 2001 il mondo occidentale è tenuto in scacco dal terrorismo di matrice islamica. Ritiene si sia dinanzi ad un vero scontro di civiltà? E come dovrebbe reagire la Chiesa a questo attacco?
Non credo allo scontro di civiltà; penso, invece, che ci siano espressioni di un momento di profonda crisi che inevitabilmente porta a delle manifestazioni di inciviltà quali appunto il fanatismo, il terrorismo e altre dimostrazioni che denotano sempre una debolezza della ragione.
Certamente quello che il mondo occidentale vive in maniera più drammatica nel momento presente è il terrorismo di matrice islamica; tuttavia, non possiamo dimenticare che l’impegno che tocca noi direttamente, sia in ambito culturale che politico, debba essere quello di una proposta che faccia sentire la profonda identità dei popoli e, quindi, la capacità di potersi confrontare e dialogare.
Non credo che davanti ad una identità debole ci possa essere un vero dialogo; sono convinto, invece, che la presentazione di un’identità forte delle proprie tradizioni, delle conquiste, del progresso che è stato realizzato nel corso dei secoli, possa essere un autentico veicolo di sviluppo di civiltà e di dialogo fra le religioni.
D’altra parte il dialogo da parte cattolica con la religione islamica ed ebraica non è soltanto di oggi; risale ai tempi del Concilio Vaticano II e ancora prima da parte di alcune grandi personalità che hanno segnato il cammino che ha portato al documento Nostra Ætate.
Quello che mi sembra importante da questa prospettiva è che si dia il più possibile spazio alle culture. Più le culture rimangono legate all’umano, più sono disponibili a lasciarsi plasmare da quegli autentici valori che l’umanità possiede. Più, invece, le culture si distanziano e relegano in un angolo i valori fondamentali di cui hanno bisogno per essere culture e più evidentemente non c’è progresso e c’è il rischio di morire per asfissia.
È necessario, quindi, che vengano abbandonate, anche a livello di terminologia, quelle che sono le espressioni che indicano violenza e contrapposizione. È necessario anche perché, dal punto di vista religioso, la violenza non può mai essere giustificata, non trova giustificazione una lotta contro gli occidentali né una guerra santa.
La guerra non può mai essere santa. Dobbiamo essere capaci di tenere fermo il linguaggio, il valore della semantica e soprattutto la coerenza del linguaggio perché alla base del linguaggio ci sono le nostre idee, ma le conseguenze del linguaggio sono anche i modi attraverso i quali noi ci rapportiamo e inevitabilmente sono le espressioni di ciò che noi siamo.
Perché l’Occidente si dimostra vulnerabile?
L’Occidente si dimostra vulnerabile perché vive una profonda crisi di identità e la sola ed unica preoccupazione che sembra interessarlo riguarda l’aspetto economico. Penso che l’Occidente oggi manchi di lungimiranza; manchi, cioè, della capacità di saper guardare al futuro con chiarezza ed anche con coraggio. Con la chiarezza tipica di chi, nel mondo della cultura, ha il compito di individuare le vie da percorrere perché possa esserci un progresso comune dei popoli e una crescita verso l’unità.
Con le gravissime minacce e gli atti di violenza con cui parte del mondo islamico ha reagito alle parole del Santo Padre, il fondamentalismo islamico ha gettato la maschera. Come giudica la reazione, forse un po’ “tiepida”, dei governi occidentali?
I Governi occidentali, a mio avviso, devono saper essere propositivi nei confronti dei Governi dei Paesi arabi. Un movimento a senso unico non avrebbe l’efficacia coerente. Anche l’ignavia di alcuni governanti, sia da una parte che dall’altra, non aiuta a superare le difficoltà che di volta in volta possono esserci e neppure rappacificare gli animi.
Quello che ritengo maggiormente importante, invece, è che vi sia una forma di collaborazione tra i diversi Governi, che si realizzi una reciprocità di fondo attraverso la quale la responsabilità di ognuno emerge, alla pari della forza di guardare alla convivenza fra i popoli e le nazioni nella maniera più coerente ed efficace.
Mons. Fisichella, ci permetta di concludere questa interessante conversazione chiedendoLe un breve ricordo di Oriana Fallaci. Una donna che ha speso le sue ultime energie nella difesa della cultura e della civiltà occidentale.
Oriana Fallaci era una donna che amava i libri, una donna affamata e assetata di conoscere. Brillante, intelligente, ma soprattutto libera. Ecco, se devo dare un aggettivo ad Oriana la definirei libera, libera esteriormente, come tutta la sua vita testimonia, ma libera anche e soprattutto interiormente.
Mi spiace che, in alcuni consessi, Oriana venga ricordata solo per le sue prese di posizione sull’Islam dimenticando che, questa fragile donna, aveva iniziato a scrivere ancora da ragazzina. La lettura riduzionista che si fa delle sue opere non le rende giustizia.
Oriana è si colei che il mondo post 11 settembre ha conosciuto grazie a La Rabbia e l’orgoglio, ma è anche la donna che, negli anni ’70 scriveva pagine come quelle di Lettera ad un bambino mai nato o anticipava, in alcuni scritti, i problemi della bioetica che l’Italia e il mondo si troveranno solo dopo diversi anni ad affrontare.
Un tema che l’appassionava e sul quale, mi confessò più volte, voleva scrivere un altro libro. Oriana aveva un profondo senso religioso. “Atea, ma cristiana” amava definirsi. E cristiana lo era non solo perché battezzata, comunicata e cresimata, ma perché profondamente radicata in questa cultura che ha difeso e che, a tutti i costi, voleva noi continuassimo a difendere.