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Radici Cristiane n. 74 - Maggio
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Rovesciare il Sessantotto

Marcello Veneziani, laureato in filosofia, editorialista di Libero e di altri quotidiani, ha fondato e diretto settimanali, riviste, case editrici, e curato opere di filosofia, storia e cultura politica. È stato membro del Consiglio di Amministrazione della RAI durante la XIV Legislatura.

di Emanuele Gagliardi

Marcello Veneziani, laureato in filosofia, editorialista di Libero e di altri quotidiani, ha fondato e diretto settimanali, riviste, case editrici, e curato opere di filosofia, storia e cultura politica. È stato membro del Consiglio di Amministrazione della RAI durante la XIV Legislatura.
È autore di vari saggi, tra cui: Processo all'Occidente (1990), Sul destino (1992), La rivoluzione conservatrice in Italia (1994), L’anti900 (1996), Il secolo sterminato (1998), Comunitari o liberal (1999), Vita natural durante (2001), Di padre in figlio (2001), La cultura della destra (2002), La sconfitta delle idee (2003), La sposa invisibile (2006) e, per Mondadori, Il segreto del viandante (2003), I vinti (2004), Contro i barbari (2006) e Rovesciare il ’68 (2008).


Radici Cristiane vuole intrattenersi con lui proprio sul tema del suo ultimo libro: il Sessantotto. Un’epoca ambigua, di cui ricorre un quarantennale celebrato con toni autoreferenziali o equivocamente ridotto a fenomeno folkloristico in salsa vintage, a celare il “filo rosso” che lega l’originale contestazione studentesca agli anni del terrorismo culminati (ma non esauriti), dieci anni dopo, con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.

 

Dottor Veneziani, cos’è stato il ‘68?


Il ’68 è stata l’ultima rivoluzione globale nell’Occidente. Una rivoluzione non politica e nemmeno economica, perché non ha mutato gli assetti di potere. Ma una rivoluzione di costume, etica e culturale, che ha sconvolto l’Occidente e ha accelerato processi dissolutivi che erano già in cammino.
Il ‘68 è stato per metà anarco-libertario e per metà maoista-castrista. Ma il suo filo conduttore è stata la rivolta contro il padre, in tutte le sue forme. Diversa è invece l’accezione del ‘68 nell’est comunista, dove la Primavera di Praga è stata un vero anelito di libertà e di ricerca delle proprie origini schiacciate dall’ideologia e dai carri armati sovietici. Là il ‘68 fu rovesciato, anche numericamente, con l’‘89, la caduta del Muro di Berlino.

 

In quali eventi storico-sociali ritiene siano rintracciabili i germi di questo movimento?


Nel filone anarco-libertario americano, dalla beat generation agli hippies, dalla gioventù bruciata ai movimenti universitari contro l’intervento in Vietnam; nel boom economico europeo e nel passaggio dalla società cristiano-borghese ad una società cinico-borghese, imperniata sul neocapitalismo e sulla liberazione dalla tradizione e dai limiti morali e sessuali.
Comunque il ‘68 è un anno povero di eventi; il suo valore è più simbolico, in quella data riassumiamo un mutamento di clima, una svolta epocale che è nata prima del ‘68 e ha agito dopo il ‘68. Quella cifra è solo una password per accedere allo spirito di un cambiamento.

 

Uno slogan dell’epoca recitava “L’immaginazione al potere”. Il ‘68 ha davvero portato al potere l’immaginazione?


Ha portato una diffusa e inconcludente creatività ed ha certo valorizzato l’immagine al potere, la rappresentazione a scapito della realtà, il desiderio ai danni della responsabilità, il diritto al piacere al posto della relazione tra diritti e doveri.
Per il resto l’immaginazione al potere si è rivelata solo nella “fuffa” di qualche sindaco, ministro o assessore, o si è dispersa nelle sanguinose utopie rivoluzionarie fallite negli anni Settanta.

 

Sul piano politico, il ’68 è riuscito a cambiare qualcosa in Italia?


Forse il linguaggio, lo stile, ma non la sostanza. Dopo il ‘68 restò al governo la stessa formula politica, il Centro-sinistra egemonizzato dalla DC. Però produsse nel tempo un cambiamento nella sinistra, passata da una visione proletaria, classista, fortemente imperniata sulla giustizia sociale, ad una sinistra radical-borghese, imperniata sulla liberazione e sui diritti civili, che non difende gli oppressi ma libera i repressi, che non tutela il quarto stato ma il terzo sesso.
Zapatero è il paradigma di questa sinistra dopo il ‘68. O se vogliamo, è il passaggio dal comunismo al partito radicale di massa, di cui parlava Augusto del Noce più di vent’anni fa.

 

Le idee del ‘68 hanno sedotto anche alcuni ambienti della Chiesa?


Sì, dal Concilio Vaticano II al ‘68 c’é un file rouge che non si può dimenticare. Senza dire di quei preti sessantottini, con la chitarra, la demagogia terzomondista, che paragonavano Cristo a Che Guevara.

 

Cosa resta del ‘68?


Restano i cocci infranti, resta una casta di sessanttottini al potere, resta l’intolleranza permissiva che è il rovescio della tolleranza repressiva che sull’onda di Marcuse essi criticavano. E resta il deserto del nichilismo guarnito da un egocentrismo infantile di massa, vera ideologia del ‘68.

 

A quali settori ha recato maggiori danni?


Direi nell’ordine, alla famiglia, ridotta ad una poltiglia e ad un agglomerato di solitudini scontrose, alla scuola e all’università, che hanno perso il loro ruolo di laboratori del futuro, affogate nella demagogia, nel pressappochismo e nella demeritocrazia; e poi il rapporto tra le generazioni, che si è spezzato, la cultura che è stata egemonizzata dai sessantottini con una caduta di qualità, la società  che si è imbarbarita…

 

C’è un collegamento fra l’originale contestazione giovanile e il terrorismo degli “Anni di piombo”?


C’è un collegamento tra il massimalismo e l’estremismo utopico del ‘68 e gli “Anni di piombo”. Certo, il terrorismo è uno degli esiti del ‘68, anche se non si spiega solo con il  ‘68. C’è da considerare il ruolo avuto dal sindacato negli anni Settanta, con alcuni suoi settori estremi collusi con il partito armato e c’è da considerare l’eredità storica di un conto in sospeso con la guerra civile, con la diffusa convinzione di una resistenza tradita o di una rivoluzione incompiuta, da realizzare.

 

Quanto peso hanno avuto i media nel costruire la “mitologia” del ‘68?


Tantissimo, anche perché larga parte del suo personale proviene da quel marchio di fabbrica. Celebrare il ‘68 è stato anche un modo per esercitare questo egocentrismo generazionale, questa egemonia culturale e civile, e per autocelebrarsi come classe dirigente.
Per certi versi, il ‘68 è stata la prima rivoluzione mediatica dove la realtà è stata minore della sua rappresentazione.

 

Come si può “rovesciare il ‘68”?


Si può rovesciare innanzitutto liberandosi da questo fatalismo che vede nella cultura civile del ‘68 uno stadio supremo e non modificabile. Chi l’ha detto che l’aborto, lo sfascio della famiglia, la perdita di responsabilità della persona, il permissivismo, siano fenomeno irreversibili e chi l’ha detto che metterli in discussione voglia dire solo tornare indietro, rimpiangere il tempo morto?
Sostengo nel mio libro che oggi, davanti al conformismo della trasgressione, l’unica vera trasgressione sia la tradizione, intesa non come cultura del passato o ritorno indietro, ma come senso della continuità, impegno verso il passato e verso il futuro, e non più superstizione del presente, come è stata la mentalità che ha prevalso con il ‘68.

 

 

(RC n. 34 - Maggio 2008)