Su un fianco dell’antico monte Salnisso, tra un folto bosco, si erge una piccola cappella. Da secoli, anzi da oltre un millennio, questa piccola cappella è conosciuta come “casa della Madre Maria”, ossia Meryem Ana. Da oltre un millennio qui giungono contadini, pellegrini, studiosi, Pontefici.
La maggioranza dei visitatori arriva per pregare, perché da sempre qui si venera la Madre Maria, la Madre di Gesù. E il 29 novembre dell’anno scorso a Meryem Ana ha celebrato l’Eucarestia Papa Benedetto XVI, durante il suo viaggio – non a caso definito storico – in Turchia.
Un “ritorno a casa”
Proprio in questa occasione è stato possibile sperimentare qualcosa di molto profondo, reale, concreto, ma nello stesso tempo facilmente dimenticato. Sperimentare, cioè, la sensazione di “essere tornati a casa”, nel senso dell’appartenenza alla Chiesa Cattolica e, in buona sostanza, di essere cristiani.
In Turchia, ad Efeso in particolare, così come a Tarso, si capisce molto bene che «il piccolo gruppo cristiano è divenuto Chiesa “cattolica”, ossia comunità aperta al mondo e capace di integrare in sé genti di lingue, tradizioni, culture diverse», come ha scritto monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico di Anatolia, proprio in occasione del viaggio papale in terra turca.
E oggi, in questi luoghi, il senso di appartenenza è ancora vivo, anzi, forse paradossalmente, ancora più vivo, perché temprato dalle oggettive difficoltà dell’essere cristiani in questa terra.
Sono pochi, i cristiani, nella marea dell’Islam. Ma nel giorno in cui il Papa alzava il calice davanti alla piccola folla riunita fuori la Casa di Maria, in un silenzio quasi irreale e colmo del respiro lontano del mare, venivano in mente le parole di un predecessore di Benedetto XVI, ossia Giovanni XXIII, che in Turchia è stato a lungo nunzio apostolico. Constatando quanto sia andato in rovina dell’antica cristianità in terra turca, infatti, scriveva: «La considerazione che viene spontanea è la solita: ciò che è materiale non conta. La Provvidenza del Signore mostra di non darsene cura. Se lo stesso sepolcro del Signore è profanato e negletto, che dire della jattura di tanti templi e costruzioni sacre cariche di storia religiosa? Attacchiamoci a ciò che più vale, cioè le anime, il lavoro della grazia in loro, la ricerca della conformità allo spirito evangelico, l’intima unione con Gesù e con la sua Chiesa».
Ma perché Meryem Ana, sulle alture che circondano Efeso, è tanto importante? Che cosa rappresenta e perché è venerato sia dai cristiani che dai musulmani?
Sotto la guida di Catherina Emmerich
I primi scavi archeologici hanno accertato subito che l’edificio sorge in un’area abitata fin dal I-II secolo d.C.; in epoca bizantina esisteva un monastero che aveva il suo centro proprio in Meryem. La cosa più stupefacente, però, consiste nel modo in cui gli stessi archeologi siano arrivati a scavare e a organizzare ricerche approfondite nell’area. Infatti, in un certo senso, vi sono stati “trascinati” dalle visioni di una mistica tedesca, Catherina Emmerich, vissuta tra il 1774 e il 1824, inchiodata, per la maggior parte della vita, in un letto da dolori lancinanti.
La donna descrisse al suo confessore Clemens Brentano, con assoluta chiarezza, momenti e luoghi della vita di Maria. Ma nessuno fece caso più di tanto a quelle che venivano facilmente liquidate come “vagheggiamenti” mistici e poetici.
Ma il 29 luglio 1891, 72 anni dopo la descrizione dettata dalla Emmerich, padre Paulin dei Lazzaristi francesi, scettico ma curioso, prese sul serio quelle parole e, libro alla mano, da Smirne arrivò a Efeso con una squadra di operai, ben deciso a fare una verifica sul campo.
Elie Remy Thierry mette in relazione i ritrovamenti nel sito preciso, come su indicazione della mistica tedesca, con l’antica tradizione dei Kirkindjiotes: «si chiamano così gli abitanti di un piccolo villaggio situato a 17 chilometri da Meryem Ana, i quali ogni anno, il giorno dell’Assunta, salivano in pellegrinaggio al santuario. Da questo luogo, dicevano essi, la Vergine era salita al cielo».
Insomma, per la gente del posto era una cosa assodata che quella fosse l’ultima dimora terrena della Vergine e non avevano avuto bisogno di alcuna conferma da parte della scienza.
La casa di Giovanni
Ma come e quando vi giunse Maria? Le fonti scritte dei primi anni di vita della Chiesa non lo spiegano. Nessuno ha mai anche solo accennato alle peregrinazioni della Vergine, che pure devono esserci state. Del resto, Maria, come consanguinea di un uomo condannato a morte e i cui seguaci erano perseguitati, non poteva restare a Gerusalemme.
Gesù dalla croce l’aveva affidata a Giovanni, il quale «da quell’istante, la prese nella sua casa» (Gv. 19,27). È provato che Giovanni visse ad Efeso e bisogna inoltre sottolineare il fatto che proprio ad Efeso è sorta la prima basilica dedicata alla Madonna. E sempre qui si svolse, nel 431, il Concilio che la definì “Theotokòs”, Madre di Dio. Tutte “coincidenze”, che coincidenze non sembrano.
Chi viene al santuario di Meryem incontra molti musulmani, che lasciano negli interstizi di un muro, biglietti, pezzetti di stoffa, rotolini di carta. I musulmani venerano Maria e la sua purezza, le sue virtù, testimoniate nella Sura XIX del Corano.
Non è la Madre di Dio, poiché Gesù è per loro solo un profeta, sia pure il maggiore e l’ultimo prima di Maometto. Comunque nel Corano la figura di Maria (Maryam), che è superiore a tutte le altre figure femminili, viene citata molte volte; è anche l’unica donna citata con un nome proprio. Così anche i musulmani arrivano qui per aprire il loro cuore e chiedere a Lei di aiutarli nelle difficoltà della vita.
La tradizione vuole che anche a Gerusalemme ci sia stata l’ultima dimora della Vergine e addirittura la sua tomba, vuota. Una tomba vuota a Gerusalemme, una casa vuota a Efeso; non si troverà una tomba “piena” in tutta la terra. Ma la presenza di Maria qui, in questa casa umile, in questi boschi percorsi dal vento, tra la gente che prega e resta in silenzio, è più forte e viva che mai.
Le altre “case di Maria”
La casa di Loreto, Meryem Ana a Efeso, la casa di Gerusalemme: sono tutte ugualmente riconosciute dalla tradizione, oggetto di venerazione da secoli. Con un denominatore comune: sono luoghi legati alla vita, alla morte e all’assunzione in Cielo di Maria. E naturalmente hanno una lunga storia alle spalle.
Il santuario di Loreto conserva, secondo un’antica tradizione oggi comprovata dalle ricerche storiche e archeologiche, la casa di Nazareth in cui visse Maria. Costituita da due parti: una grotta scavata nella roccia – tuttora venerata nella basilica dell’Annunciazione a Nazareth – e da una camera in muratura, composta da tre pareti di pietre poste a chiusura della grotta.
Sempre secondo la tradizione, nel 1291, quando i crociati furono definitivamente espulsi dalla Palestina, le pareti in muratura della casa della Madonna furono trasportate per “ministero angelico” prima in Illiria (a Tersatto, nell’odierna Croazia) e poi a Loreto, nel dicembre del 1210.
Oggi, anche in base a nuovi studi e scavi, sia a Nazareth che a Loreto, si va sempre più confermando l’ipotesi secondo cui le pietre della Santa Casa sono state trasportate su nave per iniziativa della nobile famiglia Angeli, che regnava sull’Epiro. Di qui, dunque, la tradizione che la Casa sia stata trasportata dagli Angeli.
A Gerusalemme, come a Efeso, si venera il luogo presunto in cui si sarebbe trovata la tomba di Maria, presso il Getsemani. Ma sono entrambe vuote. Anche per Gerusalemme, come per Meryem Ana, esiste una imponente tradizione liturgica, più esattamente del luogo della “Dormitio” della Vergine, ossia dove Maria si sarebbe “addormentata” (tradizione ortodossa) in attesa di essere assunta in Cielo con il corpo, come Suo Figlio, o morta per poi salire in Cielo.
Come spiega Vittorio Messori nel suo importante libro Ipotesi su Maria, gli scavi eseguiti in questo sito nel 1972 hanno confermato che – si legge nella sintesi di un archeologo – «l’attuale edicola della cosiddetta “tomba di Maria” testimonia l’esistenza di un centro cultuale giudeo-cristiano, risalente sicuramente all’epoca pre-nicena, di carattere mariano, legato alla memoria della fine della vita terrena della madre di Gesù».