“No faltará el actor que hay en él”. “Non mancherà mai l’attore che c’è in lui”. Ecco quanto si legge nell’Annuario 1945 del Colegio Belén dell’Avana, dei Padri Gesuiti. Il commentario si riferiva al diciottenne Fidel Castro Ruz, alunno assai mediocre ma eccellente commediante.
In queste parole forse troviamo una chiave per decifrare l’enorme successo propagandistico del dittatore comunista.
El Comandante comediante
«Ogni politico deve saper mentire – commentava recentemente Veja, la più importante rivista brasiliana – Per essere Fidel Castro, però, bisogna essere un grande ciarlatano. Anzi, uno dei maggiori ciarlatani che la storia abbia conosciuto»,
Castro ha mentito sin dall’inizio. Il 2 gennaio 1959, all’indomani della Rivoluzione, egli nega qualsiasi vincolo col Partito Comunista e rinnova il suo “ripudio al comunismo”: “Dicono che io sia un comunista. Questa è una calunnia lanciata da Batista [il presidente rovesciato, n.d.r.]”.
Il 22 gennaio convoca la stampa americana nel Copa Room dell’Hotel Habana Riviera. Ruminando l’immancabile sigaro dichiara: “Vorrei chiarire, sin dall’inizio, che non sono un comunista. Vorrei chiarire questo, giacché so che la prima cosa che diranno di me è che sono un comunista”.
Le buffonate di Fidel sono storiche. Interrogato su come mai egli mangiasse spesso aragoste mentre il popolo moriva di fame, rispose: “Cuba produce le aragoste più dolci del mondo. Ma noi non le mangiamo. Le scambiamo con il latte per i nostri bambini”.
Accusato di inviare terroristi in vari Paesi dell’America Latina, se ne uscì con questa: “Quelli lì erano degli incapaci, visto che si sono fatti prendere. Se Cuba volesse proprio esportare la rivoluzione, produrrebbe eccellenti terroristi”.
Incalzato da notizie sempre più brutte sull’economia cubana, contrattaccò: “Ma noi siamo ricchi! Sono gli yankee che sono falliti. Quanto ai giapponesi, mi danno proprio pena”. E via di questo passo...
Anche molte delle sue imprese di governo svelano teatralità. Nel 1963, per esempio, egli stabilì per decreto che una mucca procreata nell’Instituto Agropecuario doveva produrre 25 litri di latte al giorno. La povera mucca, però, si ostinava a produrne appena 10. Davanti all’evidente fiasco, Castro accusò i tecnici agrari di “mancare di ardore rivoluzionario”, mandandone più di uno in galera.
Più tardi, l’Istituto riuscì a creare un unico esemplare di “mucca cubana”, battezzata Ubre Blanca (Mammella bianca) che, stando alle cronache, produceva 4 volte più latte delle migliori mucche europee. Morta nel 1985, Ubre Blanca ricevette funerali di Stato, con tanto di pagina intera di onoranze funebri sul giornale del Partito Comunista Gramna, statua in marmo nel suo paese natio Nueva Gerona, e poesie evocative. Da allora i tecnici stanno cercando di clonare questo fenomeno della natura, finora senza successo...
E chi si dimentica della “mucca nana”? Si tratta d’una mucca di appena 70 cm, che ogni famiglia cubana doveva tenere in casa per ricavarne quotidianamente il latte. Inutile dire che questa mucca non uscì mai dalle pagine del decreto rivoluzionario che ne aveva ordinato la nascita...
Ecco perché (sempre a bocca chiusa) in Cuba ci si riferisci a Castro come “el Comandante Comediante”.
Il verdetto della storia
Portato davanti ai tribunali nel 1953, dopo il fallito assalto alla Caserma Moncada che lasciò più di un centinaio di morti, Castro assunse la sua propria difesa. In un discorso che rimarrà nella storia, egli concluse urlando: “¡La historia me absolverà!”.
È passato più di mezzo secolo. Ormai anziano e malato, Castro comincia a trovarsi finalmente davanti al tribunale della storia. Viste le immane sofferenze inflitte al suo popolo durante i 49 anni della più feroce dittatura che le Americhe abbiano mai conosciuto, il verdetto è tutt’altro che assolutorio.
Quasi il 20% della popolazione cubana vive in esilio, una cifra superiore perfino a quella dell’Afghanistan, Paese devastato da 30 anni di guerre. Decine di migliaia di cubani sono morti nel tentativo di fuggire via mare verso la Florida. Le prigioni dell’isola rigurgitano di prigionieri politici. Forse non si saprà mai quanti sono stati fucilati nel tristemente noto paredón. Soltanto nei primi 4 mesi della Rivoluzione, ben 521 persone furono fucilate. E la sanguinosa corsa non si fermò più.
Nel 1986, una canzone popolare ripeteva: “A quien saque la cabeza, Fidel, duro con él. Quien quiera quedarse aquí conspirando a todo tren, que lo sepa por su bien que el paredón sigue allí” (A chiunque osi alzare la testa, Fidel, dacci duro! Chi vuole restare qui, cospirando senza sosta, che sappia per il suo bene che il paredón è ancora lì).
Il peso della dittatura è tremendo. Leggiamo nell’articolo 62 della Costituzione cubana: «Nessuna delle libertà riconosciute ai cittadini può essere esercitata contro l’esistenza né lo scopo dello Stato socialista né contro la decisione del popolo cubano di costruire il socialismo e il comunismo. L’infrazione a questo principio è punibile penalmente». In altre parole, in Cuba il fatto di non essere comunista è considerato un reato.
Ogni quartiere è strettamente controllato da un CDR (Comité de Defensa de la Revolución), incaricato di riferire agli organi di sicurezza ogni frase non politicamente corretta. I cubani non possono viaggiare all’estero, e anche gli spostamenti all’interno dell’isola sono controllati dalla Polizia.
Molti servizi pubblici, come alberghi e noleggio di macchine, sono disponibili soltanto mostrando un passaporto, cosa impraticabile per un cubano. Non esiste stampa libera e perfino l’accesso a Internet è strettamente vigilato.
In campo economico, il comunismo ha provocato la maggiore catastrofe della storia dell’America Latina. Lo stipendio medio di un lavoratore cubano è di 10 dollari. Imposto nel 1962 a titolo provvisorio, il razionamento delle derrate alimentari sussiste tutt’oggi. Ogni adulto, per esempio, ha diritto a 227 grammi di carne ogni tre mesi. Già primo produttore mondiale di canna da zucchero, oggi Cuba a malapena produce per se stessa. Nonostante l’ampio utilizzo di lavoro schiavo, la produttività è di appena 27.800 chili all’ettaro. In Brasile è di 73.900.
Nel 1959, Cuba occupava il 3° posto in America Latina in reddito pro capite, oggi è scivolata al 29°. Nel 1959 il debito estero era di US$ 49 per ogni abitante, oggi è di US$ 3.000. Nel 1959 Cuba era al 13° posto nel mondo in termini di mortalità infantile, oggi è al 25°.
Mentre nel resto dell’America Latina il consumo di carne per abitante è più che triplicato negli ultimi 40 anni, in Cuba è rimasto invariato. Dal 1989, quando perse il patrocino del governo sovietico, l’economia cubana si è contratta dal 35%. L’aiuto dell’URSS ammontava, infatti, a un quarto del PIL nazionale.
Oggi soltanto la massiccia iniezione di risorse provenienti dal Venezuela (e in parte dalla Cina) riesce ad evitare in Cuba un cataclisma di dimensioni bibliche.
L’unico merito che tutti riconoscono a Fidel Castro è quello di aver saputo dividere in modo assai equo la povertà. In Cuba manca di tutto, tranne le sue esibizioni teatrali. È il caso di riscrivere il noto motto latino, affermando che la formula cubana è fames et circenses.
L’embargo colabrodo
Fidel Castro addossa tutti i mali di Cuba all’embargo economico americano. È una bella scappatoia, che gli ha permesso di dissimulare le proprie colpe. La realtà è ben diversa. Imposto nel 1962 come risposta all’espropriazione di beni americani nel valore di quasi 2 miliardi di dollari, nel contesto della “crisi dei missili” che quasi porta alla Terza Guerra Mondiale, l’embargo è in realtà un colabrodo.
Cuba commercia liberamente con quasi tutto il mondo. Fra i maggiori partner del regime castrista si contano Venezuela, Olanda, Canada, Spagna, Germania, Italia, Cina e... gli Stati Uniti. Ogni anno, infatti, i cubani comprano dagli Stati Uniti 500 milioni di dollari in alimentari e medicinali. Questo per non parlare del miliardo e passa dollari che i cubani residenti in USA mandano ogni anno ai loro familiari.
Ecco perché molti politici e commentatori considerano l’embargo controproducente, visto che offre a Castro una scusa per la catastrofe economica. “L’embargo americano – commenta il dissidente Héctor Palacios – è servito solo a dare più forza a Fidel. Il vero embargo è quello del governo ai danni del popolo cubano”.
Prospettive
A Cuba si dice in giro che c’è un Presidente ma non una Presidenza. Infatti, soltanto gli exploit istrionici del Comandante en Jefe, sospinto poi da una massiccia propaganda internazionale che, per chissà quale mistero, sembra abbracciare quasi tutto l’arco ideologico, dalla sinistra ad una certa destra, sono riusciti a mantenere vivo il catalettico regime cubano.
L’uscita di scena di Fidel lascia un immenso vuoto. Raúl Castro, pur essendo chiaramente più preparato, non possiede neanche da lontano il carisma del fratello. Se a questo aggiungiamo un clima mondiale notevolmente cambiato dai tempi della Guerra Fredda, si potrebbe cominciare a prospettare un processo di graduale normalizzazione del Paese.
(RC n. 34 - Maggio 2008)