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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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E' uscito il numero 71 di Gennaio

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L'ora della verità

I fatti accaduti in Polonia in occasione del caso Wielgus impongono sempre più la purificazione della memoria sul comunismo. Un dovere da troppo tempo rimandato. Solo allora saremo sicuri che l’aiuto dello Spirito Santo, Spirito di Verità, verrà garantito agli uomini e donne delle attuali generazioni.

di Giacomo Monti

Non v’è dubbio che i grandi mezzi di comunicazione collochino in genere la lente d’ingrandimento su alcuni fatti che riguardano la Chiesa Cattolica al solo scopo di ridurre quell’autorevolezza morale di cui gode presso l’opinione pubblica mondiale (e non solo cattolica).
Ciò è chiaramente accaduto nella vicenda americana dei preti pedofili ed è ancora avvenuto con la mancata assunzione della carica di arcivescovo di Varsavia da parte di mons. Wielgus.
In mezzo al clamore mediatico non è difficile neppure discernere un gusto di “deliziosa vendetta” nel fornire una “lezione morale” a chi predica principi e valori, sovente in contrasto con idee e comportamenti proposti dalla propaganda laicista. Tutto questo va tenuto nel dovuto conto. Del resto, già in altre occasioni le pagine di Radici Cristiane hanno illustrato ai lettori questa manovra.

La Chiesa sposa della Verità
Eppure la Chiesa sa di essere la “sposa di Cristo”, di Colui che si è definito “Via, Verità e Vita”. L’amore alla verità costituisce la sua colonna portante; se venisse meno, verrebbe meno la fede che professa in Colui le cui labbra si sono mosse soltanto per insegnare le più sublimi verità, facendo così il gioco di quell’altro, chiamato da san Giovanni “padre della menzogna”.
La Chiesa sa che se non si fosse fedeli alla verità, verrebbe a mancare il nutrimento necessario al suo lungo camminare nei sentieri della storia, quella manna che è la grazia divina. Tutte le astuzie immaginabili non servirebbero a salvarla se non intervenisse lo Spirito Santo, Spirito di Verità, con la sua grazia vivificante.
Per questo essa può guardare tranquilla anche alle miserie dei suoi membri, consapevole che è solo quella grazia divina l’autrice del miracolo di un istituzione sopravissuta a duemila anni di storia e che si indirizza fiduciosa, con la lampada accesa, all’incontro dello Sposo nella sua Seconda Venuta. E poi il salmista dice che un «cuore contrito e umiliato non verrà disprezzato da Dio». «Niente ti turbi, niente ti spaventi – diceva Santa Teresa – solo Dio basta».

Purificazione della memoria
Si parla di “purificazione della memoria”, una bella espressione. Essa impone non solo di vedere le manchevolezze remote ma anche e soprattutto quelle recenti, se non altro perché queste più di quelle potrebbero ancora insidiare lo sposalizio fra fede e verità. Applichiamo dunque la prassi della purificazione della memoria a quel lungo capitolo storico costituito dal comunismo.
L’attuazione dei principi comunisti, vale a dire, il cosiddetto “socialismo reale”, bollato dall’allora cardinale Ratzinger come “vergogna del nostro tempo”, ebbe una durata in Russia di ben sette decenni e comportò la creazione di un vastissimo impero satellite.
Si dice che l’esperienza del “socialismo reale” si sia chiusa nel 1989, anche se poi rimangono centinaia di milioni di abitanti del pianeta sotto regimi che si definiscono ancora ufficialmente comunisti: l’immensa Cina, enigmatica e sempre più presente nella nostra vita; quindi Corea del Nord, Cuba, Vietnam.
A ciò tendiamo a rispondere con una certa spensieratezza: “Vero, ma il mercato trionfa ovunque”. Non si finisce di dirlo che spunta un Chávez guastatore dell’ottimismo, con un vasto programma di confische di proprietà private. Per non parlare della concezione singolare che ha del mercato Putin: “o mi paghi quanto voglio o ti lascio l’inverno al gelo”. E qualche milligrammo di polonio viene a rammentarci che non tutti fanno bene la purificazione della memoria.

I cattolici davanti al comunismo   
Il comunismo, quindi; quella realtà che ha fatto più martiri cristiani dal tempo dell’Impero Romano. Al vertice dell’enorme e luminosa piramide dei confessori della fede vediamo le figure di tre cardinali: Mindszenty, Stepinac e Slipyj. Ma sono letteralmente innumerevoli gli  ecclesiastici e i laici che soffrirono la prigionia, l’esilio, la tortura e anche la morte, a causa del loro atteggiamento di netto, categorico rifiuto dell’ideologia comunista. Molti sono saliti recentemente  all’onore degli altari.
Ad un certo punto di questa tremenda storia, il comunismo poté verificare come la repressione cruenta rafforzasse la Chiesa, in compimento del noto adagio di Tertulliano: “il sangue dei martiri è seme di cristiani”. Un Fidel Castro poté dire cinicamente che lui non voleva martiri bensì apostati. Per ciò un compromesso a volte tacito a volte esplicito fu proposto un po’ ovunque: voi rimanete con le vostre chiese, fatte il vostro culto, persino potete snodare qualche processione per le strade, ma guai a parlare male del sistema socioeconomico materialista.
Un’illusione, naturalmente. Si sapeva che, in un tale sistema e dopo qualche generazione, l’atmosfera atta alla coltivazione della fede sarebbe completamente evaporata, come insegnava Augusto del Noce.

L’autentica libertà della Chiesa
Le strade si divisero: ci furono quelli, come i porporati sopraccitati, che scelsero di non farsi condizionare, neppure a costo di dover sprofondare nelle catacombe. E quelli che preferirono invece accettare l’accordo.
Davanti a questo quadro, si potrebbe dire persino che la collaborazione esplicita, con tanto di documenti firmati, come nel caso di mons. Wielgus, costituisce una conseguenza sì gravissima, ma non la principale. Per chi percepiva il quadro, l’esistenza di casi di “informatori”, era una realtà scontata ma, tutto sommato, secondaria davanti alla risposta sul quesito fondamentale: si può parlare di autentica “libertà della Chiesa” in una situazione in cui essa deve ripiegarsi nel solo ambito della vita spirituale e della pratica del culto entro le mura dei templi?
Una risposta clamorosa veniva da quello che accadde alla Chiesa Ortodossa russa ai tempi delle purghe bolsceviche. Nel suo documentato libro, La Croce e il potere (2003),  Michail Skarovskij, ci racconta come nel 1939 essa era praticamente finita nelle sue strutture visibili.
Centomila preti ortodossi furono eliminati. Mai si era vista una tale brutalità. Ma nel 1943, Stalin cambiò politica e per coinvolgere maggiormente la popolazione nello sforzo bellico, invitò la Chiesa a un “modus vivendi”. Essa collaborava nel rendere la gente più sensibile alla resistenza antitedesca e, in compenso, avrebbe ricevuto un certa libertà di esercizio degli atti di pietà.
Così fu, con mille limiti, naturalmente. Finita la guerra, la gerarchia ortodossa non poteva parlare affatto contro il regime. Il suo unico compito non strettamente legato al culto, consisteva nel girare i fori internazionale a cui veniva invitata, promuovendo i programmi della famosa “pax sovietica”.
Pochi furono quelli che resistettero, scegliendo le catacombe o l’esilio. I seminari e i monasteri furono infiltrati di spie. I chierici agenti del KGB non si contavano più. 

Intanto nel mondo cattolico…
Nel mondo cattolico, invece, il dilemma di collaborare, rimanere zitti, o denunciare, raggiunse l’apice negli anni ‘60. Con il titolo La libertà della Chiesa nello Stato Comunista apparve nel gennaio 1964 sul giornale “Il Tempo” di Roma  un saggio di cui era autore il pensatore e leader cattolico brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira, scritto in portoghese nel 1963.
In esso si sosteneva che non si poteva parlare di autentica libertà della Chiesa laddove questa fosse costretta a tacere parte del suo magistero, per esempio, quello espresso nelle encicliche riguardo al diritto naturale della proprietà privata, i cui fondamenti risiedono nel 7° e 10° Comandamento della Legge di Dio.
L’opera ebbe una ripercussione mondiale attraversando anche la Cortina di Ferro. Dalla Polonia arrivarono confutazioni alla tesi dell’autore brasiliano da parte del movimento catto-comunista Pax, apparse nei suoi organi Kierunki e Zycie i Mysl  e sulla rivista di Varsavia Wiez, schieratasi affianco di Pax. Alcuni intellettuali polacchi cattolici sostennero la tesi di una scelta esclusivamente spirituale della Chiesa,  mettendosi così al margine di ogni dibattito sul processo sociale. 
Anche a  Parigi i cattolici si divisero: L’Homme Nouveau prese posizione a favore del saggio e Témoignage Chrétien contro. Ma la parola definitiva la disse il cardinale Pizzardo, Prefetto vaticano della Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università (l’attuale Congregazione per l’Educazione Cattolica), che in una lettera del dicembre ‘64 elogiava l’autore come «meritatamente celebre per la sua scienza filosofica, storica e sociologica» e dichiarava la tesi della Libertà della Chiesa un’«eco fedelissima di tutti i documenti del Supremo Magistero della Chiesa».

La verità ancora attende il suo turno
Non tutti però nella Chiesa la pensavano come il cardinale Pizzardo o come quei 500 e passa Padri conciliari che domandarono la condanna del comunismo da parte del magno evento ecclesiastico, chiedendo la continuità con la linea già tracciata dai pontificati di Pio XI e Pio XII.
Questa è una storia  ancora una volta raccontata, in modo brillante e in tempi recentissimi, dallo scrittore cattolico Antonio Socci su diversi articoli e pubblicazioni. Il Concilio infatti non condannò il comunismo, un fatto lamentato da mons. W. Brandmuller, presidente del Pontifico Comitato per le Scienze Storiche e da molti altri presuli.
Del resto, anche l’Ostpolitik vaticana, cioè la politica di accordi diplomatici con i regimi comunisti venne chiaramente biasimata da un “cardinale martire” creato da Giovanni Paolo II, lo slovacco Ján Korec, perché secondo lui, aldilà delle intenzioni, si otteneva un risultato negativo per la fede dei cattolici perseguitati.
La verità su molti avvenimenti degli ultimi decenni va aprendosi a poco a poco la strada, ma ancora attende il suo turno per rivelarsi intera. L’episodio Wielgus è un dettaglio in un quadro molto più vasto. Che si deve estendere ovviamente e soprattutto al campo civile, come auspica il cardinale Bertone, quando afferma: «sarei contento se lo screening si facesse anche per i politici, i funzionari dei partiti e gli amministratori pubblici».  

Allora tutti sapranno il perché
Sulla scia dell’auspicio del Segretario di Stato, potremmo osare formulare un altro auspicio, come fece Plinio Corrêa de Oliveira sulle pagine del Corriere della Sera nel marzo 1989?  Vale a dire, rendere manifesta all’opinione pubblica quella vasta rete di appoggi che il mondo comunista trovava in Occidente in quasi tutti gli ambienti, dall’arte alla editoria e al giornalismo, dall’imprenditoria all’insegnamento universitario e alla politica e, ahinoi, a volte anche nella stessa Chiesa (teologia della liberazione)?
Allora potremmo capire meglio perché si sono già persi sedici anni per tirare fuori il quadro intero. Potremo capire perché, ancora oggi come prima dell’89, è molto più passibile di emarginazione chi è anti-comunista di chi è post-comunista (o comunista rifondato). E tutto ciò non per spirito di vendetta, ma per il solo desiderio che si raggiunga la doverosa verità.   

(RC n. 22 - Febb/Marzo 2007)