Professore Ordinario di Teoria e Storia dei Partiti Politici e di Storia comparata dei Sistemi Politici Europei presso la Facoltà di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli, Gaetano Quagliariello ha insegnato in qualità di visiting professor in prestigiose università francesi e americane ed è autore di numerosi saggi e libri di argomento storico.
Tra le ultime pubblicazioni: De Gaulle e il gollismo, Il Mulino, Bologna, 2003; Cattolici, pacifisti, teocon. Chiesa e politica in Italia dopo la caduta del Muro, Mondadori, Milano, 2006. Attualmente è Senatore di Forza Italia e Presidente della Fondazione Magna Carta di Roma.
A lui Radici Cristiane ha voluto chiedere un giudizio su alcuni temi di attualità nazionale ed internazionale a cui i media hanno dato e continuano a dare particolare risalto.
Il governo Prodi apre alle “coppie di fatto”, per ora… siamo già sull’onda di una deriva zapaterista?
Più che una deriva zapaterista credo si tratti di “zapaterismo all’italiana”, frutto di quella mediazione antropologico-culturale che i “cattolici adulti” ritengono di dover praticare per non mettere in dubbio la loro collocazione a sinistra. Esso consiste nel non affermare l’adesione a una linea laicista, come è accaduto in Spagna, ma nel farla passare nei fatti, un po’ alla volta, al riparo dai riflettori dell’opinione pubblica.
Così, ad esempio, la Legge 40 non si pone apertamente in discussione, ma il ministro della Ricerca Scientifica Mussi leva l’appoggio italiano alla mozione di blocco che in sede europea impediva che si spendessero fondi in una direzione che la Legge 40 vieta; si fa passare la legge che mette in forse il cognome, assestando di fatto un colpo indiretto all’istituto della famiglia.
Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Non vorrei che alla fine della legislatura si scoprisse che la legislazione in materia etica in Italia sta allo zapaterismo così come, storicamente, il fascismo sta al nazismo...
In Italia la famiglia è in crisi?
Lo è, ma molto meno che in altri contesti. Anche per questo sarebbe importante non accanirsi contro di essa. Oggi tenere in piedi una famiglia è diventato molto difficile. Tutto congiura contro: la crisi demografica che acuisce i contrasti generazionali; l’affievolirsi dei vincoli sociali tradizionali; le crescenti difficoltà del rapporto di coppia esposto a molte più incomprensioni; la problematicità del rapporto con i figli, anche a causa della condizione in cui versa la scuola, che oggi sembra aver perso la sua funzione di luogo deputato alla formazione di adulti consapevoli e che in troppe circostanze rappresenta una quotidiana istigazione alla diseducazione.
In questo contesto, le risorse sulle quali si può contare sono poche: la fede, per chi ce l’ha, e il senso di responsabilità, per tutti gli altri. Nonostante questo quadro a tinte fosche sono tanti gli italiani che sentono un impegno nei confronti della famiglia e lo assolvono quotidianamente. Questa è una prova di consapevolezza che andrebbe valorizzata. Oggi quanti, nelle loro scelte, privilegiano la famiglia lo fanno proprio in nome di quella consapevolezza, non per costrizione o per conformismo.
Perché molti cattolici non reagiscono alla dissoluzione e al depauperamento di valori fondamentali come il matrimonio eterosessuale, la famiglia, la religione?
Il relativismo, purtroppo, è penetrato anche dentro la Chiesa: tra gli ecclesiastici ancor più che nella massa dei fedeli. In nome del relativismo ci si convince che acconsentire alla negazione per via legislativa dei propri principi significhi essere tolleranti e democratici. E in tal modo, si perfeziona quel connubio tra relativismo e democrazia la cui pericolosità è stata posta in evidenza, per primo, da Papa Giovanni Paolo II.
Se non sarà messo un argine a questa deriva, i rischi che correremo nel prossimo futuro saranno insostenibili. In passato, lo scadere della religione a moralismo consentì che tra cattolici e sinistra si saldasse un accordo per raggiungere un obiettivo di costruttivismo sociale. Quell’accordo è saltato per la definitiva vittoria del mercato. Anche per questo a sinistra, in luogo del costruttivismo sociale, si è affermato un inedito costruttivismo antropologico che vorrebbe rendere l’uomo in grado di programmare l’intera sua esistenza, dal momento del concepimento fino a quello della morte che, ovviamente, dev’essere lui medesimo a determinare.
Non vorrei proprio che anche quest’utopia trovasse l’adesione dei cattolici. Non soltanto perché ciò li porterebbe in evitabile contraddizione con i postulati fondamentali della loro religione ma anche perché questa deriva prelude scenari quanto più illiberali si possano concepire.
Secondo Lei sussiste un vero e proprio scontro di civiltà tra Occidente e Islam?
Vi è una parte dell’Islam radicale che ha dichiarato guerra all’Occidente in nome di una civiltà, e questo è un fatto. Se ci si mette d’accordo sui termini del fenomeno e sulla sua portate epocale, poi lo si può chiamare come si vuole.
Questo fenomeno affonda senz’altro le sue radici nella ripresa dell’Islam religioso che risale agli anni ‘80. Ma si specifica in senso originale nel decennio successivo, dopo la caduta del comunismo e l’implosione dell’impero sovietico. La fine del conflitto bipolare che è conseguita ai fatti dell’‘89 ha fatto crollare la struttura che sovrastava e di fatto copriva molti conflitti sottostanti.
La fine dell’URSS ha eliminato l’elemento che nel mondo islamico divideva il radicalismo religioso, ostile all’URSS soprattutto a causa dell’invasione dell’Afghanistan, e il radicalismo “laico”, alleato tradizionale dell’URSS per ragioni analoghe a quelle che lo avevano portato ad essere alleato di Hitler.
Il ricongiungimento è avvenuto sulla base di un condiviso anti-occidentalismo e, in particolare, del proposito di colpire gli Stati Uniti. Ed anche da queste radici, infine, è derivato l’11 settembre con tutto ciò che ne è seguito.
Benedetto XVI stigmatizza sovente il relativismo, soprattutto religioso, che permea la società moderna. Ritiene che esista anche un relativismo politico?
Sì, anche se è in ritirata. È quell’atteggiamento che ritiene che il potere possa essere gestito senza connetterlo ad alcuna idealità forte, se non quella di assicurare un crescente benessere. È figlio del secolarismo e, nelle sue espressioni più radicali, rischia di sconfinare nel nichilismo.
Una certa dose, ovviamente, è presente in entrambi gli schieramenti. Ma quelli che oggi vedo più esposti al pericolo di un relativismo politico sono i cosiddetti riformisti di sinistra. Sono completamente succubi della sinistra radicale la quale – nonostante i suoi programmi scontino una certa difficoltà ad adattarsi alle condizioni del presente – è assai più determinata sul terreno dei principi.
D’altro canto, legano il loro stare a sinistra ad un antiberlusconismo antropologico che, per forza di cose, si affievolisce quando Berlusconi è all’opposizione. E così, non hanno altro da fare che cedere un po’ ogni giorno. Relativizzano programmi e propositi fino al punto da apparire irriconoscibili ai loro stessi occhi.
Nella Russia di Putin c’è democrazia?
No. Si è instaurato un regime che si potrebbe definire di temperato autoritarismo. Anche in questo caso, però, inviterei a non utilizzare il metro del giudizio moralistico. Il comunismo è stata una grandiosa operazione storico-politica: il più grande esperimento d’ingegneria sociale della storia dell’umanità. C’è veramente qualcuno che avrebbe potuto immaginare che se ne uscisse nel giro di pochi anni, con il tocco di una bacchetta magica? Non scherziamo.
In Italia, dove l’influenza del sistema sovietico è stata soltanto indiretta, ci vorrà almeno una generazione per giungere a una democrazia più matura. Figuriamoci in Russia... Per questo, credo che il giudizio su Putin, in parte cospicua dipenderà da questi ultimi mesi del suo mandato.
In particolare da un’evenienza: se egli terrà fede al proposito di andare via al termine di questo secondo mandato, allora significherà che la sua presidenza s’inscriverà nel solco di un complesso processo di transizione verso la democrazia, nonostante i tratti di autoritarismo. Se, invece, cederà alla tentazione di una riconferma a furor di popolo, anche a prezzo di una modifica della Costituzione, allora vorrà dire che si sarà segnata un’inversione di rotta rispetto ai suoi predecessori: Eltsin innanzi tutto, ma anche Gorbaciov.
Il caso Putin, insomma, mi sembra confermi un’antica legge della politica: uscire di scena è assai più difficile che rimanervi.
Il comunismo è finito con il crollo del muro di Berlino?
Non è finito perché, purtroppo, fuori dall’Europa esistono ancora esperienze e regimi che si rifanno apertamente a questa ideologia. Anche in Europa, però, la fine del comunismo non ha significato la morte della mentalità comunista, che non solo mi sembra viva e vegeta, ma che sotto mentite spoglie, continua a sfornare di continuo progettualità costruttiviste e anti-liberali.
Cosa pensa del caso Welby?
Penso che mediaticamente sia stato gestito con geniale spregiudicatezza al fine di raggiungere l’obiettivo di legalizzare l’eutanasia. Attraverso di esso si è accreditata l’esistenza di un fronte attento al dolore e alla volontà della persona contrapposto a uno il quale, invece, avrebbe avuto cura soltanto di un precetto dottrinale. Si tratta di una rappresentazione orrenda, per una ragione fondamentale. Perché, come ha autorevolmente affermato Monsignor Golser, vi erano tutte le possibilità per trovare una soluzione che tutelasse la volontà del malato, l’esigenza di evitare inutili sofferenze e il rispetto per il termine naturale della vita. Questa soluzione la si è voluta scientemente evitare, per motivi ideologici.
Per questo il caso Welby dovrebbe inquietare non soltanto i cattolici, ma anche i laici consapevoli del fatto che riconoscere per legge la possibilità di determinare il futuro, provocando in tal modo una frattura definitiva tra il cielo e la terra, è il fondamento primo di ogni regime illiberale.