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Radici Cristiane n. 74 - Maggio
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Il Paese delle pietre urlanti

Così il poeta russo Osip Mandel’stam ha definito l’Armenia. Un’espressione concisa e fulminante, com’è proprio della poesia, per definire il destino di un popolo, così pesantemente segnato dal dolore, dalla separazione, dalla negazione.

di Caterina Maniaci

Le bellissime croci di pietra – i khatchkar – disseminate nelle pianure e nelle montagne del remoto Regno di Cilicia, dell’antica Anatolia e della moderna Armenia, esse stesse sottoposte all’oltraggio di antichi e contemporanei vandali, prese a sassate, a martellate, raccontano anche con le loro ferite la Ferita che ha segnato il popolo che le ha erette in quei silenziosi siti. Là dove la Bibbia e persino altre tradizioni religiose lontanissime nel tempo e nello spazio hanno collocato il Paradiso terrestre. E dove gli armeni, in cuor loro, nei loro sogni più riposti o nelle preghiere più intime, sperano un giorno di poter tornare.
Perché quella terra non è neppure più uno Stato, un Paese, un luogo geografico, ma il paese dell’anima, il luogo in cui i dolori si placheranno, i morti torneranno sorridenti, le famiglie torneranno ad essere riunite.

La nostalgia di un passato di fede e civiltà
Dopo il 1915, dopo i massacri, dopo la diaspora, questo Paese esiste solo nei ricordi, nei libri, nelle poesie, nello sforzo incessante di mantenerlo in vita, dovunque e comunque. Cadute di regni, invasioni, incursioni, stragi, massacri, deportazioni, fino a quello che oggi – in Turchia – neppure si può definire genocidio, a rischio della libertà e anche della stessa vita, come l’omicidio del giornalista Hrant Dink ha tragicamente dimostrato. Questo è il volto nero del destino armeno.
Poi c’è l’altro volto luminoso: la fede, la gioia di vivere, i canti, i colori, i commerci in ogni porto, la capacità di integrarsi serenamente in tanti paesi diversi, i riti magnifici e complessi, l’amore per i libri, il senso forte e inestinguibile per la famiglia e della comunità.
E, nel fondo, quella nostalgia per il Paradiso perduto, e la certezza di un altro Paradiso che aspetta. La storia degli armeni, infatti, non si riesce a comprendere se non si parte dalla loro fede.
È stato il primo popolo a convertirsi al cristianesimo all’inizio del IV secolo (310-314), con l’annuncio del Vangelo che la tradizione attribuisce agli apostoli Bartolomeo e Taddeo. Da allora, la fedeltà a Cristo è “incarnata” nella sua storia. Ne è testimonianza, tra le altre, la meravigliosa tela del Carpaccio, esposta nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia: il pittore vi ha raffigurato la sorte dei diecimila martiri crocifissi sul monte Ararat, che non vollero rinunciare, anche a costo della vita, alla loro fede cristiana.

Punto d’incontro tra Oriente e Occidente
L’Armenia attuale, una delle ex Repubbliche sovietiche, si estende per 30.000 chilometri quadrati sotto il Caucaso, confinando con la Turchia, la Georgia e l’Azerbajan. Quella “storica”  comprendeva ben 300.000 chilometri  quadrati, posti fra i tre laghi di Van, Sevan e Urmia, che hanno fatto parte in epoche diverse di uno stato armeno.
Questa posizione geografica ha reso l’Armenia un reale punto d’incontro tra Oriente e Occidente, attraverso una fitta rete di relazioni commerciali, culturali e religiose. Il Regno armeno di Cilicia è stata una felice parentesi tra secoli di combattimenti e invasioni. Ma il 1375 segna la sua definitiva caduta.
La grande fuga di marinai e commercianti termina, in buona parte, nella Serenissima Repubblica di Venezia, dove infatti si costituisce una piccola e prospera comunità tenuta in gran considerazione dai veneziani, che così possono contare sull’appoggio di mercanti armeni per concludere molte trattative commerciali con l’Oriente.

Il genocidio ad opera dei turchi
Ma la storia ha in serbo ulteriori capitoli di massacri e di sventure. Quelli di fine Ottocento, nell’Impero Ottomano, poi le deportazioni e lo sterminio, tra il 1915 e il 1920, che hanno provocato il genocidio del popolo armeno, ridotto da due milioni di anime prima del 1915 a solo centomila dopo il 1923.
«Quest’esperienza di sofferenza e di martirio», ha scritto il monaco armeno Vertanes Oulouhodjian, «ha profondamente segnato la religiosità armena originando pagine di altissima spiritualità centrate sul mistero della Croce e della sofferenza che salva, e sull’incrollabile certezza che nel Cristo Risorto, la morte, sconfitta, cede il passo alla vita».
Cerchiamo di sintetizzare  in poche righe e in qualche cifra, nuda e cruda, la vicenda dei massacri,  a cominciare da quelli che anticiparono la grande “sevkiyet”,  la deportazione del ’15, l’atrocità che gli armeni chiamano Metz Yeghèrn, il Grande Male. Quella che per gran parte del mondo è il primo genocidio del Novecento, ma per altri, i negazionisti, è stata solo una conseguenza di una “guerra civile”, o di un conflitto interno a quello ben più vasto innescato dalla Seconda Guerra Mondiale.
Nel 1890, nei territori di quello che è ancora l’Impero Ottomano, vivono circa 2 milioni e mezzo di armeni. Tra il 1894 e il 1896 più di centomila armeni vengono uccisi nel corso di alcune campagne di “pulizia”  ispirate dal sultano Abdul Hamid II. La “giustificazione” è che queste popolazioni nutrono uno spirito secessionista e sono sostenuti dai vicini russi, interessati a indebolire ulteriormente l’Impero. Caduto il quale, salgono al potere della nazione turca che esce da queste macerie i Giovani Turchi.
Tra il 1915 e il 1916 il nuovo governo lancia una campagna di feroce brutalità: il risultato è che vengono deportati e massacrati oltre un milione di armeni. Uomini, donne, bambini, costretti a lasciare d’improvviso le loro case, i loro averi, molti uccisi per rappresaglia, altri sfiniti dalle marce forzate, altri ancora isolati in campi per deportati dove sono decimati dal freddo, dalla fame, dalle malattie, dalle inutili crudeltà degli aguzzini.
Ormai la bibliografia che raccoglie dati e testimonianze sul Grande Male è molto vasta. Ma basterebbe solo leggere lo struggente romanzo di Antonia Arslan, La masseria delle allodole,  per averne una vivida immagine. Il romanzo ora è diventato uno straordinario film con la regia dei fratelli Taviani, presentato al festival di Berlino e molto atteso anche nelle sale italiane.
In seguito a quanto accaduto tra il 1915 e il 1920, la nuova Turchia ha rimosso quasi completamente la memoria del genocidio. Anche se, subito dopo la guerra mondiale, dopo il 1918, il governo ottomano riconobbe le carneficine perpetrate dal governo dei Giovani Turchi e istituì corti marziali che pronunciarono centinaia di sentenze di morte.

Dopo l’orrore della morte, quello del silenzio
Ma poi calò il silenzio. Ancora oggi è reato parlare di responsabilità turca nello sterminio del popolo armeno, è considerato un attacco al “sentimento nazionale”. Molti intellettuali, tra cui lo scrittore premio Nobel Orhan Pamuk, e lo stesso Hrant Dink, assassinato il 19 gennaio scorso da un giovane nazionalista, sono stati processati in base al famigerato articolo 301 del Codice Penale turco che punisce “gli insulti e le attività anti-turche”.
L’Europa, tra le condizioni poste per l’adesione di Ankara all’UE, ha chiesto anche la cancellazione di questo articolo. Nell’ottobre scorso l’Assemblea nazionale francese ha approvato in prima istanza una legge che punisce specificamente chi nega il genocidio armeno, suscitando vive proteste e reazioni da parte del governo turco.
La legge francese, ora in discussione al senato, si aggiunge alla cosiddetta “norma Gayssot”, in vigore dagli anni Novanta, che prevede il carcere per chi nega la realtà storica dell’Olocausto. Ha scritto, sul senso di questa legge e sul negazionismo rispetto al genocidio armeno,  in un recente aritcolo Bernard-Henry Lévy: «Si dice: “Non spetta alla legge scrivere la Storia”. È assurdo, perché la Storia è già scritta. La Storia di questa storia è stata fatta, cento volte fatta, da tutti i testimoni degni di fede. (…) Quindi, non si tratta di “dire la Storia”. La Storia, ripeto, è stata detta, ridetta e arcidetta. Oggi, si tratta d’impedire la sua negazione. Il Senato francese discuterà come complicare, almeno un poco, la vita di chi insulta».

(RC n. 23 - Aprile 2007)