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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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E' uscito il numero 71 di Gennaio

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"Un popolo forte solo della propria fede e delle proprie radici

Intervista a Roberto Attarian



di Caterina Maniaci

«La storia della nostra Comunità è molto antica, risale almeno al 1600, quando sorse la prima chiesa  dedicata a Santa Maria Egiziaca . Un punto di ritrovo per i tanti armeni che cominciavano ad arrivare nella Città Eterna». Comincia così la storia della comunità armena di Roma, come ce la racconta Roberto Attarian, del Consiglio per la Comunità Armena capitolina. E comincia appunto con una chiesa.
«Dopo Santa Maria Egiziaca, divenne San Biagio il centro spirituale degli armeni. Ancora oggi ogni sabato vi si celebra la Santa Messa in rito armeno. Il tre febbraio rappresenta un momento rituale molto importante, perché è la festa del Santo, con la benedizione delle gole, visto che il Santo ne è il protettore, e la distribuzione dei pani benedetti».

Quindi i riti e le tradizioni armene rappresentano qualcosa di vivo, di aggregante, per la comunità…
Sì, certamente. Le Messe, le feste religiose, gli antichi riti, sono per tutti noi un momento particolare, il momento in cui ritroviamo le nostre radici, ci sentiamo uniti tra di noi e sentiamo di far parte di una storia antica e nobile.

Quali sono gli altri  luoghi-simbolo a Roma per gli armeni?
Sicuramente la Chiesa di San Nicola da Tolentino, oltre naturalmente a San Biagio,  e soprattutto il Pontificio Collegio Armeno, che da 150 anni  è un punto di riferimento e il centro culturale di maggior influenza per gli armeni che sono vissuti, che vivono a Roma o vi si trovano di passaggio. Apre spesso le sue porte alle iniziative della Comunità, con un autentico spirito di accoglienza.

A proposito, com’è organizzata la vostra Comunità e qual è il suo compito?
È stato a partire dal 1999 che è cominciato il lavoro vero e proprio organizzato, con la creazione del Consiglio per la Comunità armena di Roma, che appunto coordina le varie attività, gli appuntamenti e le iniziative più importanti.

Come ad esempio la fiaccolata in memoria del giornalista Dink, ucciso a Istanbul per le sue prese di posizione sulla questione armena, fiaccolata organizzata davanti al Colosseo…
Quello è stato sicuramente  un momento importante, una reazione addolorata e sgomenta dinanzi ad un omicidio tanto brutale. Ma anche in questo tragico evento  vogliamo leggervi un elemento positivo. Vogliamo credere, cioè, che la morte di Dink non sia stata vana, abbia avuto un senso.
Riteniamo che la Turchia, il suo governo, la sua classe politica  cominci a pensare e ad affrontare la questione in modo diverso, che si stiano facendo passi nella direzione giusta. A cominciare dalle aperture delle frontiere con l’Armenia, attualmente chiuse, che davvero potrebbe significare l’inizio di una nuova epoca.

Quali sono le attività principali della Comunità, oltre alla partecipazione alle cerimonie religiose?
Sono molte, soprattutto in ambito culturale. Ad esempio, attribuiamo molta importanza alle lezioni  di armeno per gli adulti. Vorremmo organizzarle anche per i bambini, per aiutarli subito all’uso di una lingua che, in questo modo, non rischierebbe di diventare morta.
Poi abbiamo attivato il nostro sito internet, che manda online il periodico Akhtamar, diventato un punto di riferimento per tutte le comunità armene italiane. E a questo proposito, faccio un’osservazione: se si esamina la nostra rassegna stampa, con comparazioni di anno in anno, si noterà che negli ultimi tempi è aumentato considerevolmente il numero degli articoli e degli interventi sulla questione armena e sulla sua storia. Forse nel 1999 pochissimi sapevano che cosa fosse o dove fosse l’Armenia. Il grande cambiamento è avvenuto grazie al lavoro di intellettuali e divulgatori. Anche ad alcune case editrici, come la Guerini, che molto ha pubblicato sull’argomento.

Il braccio di ferro con i negazionisti che appunto vorrebbero negare il genocidio del popolo armeno, ma forse ancor più la posizione del governo turco, paradossalmente hanno dato molta visibilità alla questione…
Sì, è così, insieme ai fatti dolorosi che, in qualche modo, si ricollegano a simili posizioni. Nel caso armeno, il negazionismo è di Stato, dunque programmato, che dispone di grandi risorse. Il negazionismo fa ancora morti, perché non si può negare che il giornalista Dink sia stato ucciso in nome di simili “principi”, in nome della follia che esaspera il nazionalismo e porta a vedere nemici mortali in tutti quelli che proclamano il diritto ad esistere.
La morte di Dink ci ha sconvolti. Non solo. Dirò che anche in chi non si sentiva particolarmente coinvolto nella questione armena  è rinato un sentimento profondo di dolore che gli armeni si portano dentro da più di novant’anni. E ancora: pensiamo alle condizioni in cui si trovano gli armeni, almeno ottantamila, che vivono in Turchia. Il patriarca armeno ha ricevuto diverse minacce di morte…

Torniamo al microcosmo che è la comunità di Roma: da chi è composta, come vive e se si sente integrata nella società italiana e, in particolare a Roma…
La nostra comunità non è molto grande, ma bisogna anche considerare il fatto che molti sono di origine armena e magari non lo sanno ancora. Succede che chi lo scopre diventa davvero tra i più attivi ed entusiasti membri della comunità. Sembra che, in questo modo, possano recuperare il tempo perduto riscoprendo la loro “vera” identità. Un’identità che abbiamo impressa nel nostro Dna. La nostra comunità vive compitamente la propria integrazione: del resto Roma è una città in cui tutti si sentono accolti.

È anche vero che gli armeni sono un popolo che facilmente si integra nei Paesi in cui la diaspora li ha portati.
Storicamente è sempre stato così. Anche nei Paesi a maggioranza musulmana non si sono mai sentiti ghettizzati. Oggi le maggiori difficoltà sono in Iraq, ma è facile capire che nelle condizioni in cui si trova il Paese i problemi esistono per tutti, a cominciare dagli stessi iracheni.
Siamo sempre stati un popolo amante della pace e della prosperità, forte solo della propria fede e delle proprie radici. E vogliamo continuare ad esserlo.

(RC n. 23 - Aprile 2007)