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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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La vocazione alla salvezza

O ci si salva o ci si perde. No c’è una terza via possibile. Abbiamo sufficientemente presente questa verità nella nostra vita di ogni giorno?

di Jorge Medina Estévez

Salvezza è la parola chiave per capire i rapporti tra Iddio e gli uomini ed è un concetto essenziale per capire la situazione reale dell’uomo in questo mondo. Senza l’idea della salvezza non si capisce l’incarnazione del Verbo di Dio, né la redenzione, né la ragion d’essere della Chiesa, né la finalità dei sacramenti.

Ciò che sarebbe più grave, non si capirebbe perché il Figlio di Dio fatto uomo si chiami Gesù. Se non c’è bisogno di salvezza, allora la Chiesa non sarebbe altro che un’istituzione, tra tante altre, la cui finalità è di promuovere il benessere e la concordia tra gli uomini.

Un concetto essenziale

La parola salvezza suggerisce la liberazione da qualche potere che minaccia l’integrità dell’essere umano, anzi che mette in pericolo la sua vita. Quando si parla di “salvezza” c’è il presupposto che non si tratta di un piccolo incomodo, ma di un qualcosa di importante, precisamente di un pericolo di morte. Perciò associamo la parola salvezza ai medici, al corpetto salvagente, a un esercito che viene in aiuto a una città assediata, la cui sorte, se cade nelle mani dei nemici, sarà certamente spaventosa.

Ora, è un’affermazione maggiore della fede cristiana quella che ci dice che abbiamo, tutti, bisogno di salvezza, e che Gesù è il nostro Salvatore.

Gesù Salvatore di tutti

«Senza di me non potete fare niente» (Gv. 15,5). Sant’Agostino, com’è noto, commenta: né molto, né poco, semplicemente niente.

«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre, che mi ha mandato» (Gv. 6,44).

«Nessuno può venire al Padre mio, se non per me» (Gv. 16,6).

Gesù «è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (At. 4,11 ss.).

Per chi è pelagiano – e questa vecchia eresia non è del tutto sparita – la parola salvezza ha poco senso. Per chi nutre una fiducia senza limiti nella capacità dell’uomo, è impossibile capire che ci sia un’assoluta necessità di salvezza.

Quando l’angelo spiega a san Giuseppe la gravidanza di Maria, gli dice: «Essa darà alla luce un figlio, e tu gli porrai nome Gesù; perché sarà lui che salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt. 1,21). Esattamente la stessa cosa dice l’Apostolo san Giovanni nella sua prima Lettera: «Ora, noi abbiamo veduto ed attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come Salvatore del mondo» (1 Gv. 4,14). La formula della missione che si trova alla fine del Vangelo di san Marco sottolinea l’idea della salvezza: «Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo, chi non crederà sarà condannato» (Mc. 16, 15 s).

Il fine dell’uomo è salvarsi

Che cosa è la salvezza e come possiamo descriverla?

Ricordiamo innanzitutto che la vocazione dell’uomo e il suo fine ultimo è uno solo: il possesso della beatitudine soprannaturale nella visione di Dio facie ad faciem. Non c’è una vocazione ultima soltanto naturale. Perciò la salvezza consiste nell’arrivare a questa finalità.

Secondo la Scrittura, l’ostacolo fondamentale alla salvezza è il peccato ed è evidente perché il peccato grave è un’adesione diametralmente opposta all’amore di Dio. Anziché Dio e la sua sovrana maestà, il suo bene assoluto, l’uomo che pecca preferisce una creatura al creatore, e così si fa responsabile in qualche modo di un atto di idolatria.

Chi “ha un altro dio dinanzi all’Unico Dio” dice che la sua felicità non si trova in Dio, e allora diventa impossibile che costui possa esser introdotto alla visione beatificante di Dio, all’amore assoluto, cose che per lui non hanno il carattere di assolutezza. E questo perché l’uomo si trova, dopo il peccato originale e i tanti peccati personali, in una situazione di grande miseria, d’incapacità di ritrovare con le sue sole forze il suo posto giusto ed esatto.

Ora possiamo cercare qualche parola che ci aiuti a percepire il contenuto della parola “salvezza”. Salvezza è “vita”, è “luce”, è “verità”, è “pienezza”, è “gioia”, è “santità”, è “pace”, è “amore”, è “libertà”, è “grazia”.

Salvarsi è partecipare alla vita divina

La salvezza è “vita” perché consiste nel possesso dell’unica vita che veramente merita in senso assoluto questo nome: la vita in Dio. Appunto per questo la salvezza è grazia, poiché la grazia ci introduce in una misteriosa partecipazione della vita divina. Al contrario, il peccato è morte. Per la stessa ragione la salvezza è santità: la santità infatti è un modo di essere che rassomiglia all’essere divino, la cui natura è una vita inesauribile e perfetta.

La salvezza è “luce”. Forse si potrebbe dire che il primo frutto della grazia nel cuore dell’uomo, sia di illuminarlo. Cos’è “illuminare”? È portare qualcosa alla luce, sottrarlo al buio delle tenebre. Le tenebre impediscono di vedere.  La bellezza di un oggetto è soltanto percepibile alla luce. Così la luce ci fa scoprire le infinite sfumature di un’opera d’arte. Ricordiamo, per esempio, i quattro meravigliosi quadri del maestro impressionista Monet che dipinse la cattedrale di Reims in quattro ore diverse del giorno!

Quando parliamo della salvezza come luce intendiamo dire che essa costituisce uno sguardo del tutto diverso sull’uomo e sul mondo, alla luce di ciò che Dio ci comunica. Ora, la luce della fede ci introduce alla verità delle cose: ci permette un giudizio oggettivo sulla loro natura, il loro valore, il loro rapporto con noi, non un rapporto superficiale ed ingannevole, ma un rapporto che si fonda nella verità.

Al contrario, l’opera del Nemico, è un’opera di tenebre. Lui lavora nelle tenebre, adopera come suo più abituale strumento la menzogna e la confusione, detesta che le cose siano viste alla loro vera luce: se non riesce a circondarle di tenebre, cerca almeno che siano viste in modo parziale, unilaterale. Il suo lavoro consiste nel farci credere che le apparenze siano la cosa più importante, e nel farci trascurare le cose sostanziali o gli aspetti sostanziali delle cose.

In cosa consistono libertà e amore?

La salvezza è libertà nel senso più puro di questa espressione. La libertà perfetta consiste nell’aderire con tutte le forze dello spirito al bene sovrano che è Dio. Il peccato, è, invece, schiavitù.

 Tra le confusioni più drammatiche nell’odierno pensiero umano vi è la falsa idea di libertà. In fondo questa idea procede da un antropocentrismo, da una voglia di “essere come Dio”. L’uomo, limitando il suo orizzonte alle cose visibili e diventando estraneo alle cose invisibili, diventa allo stesso tempo incapace di capire dov’è la vera libertà e di considerare come la sua vera perfezione è quella che lo porta alla comunione con Dio.

Ora, la comunione con Dio è l’unica vera pienezza dell’uomo, l’unica sua vera pace, l’unica possibile sua definitiva gioia. Qui è opportuno citare ancora una volta la frase geniale di sant’Agostino: «Ci hai fatto per te e il nostro cuore è irrequieto finché non riposa in te». Irrequieto, dunque senza pace, senza pienezza.    

Ci resta da dire una parola ancora sulla salvezza come amore. L’amore è l’adesione al bene, è l’adesione a ciò che ci porta alla perfezione del nostro essere. Ci possono essere tanti “amori”, e tanti di essi non meritano davvero questa parola, così nobile, così sostanziale. Quando abbiamo detto, parlando della salvezza come vita, che essa lo è perché introduce alla comunione intima con Dio, nell’adoperare la categoria di comunione stavamo parlando già dell’amore.

È l’amore di Dio, che previene ed anticipa quello dell’uomo, la chiave della salvezza. Egli prende l’iniziativa della creazione e della salvezza. E se ci domandiamo quale sia la causa di questo suo amore, non si può dire altro che è lo stesso amore, il desiderio gratuito di comunicare la sua perfezione e la sua beatitudine.

O ci si salva o ci si perde…

La salvezza è un dono di Dio, ma allo stesso tempo è la situazione giusta ed esatta dell’uomo. Non è qualcosa di aggiunto, come un attributo che potesse ugualmente appartenerci o non appartenerci. Quando l’uomo non si trova in situazione di salvezza, gli manca qualcosa che appartiene indissolubilmente alla sua vocazione e alla sua dignità.

Un uomo che non accoglie la salvezza è una persona che non giunge alla sua perfezione. Peggio ancora: siccome non c’è mezzo tra il legame d’amore con Dio e il rifiuto del suo amore, chi non si trova in stato di salvezza, si trova in stato di non-salvezza, di perdizione, e non soltanto di a-salvezza.

Non siamo spettatori del dramma della salvezza

La salvezza è, dunque, la vera riuscita dell’uomo, la ragione dell’incarnazione e della Pasqua di Cristo. In un certo modo la salvezza s’identifica col Regno di Dio, perché il Regno di Dio è la societas sanctorum, cioè la Gerusalemme celeste ove Dio è «tutto in tutti» (1 Cor. 15,28).

La salvezza non è dunque un concetto astratto, una categoria di pensiero utile, sì, ma sostituibile. Essa è la sostanza dell’economia di Dio, di quel disegno misericordioso che è il mysterium salutis.

Il cristiano non può essere uno spettatore del dramma del mistero della salvezza: partecipa attivamente nel disegno di Dio, sapendo che in quel mistero c’è una parte che spetta a ciascuno.

Questa coscienza della vocazione alla salvezza, della sua necessità e del ruolo che in essa ha ciascuno, è la radice dello zelo apostolico e pastorale. La sorte di tanti fratelli dipende, misteriosamente, da me. È il nostro grande onore, e allo stesso tempo la grande responsabilità, che Dio ci inserisca amorosamente nel disegno di salvezza.

(RC n. 24 - Maggio 2007)