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Radici Cristiane n. 56 - Luglio
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E' uscito il numero 56 di Luglio

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San Francesco e i sovrani del suo tempo

L’umilissimo padre che volle chiamarsi “minimo” seppe comportarsi da gigante dinanzi ai potenti del suo tempo.

di José Narciso Soares

Il 2 febbraio 1483, a 67 anni, Francesco si mette in viaggio per andare in Francia, invitato dal Re Luigi XI. Quando giunge sulle cime del Pollino Francesco si volge a guardare per l’ultima volta l’amatissima Calabria e, commosso per quel commiato che sa essere definitivo, la benedice. Sul masso sul quale è montato restano impresse le orme dei suoi piedi. Questa reliquia fu divisa in due parti e custodite nei conventi di Paterno.

 Lungo il tragitto fino a Napoli Francesco compie innumerevoli prodigi e la notizia del suo transito si sparge in un baleno. Tutti vorrebbero trattenerlo o almeno ospitarlo e tanti chiedono il suo aiuto e il suo conforto. Il popolo che incontra riconosce in lui l’ultimo baluardo di difesa per la salvezza spirituale e per la dignità del vivere civile.

 

In trionfo fra i napoletani

Giunge a Napoli il 27 febbraio ed entra in città per Porta Capuana. Una folla immensa, che invade anche tutte le strade limitrofe, aspetta il frate eremita calabrese a stento trattenuta dai soldati. Il re, appena avvistato il frate, scende dalla sua carrozza coi figli e circondato dai dignitari del regno e da numerosi nobili e cavalieri, gli si fa incontro per riceverlo.

Si inginocchia al suo cospetto, lui che poco tempo prima lo avrebbe voluto in ceppi, per riceverne la benedizione e lo abbraccia. Dignitari e nobili gli fanno ala per scortarlo a piedi alla reggia di Castel Nuovo (il Maschio Angioino), circondato da una folla acclamante che i soldati non riescono più a contenere.

Un testimone racconta che è tanta la massa che avrebbe voluto toccare o baciare il lembo del saio, che Francesco ne sarebbe rimasto schiacciato se il principe Federico non lo avesse fatto circondare e difendere dalla guardia. Nel tripudio di acclamazione, Francesco resta impassibile e quasi assente, rivestito di invincibile umiltà come non si trattasse della sua persona. Giunto nel cortile interno di Castel Nuovo gli si fanno incontro la Regina Isabella con l’Infanta e le dame di corte, che si inginocchiano al suo cospetto per baciargli il lembo del saio e riceverne la benedizione.

Ferrante tenta Francesco

Il Re Ferrante ospita Francesco e i suoi due compagni in un alloggio preparato vicino agli appartamenti reali. Il re fa praticare nella porta dell’alloggio un leggera fessura per controllare, non visto, i comportamenti del frate. Questo ci varrà una immagine fedele delle sue sembianze, perchè il re incarica un pittore di ritrarlo a sua insaputa osservandolo attraverso la fessura. Il ritratto è custodito nella chiesa dell’Annunziata a Montalto Uffugo (Cosenza).

 Durante la permanenza Francesco non cessa di perorare la causa del ravvedimento del re, richiamandolo ai doveri primi di un buon principe cristiano, in questo assistito dalla Misericordia di Dio che opera attraverso lui tanti prodigi.

 Il re diffidente, continua ad osservarlo dalla fessura della porta. Una sera, quando tutti dormono, va a spiare e vede Francesco in estasi al cospetto di Dio circondato da una luce sfolgorante che aveva rischiarato a giorno la stanza. Non ancora convinto della santità cerca occasione per tentarlo.

Più volte invitato alla mensa Francesco rifiuta. Un giorno il re ordina al suo paggio, don Girolamo Cavaniglia, di portare un vassoio di pesce fritto a Francesco nella sua stanza. Il testimone 98 del processo calabrese, padre Ambrogio Coppola cappellano di corte, racconta che Francesco fatto il segno della croce sui pesci li fa ritornare vivi e chiede di riferire al re che come lui ha ridato la vita ai pesci il re deve ridare la libertà agli innocenti infelici che tiene rinchiusi nelle prigioni.

Il re è visibilmente scosso dal racconto ma è ancora diffidente e prova un’altra strategia per saggiare la vera natura dell’eremita. Chiede a Francesco di istituire a Napoli una sua comunità e, per aiutarlo nella costruzione del convento, gli fa consegnare un vassoio ricolmo di monete d’oro.

Francesco accetta l’invito ma rifiuta il denaro. Il re non riesce a comprendere e manifesta a Francesco il suo stupito disappunto. Francesco presa una moneta dal vassoio la spezza e mostra il sangue che ne sgorga, quindi gli dice che il denaro non è suo ma il sangue versato dai sudditi a causa delle troppe tasse ingiuste, e lo invita con decisione, ricordandogli che anche per i re esiste l’inferno, a rivedere la sua condotta e a dedicarsi con lo spirito dei principi cristiani a migliorare il governo del regno, minacciandolo di vedere estinta in breve tempo la sua stirpe se questo non sarà fatto.

Ferrante, benché orgoglioso e superbo, non osa ribattere e, profondamente turbato, promette a Francesco di rivedere la sua condotta e gli chiede di intercedere per lui presso il Signore. Non manterrà le sue promesse: la dinastia si estinguerà, Francesco vivente.

Francesco porta Cristo alla Corte di Francia

In Francia regna dal 1461 Luigi XI, figlio di Carlo VII, perfido e perverso, sospettoso, incapace di amare chicchessia. Nel marzo 1480 colpito da apoplessia riesce a riprendersi solo dopo un lungo periodo di cure. Terrorizzato dalla morte fa incetta di reliquie, nella speranza di ottenere la completa guarigione, si circonda di religiosi, santi o presunti tali.

Matteo Coppola, mercante napoletano che aveva conosciuto Francesco e per sua intercessione ottenuto la grazia di avere figli nonostante la moglie sterile, riferisce a Jean Moreau, scudiero del Re (testimone 41 del processo turonense), i prodigi di Francesco. Moreau parla al Re che convoca Coppola. Convinto che la santità dell’eremita possa guarirlo, invia il maggiordomo de Bussières con gentiluomini di corte e Coppola a Paterno con una lettera di convocazione.

Molte testimonianze affermano che Francesco aveva predetto che la Volontà di Dio lo avrebbe portato presso popoli lontani. Tuttavia, rifiuta l’invito leggendo nella lettera la sola volontà del sovrano. Informato, Luigi chiede al Re di Napoli di intercedere. Ferrante, non volendo scontentare la Casa di Francia che era pretendente al Trono di Napoli e avrebbe potuto recargli fastidi, invia a Francesco il de Bussières con una lettera ingiungendo di accontentare il Re di Francia. 

Ancora una volta, non scorgendo che volontà interessata, Francesco rifiuta. Su consiglio di Ferrante, Luigi tramite l’ambasciatore de Beaudricourt, ottiene l’intervento di Papa Sisto IV. Francesco si inchina al volere di Dio, espresso tramite il Vicario di Cristo, di andare in Francia. La legazione in nave e Francesco li segue via terra.

 

Alla conquista della Francia

Il 2 febbraio 1483 lasca Paterno. È l’inizio di una fase che lo porterà a svolgere un ruolo di primaria importanza nella formazione dell’Europa moderna e a dare un nuovo assetto alla Congregazione eremitica.

Dopo il soggiorno a Roma parte in nave da Ostia. Arriva nel porto di Marsiglia ma, a causa della pestilenza, la nave non può entrare. Si dirige verso la baia di Bormes. Anche lì vi è la peste e i soldati di guardia fermano la comitiva, Francesco li rassicura dicendo che non vi è nulla da temere perchè Dio li accompagna.

Entrato si reca in chiesa per ringraziare il Signore, vi trova alcuni operai che si affannano a sollevare una grossa trave. Si avvicina la benedice e gli operai riescono facilmente a sollevarla. La notizia si diffonde e una gran folla va in chiesa per impetrare dal frate l’intercessione per la liberazione dalla peste. Francesco sempre partecipe delle sofferenze si reca al lazzaretto e, commosso da tanto dolore, benedice gli ammalati risanandoli all’istante. La peste svanisce. 

Luigi XI, il più potente d’Europa, si prostra a Francesco, ne chiede la benedizione e, come riferisce lo storico Philippe de Commynes testimone oculare, di pregare Dio che gli conceda vita più lunga. Assistito amorevolmente da Francesco, Luigi perde il terrore della morte e, ascoltando i suoi consigli, mette ordine nei suoi affari.

Risolve le controversie con la Santa Sede: restituisce i territori di Valentinois e Die, appoggia la bolla di Interdetto verso la Signoria di Venezia, che assediava Ferrara, bloccando col veto la richiesta di Venezia di convocare un concilio contro Sisto IV. Sottoscrive trattati di pace; ripristina la giustizia vilipesa, mostra maggior disposizione a perdono e rispetto per i subordinati. Saluta chiunque incontri con le parole di Francesco, Ave Maria, e a corte lo imitano. 

Francesco e Luigi

Sapendo che la fine è vicina, convoca il Delfino Carlo. Obbliga a ridurre sensibilmente, tasse e gabelle, fa iscrivere questa decisione al parlamento di Bourgogne, recentemente istituito, e alla Camera dei conti di Parigi. Raccomanda a Francesco i figli, perché li assista con preghiere e consigli. Su indicazione di Francesco, Carlo VIII nel dicembre 1491 sposa la duchessa Anna di Bretagna, anziché Margherita d’Austria, ponendo fine alla guerra civile tra Bretoni e Francesi. In segno di riconoscenza, la coppia reale scelse Francesco come padrino del delfino Carlo-Orlando.

 

Nella corte di Tours, senza volerlo, Francesco si venne a trovare ai vertici della diplomazia. La S. Sede, sapendo dell’influenza sul giovane Re, spesso gli affidava affari delicati.

 

La regina Anna, per la prodigiosa guarigione della figlia Claudine, è la prima a promuovere la causa di beatificazione di Francesco, seguita dai sovrani d’Europa.

 

Alla morte di Luigi XII il 1° gennaio 1515, sale al Trono di Francia Francesco I duca di Valois, che la madre Luisa di Savoia chiamò col nome dell’eremita per stima e devozione; sposo della principessa Claudine, grande estimatore di Francesco, si impegna a perorarne la canonizzazione. Così Francesco ha saputo vincere le calamità del tempo, con l’esempio, conquistando il cuore di potenti e popolo.

 

(RC n. 24 - Maggio 2007)