Quando Lotario Conti, figlio del conte di Segni e di Claricia, fu eletto Papa all’inizio dell’anno 1198, il giovane cardinale (era nato nel 1160) era considerato uno degli intellettuali più raffinati e dei maggiori esperti di diritto canonico dei suoi tempi: la scelta cadde su di lui in quanto veniva considerato abbastanza energico da poter sostenere il pieno riconoscimento della supremazia del Papa su ogni autorità laica; perfetto uomo di Stato, capace d’intraprendere l’opera di restaurazione del potere papale in Italia e oltralpe, di difendere gli ordini religiosi dalle usurpazioni del potere secolare e di ingaggiare battaglie contro le eresie. Uomo e pontefice tanto dotto quanto energico Al momento di diventare pontefice, Lotario aveva solo trentasette anni, era di antica e nobile famiglia del Lazio, aveva studiato teologia nell’università di Parigi e diritto in quella di Bologna.
Creato cardinale dallo zio Clemente III (1187-1191) e quindi avversato da Celestino III (1191-1198), Lotario si era ritirato nelle sue terre e nella solitudine aveva cercato conforto vergando le pagine di un libro che ebbe molta risonanza: era il De contemptu mundi (Il disprezzo del mondo) , in cui si scagliava atrocemente contro le vanità del mondo ed è altamente indicativo della mentalità del tempo e del desiderio di sublimare il pessimismo attraverso la ricerca della vera felicità nella vita eterna. Gli inizi del XIII secolo erano tempi difficili per la Chiesa: il potere temporale stava subendo forti limitazioni ed il prestigio della Curia romana veniva meno sia in Europa che in Terra Santa, mentre intorno alle Alpi imperversava l’eresia degli albigesi. Innocenzo ascese al pontificato facendo proprie le concezioni teocratiche di Gregorio VII, secondo cui la dignità regale non era che un riflesso della dignità pontificia e tentò di metterle in pratica interferendo nella maggior parte degli Stati cristiani, nelle vicende matrimoniali dei sovrani, usando la forza contro le eresie, imponendo rigide regole agli ordini dei mendicanti.
Il primo suo atto fu quello di restaurare la sovranità temporale a Roma, facendo sottomettere alla propria autorità i due magistrati (il prefetto che rappresentava l’Imperatore ed il senatore che rappresentava il popolo) che fino a quel momento erano state le massime cariche cittadine. Approfittando poi della morte dell’Imperatore Enrico VI (1197), si propose come protettore del figlioletto Federico, futuro imperatore, che incoronò Re di Roma, ed alla morte della madre Costanza d’Altavilla (1198) Innocenzo divenne tutore del fanciullo. Seguì un periodo di contrasto con i feudatari tedeschi, insofferenti al ruolo egemonico del papa, che seppe attuare un’accorta politica diplomatica che gli permise di superare il pericolo che proveniva dalla Germania, almeno fino quando Federico divenne maggiorenne e, cinta la corona, cercò di riprendersi i propri diritti. Le crociate di Innocenzo Due altri pericoli che Innocenzo III dovette fronteggiare furono il diffondersi dell’eresia catara e la lotta contro i musulmani.
Appena asceso al Trono pontificio aveva bandito la Quarta Crociata, che partì con molta fatica (quasi cinque anni per raggruppare un esercito) e finì molto male: partiti per mare da Venezia, i crociati non giunsero mai in Terra Santa; infatti prima si fermarono per sottomettere Zara, passata dalla Repubblica di Venezia al Regno d’Ungheria, quindi per riconquistare Costantinopoli al legittimo pretendente Alessio IV, figlio dell’Imperatore Isacco II, detronizzato, accecato e tenuto in prigione da suo fratello Alessio III. Nonostante l’inferiorità numerica, i crociati riuscirono nell’impresa, ma per il comportamento da conquistatori si resero invisi alla popolazione. Intanto Papa Innocenzo III aveva scomunicato i crociati per la presa di Zara ed aveva confermato la scomunica quando la spedizione, invece di dirigersi a Gerusalemme, si era rivolta a Costantinopoli. Però, riuscita l’impresa, il Pontefice capì che avrebbe potuto ricevere grandi vantaggi e risolvere il secolare Scisma d’Oriente; tolse quindi la scomunica ed il culto latino fu imposto a Bisanzio, dove fu creato un nuovo patriarca; Atene, Sparta, Tebe, Corinto, Nasso e Cefalonia diventarono baronie vassalle del Pontefice.
Non era, purtroppo, la soluzione definitiva dello scisma orientale, sogno di tanti Pontefici, perché il culto latino in Oriente doveva durare solo pochi decenni, fino alla restaurazione cioè dell’Impero bizantino; eppure il nuovo stato di cose venne ad accrescere enormemente il prestigio del Papato, che, grazie all’attività e la sagacia di Innocenzo III, era diventato l’arbitro dell’Europa intera. Quella in Terra Santa non fu l’unica crociata di Innocenzo: ne indisse una interna contro i catari o albigesi, contro i quali avevano invano decretato misure di rigore i pontefici precedenti. Gli albigesi, numerosi nel mezzogiorno della Francia, erano pericolosi per le loro dottrine manichee, che minacciavano non solo la distruzione del cristianesimo, ma anche la dissoluzione dell’intera società civile.
Papa Innocenzo III fin dalla sua assunzione al pontificato s’era preoccupato di questo problema: ma l’opera dei predicatori da egli inviati non dette buoni risultati e il pontefice dovette ricorrere alla forza per sradicare la pericolosa eresia. Il segnale della crociata anticatara venne in seguito all’omicidio presso Arles del cardinale Pietro di Castelnau, legato pontificio, assassinato da un cavaliere del conte Raimondo di Tolosa, protettore dei catari. Allora Innocenzo III bandì la crociata contro di essi ed inferse la scomunica ai feudatari loro protettori. La vera e propria guerra, costata decine di migliaia di perdite, iniziata nel 1209, si sarebbe conclusa solo molti anni più tardi (una prima fase, la “crociata dei baroni” nel 1215, una seconda, la “crociata regale” nel 1225, una terza nel 1255 ed in Italia il movimento fu debellato solo nel 1277).
Fino agli ultimi mesi di vita Innocenzo II si batté per la lotta a questa eresia: è del 1216 il canone Excommunicavimus del Quarto Concilio Lateranense, che dibatté la riforma della Chiesa minacciata dall’eresia: la novità introdotta dal Concilio fu una confessione di fede che permise di giudicare quali eresie tutte quelle dottrine che la contraddicevano. Il trionfo di Innocenzo III e della teocrazia papale In una quindicina di anni Innocenzo III aveva riportato la Chiesa alla supremazia temporale, divenendo egli stesso l’arbitro dell’intera politica europea. Aveva restaurato l’autorità papale a Roma e nello Stato della Chiesa; aveva assicurato il trono a Federico II nel Regno normanno; in Germania aveva prima favorito Ottone IV di Brunswich e poi, dopo che questi era venuto meno alle promesse fatte, gli aveva opposto Federico; aveva ottenuto che il Re di Francia riprendesse la ripudiata moglie Ingheberga e seguisse la politica papale nelle relazioni con l’Impero e con il sovrano inglese; aveva ricevuto dichiarazione di vassallaggio da parte dei sovrani di Svezia, Danimarca, Portogallo, Leon e Castiglia, Aragona ed Inghilterra oltre che dell’Impero Latino d’Oriente; il suo aiuto era stato richiesto dai sovrani di Serbia, di Bulgaria e d’Armenia; aveva ottenuto da Federico II i beni di Matilde di Canossa, Spoleto, Ancona, l’esarcato di Ravenna, la Pentapoli, la Sicilia, la Sardegna, e la Corsica; aveva promosso una crociata in favore dei Re di Castiglia e d’Aragona, i quali avevano sconfitto, nel 1212, i Mori a Las Navas de Tolosa; aveva, infine, riunito la Chiesa greca alla latina e debellato la setta degli Albigesi. In una parola, grazie a lui Roma era tornata ad essere, dopo parecchi secoli, il centro della politica mondiale e il Papato aveva raggiunto il suo apogeo.
Il trionfo della teocrazia fu sancito dal IV Concilio Lateranense, tenutosi nel novembre del 1215, che riunì non meno di 70 patriarchi ed arcivescovi, oltre 400 vescovi e più del doppio tra abati e priori, nonché gli ambasciatori di quasi tutti i reami europei e mediorientali: ponendosi al disopra di popoli e principi, e al disopra dei loro giuramenti reciproci, che egli scioglieva o manteneva, secondo che lo esigeva l’interesse variabile della sua posizione, Innocenzo III appariva il rappresentante di un dominio mondiale, che in sé riuniva la somma autorità temporale e spirituale: Innocenzo era Papa e Imperatore nello stesso tempo e poteva ben vantarsi di avere realizzato gli ideali di Gregorio VII.
Il concilio, oltre a decretare la superiorità della Chiesa sull’Impero, sancì anche la liberazione della Terra Santa (Quinta Crociata) e la riforma della Chiesa (approvazione degli Ordini mendicanti). Francesco e Domenico In particolare vennero approvati gli statuti di due ordini: quello dei Predicatori (domenicani) e quello dei Minori (francescani). Il primo era stato fondato dallo spagnolo Domenico di Guzman (1170-1221), che si era reso conto di quanto fosse necessaria la predicazione per convertire non soltanto i lontani pagani dell’est Europa, ma anche i vicini eretici catari. Il secondo era nato per volontà di Francesco d’Assisi (1181-1226) e, oltre a riportare nella Chiesa il desiderio di semplicità, rispondeva all’esigenza di dare una risposta ortodossa alle istanze di povertà catare.
Innocenzo III dette il proprio assenso all’ordine francescano, che a differenza degli altri ordini pauperistici, non contestava l’autorità della Chiesa, ma la considerava come “madre” imprescindibile e le offriva sincera obbedienza. Gli agiografi riportano un sogno (immortalato da Giotto in un famoso affresco) avuto dallo stesso Papa quella notte: egli vide la Basilica del Laterano che stava per crollare ed un piccolo uomo che la sosteneva sulle sue spalle. Questo sogno, insieme ad altri segni, convinse il Papa concedere un primo assenso alla regola (che verrà definitivamente confermata dal suo successore Onorio III – lo stesso sarebbe avvenuto con l’ordine domenicano).
Ma erano gli ultimi anni della vita di Innocenzo III: a soli cinquantasei anni, dopo diciotto di pontificato, morì a Perugia il 16 luglio del 1216, durante i preparativi della Quinta Crociata; con lui finiva la teocrazia papale, mentre, per opera di Federico II, si preparava una nuova lotta tra l’autorità pontificia e quella imperiale.