Il valore che ha il matrimonio in se stesso, come condivisione di vita ampia ed estesa a più livelli, fondata sulla comunione fisica di due persone sessualmente complementari e naturalmente orientata alla procreazione e alla cura dei figli, può essere compreso, ed è stato compreso, da persone di fedi diverse e da persone non appartenenti ad alcuna specifica religione.
I grandi giuristi della Roma precristiana, ad esempio, pur in un contesto di riflessione critica sul matrimonio, sono stati in grado di articolare una politica ed una legislazione fondate su un trattamento per molti aspetti encomiabile di questo essenziale bene umano.
Essi definivano con il termine familia il gruppo sociale primario che, composto da più persone poste sotto la potestà del pater (o per generazione o per adozione) aveva origine con il matrimonio monogamico o di coppia.
La famiglia nell’antica Roma
Sono cinque le caratteristiche essenziali che ritraggono la famiglia e la sua visione pubblica nell’antica Roma: 1) il “patriarcato”, cioè la sua struttura basata sull’autorità paterna (il diritto privato romano era identificato infatti come il diritto dei patres familias o capi della famiglia); 2) la preminenza della linea maschile di parentela nella successione familiare (che per secoli fu riservata ai soli discendenti maschi); 3) la repressione dell’adulterio femminile, punito con la massima pena (la morte in caso di flagranza di reato); 4) la possibilità del “ripudio”, cioè dell’allontanamento del coniuge, solo da parte dell’uomo, consentito esclusivamente per adulterio o aborto volontario compiuti dalla moglie (l’istituto del ripudio si trasformerà però, con la decadenza dei costumi tipica della fine dell’Impero, in divorzio, reso cioè possibile per altri motivi e realizzabile anche per iniziativa della donna); ed infine 5) l’inquadramento giuridico, nell’ordinamento “statale”, della vita e della disciplina dei vincoli familiari.
Considerando questa forte presenza dello Stato romano nella vita della famiglia ci si potrebbe chiedere: ma se il matrimonio è un istituto evidentemente buono, perché allora le autorità pubbliche intervengono così pesantemente per tutelarlo? Questa posizione, ripetuta anche oggi, è valida solo in apparenza, e dimostra tutta la sua superficialità nel momento in cui valuti la vulnerabilità dell’istituto matrimoniale rispetto alle deviazioni sociali e alle ideologie ad esso ostili che indeboliscono la sua capacità di difendersi.
Il motivo fondamentale per cui la famiglia e il suo buono stato di salute istituzionale costituiscono un interesse pubblico, è la sua singolare idoneità ad assicurare ai figli la necessaria protezione e l’adeguata attenzione, perché possano crescere e diventare persone rette e cittadini responsabili.
La concezione romana e ciceroniana della famiglia
Marco Tullio Cicerone aveva perfettamente capito ciò quando, ad esempio, affermava che la famiglia era il fondamento e l’origine dell’organizzazione statale: “principium urbis et quasi seminarium reipublicae” (“il primo principio della città e, quasi, il vivaio della vita pubblica”).
Questa idea del gruppo familiare come base e sorgente prima dello Stato è coerente con lo sviluppo delle istituzioni romane e con il primo evolversi della comunità romana. L’antica civitas, infatti, non nasce altro che da una aggregazione volontaria, spontanea di familiae, comunità politiche autonome e originariamente sovrane.
La familia, essendo concepita come cellula fondamentale della civitas, ne riproduceva la struttura e l’organizzazione interna: aveva infatti un suo culto, si entrava in essa e se ne usciva come in uno Stato, ed i propri componenti vivevano soggetti al pater familias come ad un capo politico.
Il potere del pater era definito patria potestas ed aveva una tale ampiezza sui figli da far assimilare la loro condizione quasi a quella di schiavi. L’autorità paterna sulle figlie femmine poi, arrivava nel momento del matrimonio a farle “vendere” al futuro marito o al padre di lui, se vivente, secondo un costume ampiamente diffuso nel mondo antico.
La patria potestas prevedeva persino la possibilità, per il pater familias, di fronte a gravi infrazioni del filius, di condannarlo a morte, dopo aver ascoltato il parere di un consiglio domestico composto dai parenti più stretti.
Tutti questi poteri e facoltà non dovrebbero comunque apparire come un tirannicidio arbitrario di parte paterna, rappresentando piuttosto, con i metodi e la mentalità tipiche del tempo, l’“altra faccia della medaglia” di quel profondo legame d’affetto e comunità di destino (“pietas”) che stringeva tutti i componenti del gruppo familiare romano.
Matrimonio e natalità a Roma
La familia, come detto, ha origine col matrimonio, il cui scopo e fine è
Come si vede, per raggiungere i fini e l’essenza del matrimonio cristiano, non rimaneva che la elevazione a dignità di sacramento. Il Cristianesimo, infatti, non ha mutato il carattere e gli effetti che il matrimonio ha sempre avuto, se non in un punto: è solo stato elevato a dignità maggiore con la grazia di Dio.
Nella filosofia pubblica di estremo favore per i figli che caratterizzava l’antica Roma è possibile rinvenire l’origine della sua grandezza. Ne è riprova il fatto che la civiltà greca, per tanti aspetti altrettanto grande e luminosa di quella romana, proprio nel poco interesse per la famiglia e per la casa, nella scarsa considerazione della sposa e della madre e nella egoistica ostilità alla prole numerosa, ha trovato il “tarlo” che ha ne ha alla fine corroso e inaridito le tante qualità d’intelligenza e buon governo.
L’aumento della cittadinanza è teorizzato dai romani soprattutto con l’Imperatore Antonino Magno (Caracalla), il quale nel 212 d.C. disponeva l’ampliamento della civitas romana per un fondamentale motivo religioso. In quel periodo era ormai consolidata l’affermazione di un principio giuridico fondamentale dell’ordinamento romano, quello del riconoscimento della dignità del bambino prima della nascita.
Dall’età di Augusto a quella di Antonino Magno, infatti, giuristi e imperatori sviluppano la difesa dei nascituri. Giustiniano I “codifica” infine concetti, principi e norme, che si mantengono nella tradizione latinoamericana, in particolare nei codici civili, nonostante alcune gravi deviazioni delle dottrine e delle codificazioni in Europa.
Famiglia romana e cristiana
Sebbene l’istituto familiare romano si affermi con una sanità, una solidità, uno spirito di rettitudine e di abnegazione superiore a quello di tutti gli altri popoli dell’antichità, è opportuno sottolinearne le differenze e “mancanze di continuità” con la concezione cristiana.
Fra queste il carattere di organismo giuridico pubblico che la familia aveva nella vita dello Stato, che conduceva a considerare il matrimonio, atto costitutivo di essa, come un dovere politico da parte del cittadino.
Il Cristianesimo non poteva accettare questa concezione della famiglia come una sorta di “fabbrica di cittadini” per lo Stato, in quanto si contrapponeva con la primaria valenza santificante del rapporto matrimoniale in relazione alla Creazione e Redenzione di Cristo. Se nella concezione romana la famiglia costituiva la cellula dell’organismo politico più grande rappresentato dalla civitas, in quella cristiana essa era piuttosto cellula della Chiesa e “chiesa domestica” essa stessa, come ha affermato il Concilio Vaticano II (Costituzione dogmatica “Lumen gentium”, del 21.11.1964, n. 11/d).
Nonostante i suoi limiti, l’ordinamento romano sul matrimonio e la famiglia rappresenta a tutt’oggi l’esempio più rilevante di come le verità naturali sull’uomo e la società possano essere comprese facendo esclusivamente ricorso alla retta ragione.
Se però il matrimonio è un bene che è possibile scegliere in modo convinto solo da parte di quelle persone che lo hanno compreso profondamente e che lo scelgono proprio in base a tale consapevolezza, tuttavia, la capacità di comprenderlo e quindi di sceglierlo, come ci testimonia la plurisecolare esperienza del diritto romano, dipende in modo decisivo dall’orientamento delle istituzioni e della cultura che trascendono la scelta individuale.
Ecco perché lo Stato non può essere “neutrale” fra la famiglia, che è seminarium della res pubblica, e le altre forme di unione o convivenza esistenti fra i suoi cittadini, che rivestono semmai un’attenzione di carattere privatistico e personale.