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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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I DICO, ennesimo passo verso lo scioglimento della società



di Francesco Agnoli

La polemica, purtroppo, è di quelle aspre: tra chi difende il matrimonio come unica istituzione possibile, a fondamento della società, e chi vorrebbe promuovere legami più laschi, più liquidi, più solubili, attraverso i cosiddetti pacs, divenuti poi, con qualche piccolo cambiamento, Dicoun regolamento pattizio più snello e leggero», scriveva eufemisticamente Franco Grillini, presidente nazionale dell’Arcigay e primo ideatore del progetto).

 

Natura del matrimonio

Si tratta, in realtà, di un problema enorme, perché da come lo risolviamo deriverà il futuro delle giovani generazioni. Per capire bene cosa è in gioco, occorre ricordare che il matrimonio tra un uomo e una donna è la struttura portante di ogni società: viene prima dello Stato, ed è superiore allo Stato stesso.

In famiglia ognuno cresce, viene educato, impara ad amare, costruisce le basi per affrontare la vita. Se l’esperienza familiare, affettiva, non è positiva, se manca uno dei genitori, se il rapporto tra loro è troppo conflittuale… il figlio ne risentirà, molte volte per tutta la vita. Ne deriva che il matrimonio è una istituzione essenziale, da tutelare con ogni cura. Non un’istituzione creata dall’uomo, inventata da qualche autorità, ma qualcosa che trova fondamento nella natura stessa dell’uomo.

«Dal dì che nozze e tribunali ed are/ dieder alle umane belve essere pietose/ di sé stesse e d’altrui…»: così scriveva Ugo Foscolo, non certo un cattolico bigotto. La civiltà è nata intorno all’istituto del matrimonio e al diritto, inteso come sforzo di regolare e raggiungere il bene comune, non quello solo individuale, particolare, personale.

Il matrimonio, che è nato dalla pietas per noi stessi e per gli altri, come scrive Foscolo, che è per l’uomo, è allora il luogo della vita affettiva, quello in cui cresciamo come figli, in cui impariamo a relazionarci col nostro prossimo, il più prossimo possibile, per crescere con un equilibrio interiore, sapendo di essere amati, veramente, e cioè stabilmente.

 

La secolare lotta della Chiesa in difesa del matrimonio

La storia però ci insegna che mille sono i pericoli in agguato. Prima del cristianesimo, prima che la Chiesa legiferasse sul matrimonio, nel corso dei secoli, e in particolare col Concilio di Trento, succedeva, legalmente, di tutto: nel mondo antico, accanto alla poligamia, esisteva il ripudio (a senso unico: solo l’uomo poteva ripudiare la donna). Inoltre vi erano matrimoni combinati, bigamie, matrimoni tra consanguinei ecc.

Adriano Prosperi, famoso storico della Normale di Pisa, racconta che ancora nel Seicento la Chiesa doveva lottare contro la volontà di alcune famiglie di sposare i figli in base ad accordi economici, oppure contro la tendenza degli uomini a imporre matrimoni obbligatori alle donne, tramite il cosiddetto “bacio violento”.

La convivenza veniva combattuta dalla Chiesa per motivi spirituali, ma anche per ragioni molto concrete: poteva succedere che due fidanzati convivessero sotto lo stesso tetto; poi, però, quando la donna rimaneva incinta, l’uomo, talora, la abbandonava, non avendo ancora contratto alcun obbligo né verso di lei, né verso il figlio. In una società agricola come quella di allora, alla donna rimaneva solo la possibilità di vendersi, o comunque di finire male.

Per questo il Concilio di Trento stabilì l’obbligatorietà del matrimonio consensuale, pubblico ed istantaneo, in cui gli sposi assumessero una responsabilità tra loro, di fronte alla comunità e di fronte agli eventuali figli.

Le pubblicazioni, poi, permettevano di impedire matrimoni forzati, tra consanguinei, o casi occulti di poligamia: leggendo il nome degli sposi, infatti, la comunità esercitava una sorta di controllo su di loro. Amore, infatti, non può non far rima con responsabilità.

 

Il non senso di un contratto legale

Ma la responsabilità non è sempre scontata. La modernità, infatti, ha prodotto le teorie sul libero amore, prima con filosofi come Diderot e Fourier, poi con la visione della famiglia di Marx ed Engels; infine ha teorizzato l’amore senza regole, senza carte, senza “burocrazia e cerimonie”, nel Sessantotto: ma non ne è nata la società libera e felice che ci si aspettava.

Ci sono, invece, oggi più che mai, famiglie distrutte, figli soli, o con troppi padri, e troppe madri, o sballottati tra padri e madri, e tante, tante storie infelici e tristi. Storie, ad esempio, di celebri omosessuali come Aldo Busi, che nel suo Manuale del perfetto papà (Mondadori), dopo aver raccontato il suo triste rapporto col padre, scrive: «È probabile che nella mia omosessualità ci sia una forma di attrazione non verso i maschi ma verso l’odio che mi suscitano tutti gli uomini, odio che il fare sesso con loro non ha fatto che fomentare».

Perché allora proseguire su questa strada? Perché togliere al matrimonio, quel po’ di sacralità e di serietà che ancora è rimasta? Perché insegnare ai giovani che potranno impegnarsi, verso il loro prossimo, verso una moglie, verso un eventuale figlio, con contratti di tre mesi, per una manciata di giorni, e non di più? Perché dirgli che l’amore è un rischio, un fiore che per forza appassisce, qualcosa che spesso scade più veloce delle pere, o di un semplice contratto di lavoro, di un famigerato e incerto co.co.co?

Perché, ancora, chi voleva l’“amore libero”, senza carte, senza burocrazia, adesso chiede che la società riconosca per legge unioni a termine, tra uomo e donna, o tra persone dello stesso sesso, con relativa facoltà di adozione? Perché volere che lo Stato legittimi unioni in cui sono garantiti diritti, ma non doveri (mentre le persone sposate devono sottostare a doveri maggiori di coloro che stringono, si fa per dire, un Dico)?

 

Il solito Veronesi

In Italia il dibattito è volutamente camuffato, benché personaggi celebri come Umberto Veronesi affermino apertamente, senza giri di parole, che oggi non è più vero che un bambino ha bisogno di un padre e di una madre: infatti con la fecondazione artificiale si può benissimo “prodursi” un bambino da soli, ricorrendo a siti come www.mannotincluded o www.womennotincluded! E un domani, come scrive sempre Veronesi, nel suo La libertà della vita (Raffaello Cortina), ci potremmo fare un figlio da soli, a nostra immagine e somiglianza, con la clonazione!

 

La situazione italiana

Nell’attuale dibattito politico nel nostro paese si mette l’accento sul problema delle unioni di fatto in genere, ma sottolineando in particolare la questione dei diritti giuridici della coppia di fatto eterosessuale, o di quella omosessuale, senza però parlare ancora, per quest’ultima, di diritto all’adozione.

Tra i cosiddetti “diritti non garantiti” per una coppia di fatto vi è quello alla pensione di reversibilità. Perché? Lo ha già spiegato a suo tempo la Corte Costituzionale, per la quale «diversamente dal rapporto coniugale, la convivenza more uxorio è fondata esclusivamente sulla affectio quotidiana, liberamente e in ogni istante revocabile, di ciascuna delle parti e si caratterizza per l’inesistenza di quei diritti e doveri reciproci, sia personali che patrimoniali, che nascono dal matrimonio». Come a dire che per la Corte italiana chi non si assume determinate responsabilità, con un matrimonio vero e proprio, non può godere dei diritti connessi, senza che questo comporti una discriminazione nei confronti di chi è coniugato.

 

Una società “liquida”

Il tentativo portato avanti da chi sostiene i Dico è allora quello di introdurre pian piano l’idea che la famiglia eterosessuale, stabile, in cui i coniugi si assumono una responsabilità certa tra loro e nei confronti del figlio, sia solo una forma come un’altra di famiglia: l’effetto sarà l’ulteriore indebolimento dell’istituto familiare, e una società sempre più disgregata, liquida, priva di legami e di responsabilità.

Dire no ai Dico significa allora continuare a credere nel matrimonio, nelle nozze civilizzatrici, nel diritto come tutela del bene comune, nell’uomo come animale sociale…

Abbiamo una visione del mondo, un’idea di uomo, perché tutto ciò che è umano ci interessa, ci sta a cuore: e abbiamo il dovere, sacrosanto, di dirlo, di crederci, di batterci per questo, contro la società disgregata, in cui ognuno fa e disfa, senza neppure trattative, assume diritti e rifiuta doveri, in nome del suo io, più o meno gonfio, più o meno smarrito, più o meno disorientato.

Se chi propone i Dico dice di farlo per gli altri, è bene dire che gli altri non hanno bisogno di questo, ma di altro: del matrimonio, dell’assunzione di responsabilità, di fronte a chi amano e alla società!

Diciamolo ad alta voce, senza paura: diciamo no ai dico, né carne né pesce, né pasta né minestra, costruzione giuridica artificiosa, incomprensibile, nata attraverso cavilli e mediazioni continue, a metà tra qualcosa e qualcos’altro, tra la convivenza e il matrimonio, inafferrabile e disorientante.

Non sono per l’uomo, ma contro di lui. Se ne accorgerebbero soprattutto le generazioni future: generazioni che partirebbero già col piede sbagliato, se gli spiegassimo, noi, oggi, che l’amore non è una dedizione totale, ma un patto momentaneo, un momento, un attimo, per quanto “ben” regolamentato. Lo scriveva anche Giovanni Verga: abbiamo bisogno di uno scoglio, di una certezza, quella della famiglia, e coloro che vogliono abbandonare lo scoglio, la realtà umana e naturale che ci è propria e che ci corrisponde, per brama di ignoto, di meglio, o per puro egoismo, sono destinati a naufragare.

 

(RC n. 24 - Maggio 2007)