Jacopone nacque a Todi, figlio di Benedetto o Benedettuccio, intorno all’anno 1230. La scarsa documentazione sulla sua vita offre poche date intorno a cui nei secoli è sorta una ricca e variegata biografia agiografica di origine popolare. Egli fu un poeta, un francescano appassionato, un personaggio sicuramente scomodo, difficilmente inquadrabile, eppure amato per i suoi versi drammatici e per i suoi scontri con il potere riconosciuto. Egli rappresenta inoltre un’interessante chiave di analisi dell’arte sacra diffusasi in Umbria nel XIII secolo.
Nel gennaio scorso la Regione Umbria, nella ricorrenza del VII centenario dalla morte del frate, ha promosso la mostra “Jacopone da Todi e l’arte in Umbria nel Duecento”. L’esposizione, ospitata nei palazzi comunali di Todi, si è chiusa il 2 maggio lasciando un’importante traccia metodologica dietro di sé: una rigorosa indagine storica proseguita e completata (ma molto si potrà ancora approfondire e proporre) da un critico accostamento iconografico.
Nel dipanarsi delle testimonianze viene perciò indagata la vita di Jacopone, insieme ai suoi scritti, alla letteratura che lo riguarda, ma anche alle immagini che la tradizione ci lascia di lui, alle miniature, alle sculture, alle tavole dipinte, che il frate probabilmente influenzò con le sue Laudi, e alle opere d’arte che al contrario potrebbero aver toccato la sua sensibilità. Questo perché l’arte e la vita si influenzano reciprocamente ed è compito di ogni studio che si rispetti far emergere nuovamente i legami sotterranei e misteriosi tra le cose.
Le prime sezioni della mostra ci accompagnano attraverso le carte e i documenti – affascinante raccolta di fogli scoloriti, antiche parole vergate e colorate miniature – nel mondo politico e religioso che attorniava Jacopone e nella sua vita. Sono molte infatti le testimonianze tratte dal suo Laudario.
La poesia e l’arte
Dalla raccolta delle Laudi di Jacopone da Todi sono state ricavate molteplici informazioni su precisi eventi della sua vita e sulla sua complessa spiritualità. È stata messa in rilievo la buona formazione culturale e la conoscenza della tradizione poetica precedente (sono molti i riferimenti negli scritti), come della produzione figurativa dell’epoca.
Egli viveva ritirato dal mondo, ma al contempo era un attento osservatore del suo tempo. Viveva nella sua realtà e per questo scriveva: per comunicare, per educare moralmente, per dare dei principi fissi da seguire.
La sua poesia è profondamente originale e “figurata”. Egli ricorre spesso a immagini facilmente leggibili per definire concetti che potrebbero rimanere troppo astratti. E ciò favorisce un naturale accostamento tra la sua produzione poetica e le rappresentazioni figurative proprie dell’Umbria del Duecento. Senza naturalmente dimenticare che quasi certamente Jacopone era contrario allo sfarzo e all’abbondanza decorativi.
Scriveva lo storico dell’arte Mario Salmi nel 1959: «è assai probabile che Jacopone nel suo “dolce amor di povertade” avesse preferito – fedele alla vecchia regola francescana – il tempio edificato sulla tomba del santo di Assisi, severo, privo di ogni ornamento anziché la splendida duplice chiesa…». Dunque il rapporto tra Jacopone e le arti visive è complicato e probabilmente contraddittorio. Comunque egli è poeticamente interessato ai temi ricorrenti nella cultura del suo ordine: San Francesco, la Vergine col Bambino e la Passione di Cristo, punto focale della sua poetica.
Si apre qui l’ultima sezione della mostra in cui si alternano le statue lignee dipinte a vivaci colori, le tempere su tavola, i crocifissi. Sono opere di anonimi maestri, perlopiù umbri; il Maestro di San Francesco, il Maestro dei Crocifissi blu (dal colore dello sfondo), il Maestro di Sant’Alò, sono gli autori di alcune delle opere più belle e toccanti della sala. Una delle ultime tavole esposte, raffigurante la Crocifissione e l’Imago Pietatis, è del magnifico Maestro Espressionista di Santa Chiara.
Sono raffigurazioni di potente impianto religioso, fortemente comunicative. Si pensa alla ricca tradizione letteraria che può aver suggerito certe immagini. E al contempo si pensa alla poesia che le stesse figure hanno certamente ispirato, all’attrazione provocata da tali “racconti per immagini”. E si comprende come i linguaggi dell’uomo si mescolino e si aiutino reciprocamente nella devozione a Dio.