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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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Le tavole d'altare, ossia la fede fatta forma e colore

Una eloquente mostra di questo genere d’arte sacra al Museo Städel di Francoforte fa vedere in tutta la sua portata l’influenza pedagogica avuta nel cristianesimo tedesco dalle tavole d’altare

di Matthias von Gersdorff

Agli esordi del XIII secolo avvenne uno dei cambiamenti paradigmatici più grandi nella storia dell’arte sacra europea quando l’arte occidentale divenne indipendente dall’oriente e creò un suo stile proprio.


Cimabue, Duccio di Buoninsegna ma soprattutto Giotto sono i nomi ai quali si attribuisce la maggiore influenza in questo fenomeno. Essi, allontanandosi dal costume orientale, incominciano a dipingere in forma molto più realista, inserendo le scene bibliche o le vite dei santi in un contesto esistente veramente nella natura visibile: la geografia, la vegetazione, la fauna dell’ambiente intorno a loro.


I personaggi diventano di carne ed ossa, le fisionomie riflettono affetti veri. Le pitture diventano narrazioni storiche dei fatti biblici. Questo è stato un passaggio che ha dato origine a dibattiti, studi, teorie.

La mostra di Francoforte


Quando era ancora cardinale, Benedetto XVI ha commentato nel suo libro Lo Spirito della Liturgia che questo cambiamento avvenne per diverse ragioni, fra cui la popolarizzazione della filosofia di Aristotele – fonte ispiratrice della scolastica – che presta attenzione al mondo così come è, a differenza della filosofia di Platone per cui gli oggetti materiali sono solo riflessi di idee assolute.


Un’altro impulso per questa mutazione lo danno le nuove forme di pietà che cercano l’identificazione con la vita del Redentore così essa realmente accadde: onde le varie crocifissioni e flagellazioni che mostrano Nostro Signore sanguinante e sofferente, la Vergine svenuta dal dolore, san Giovanni piangente, ecc. Prima le idealizzazioni evitavano queste scene di realismo.


Il fenomeno si estese anche alla Germania. Attualmente alla pinacoteca di Francoforte, lo Städel, è in corso una mostra di tavole d’altare che illustrano questa mutazione dell’arte pia. Esse provengono dall’Hessisches Landesmuseum Darmstadt, una delle collezioni più ricche della Germania, la cui sede è ora in fase di restauro. Per via della grande quantità di opere a disposizione, lo Städel esibirà per ora quelle dei primi tempi e solo in un secondo momento anche le più recenti.

Uno strumento di catechesi


In Germania la produzione di queste tavole fu particolarmente imponente, rappresentando contemporaneamente un grande sviluppo della pittura su legno e della pittura come arte a se stante. Fino ad allora essa si esprimeva in combinazione con la produzione di libri sacri, di miniature, ma anche di sculture dipinte oppure con affreschi sulle pareti, ritenuti piuttosto parte dell’architettura.


Ma è importante sottolineare che nonostante ciò la pittura non divenne un’arte “emancipata”. La sua finalità doveva sempre essere pedagogica allo scopo d’incentivare la pietà, il pentimento, l’amore del Redentore, l’imitazione della Vergine e dei santi.
Precisamente per questo l’arte delle tavole d’altare doveva seguire regole teologiche molto più rigorose di quelle per la realizzazione di oggetti di pietà popolare privata, che iniziavano a comparire in occidente mentre in oriente già erano comuni.


Nel mondo tedesco la pittura delle tavole d’altare sostituì in grande parte gli affreschi che in Italia continuarono ad essere importanti fino a molto più tardi. Ciò si dovette a diversi fattori. Da una parte, in Germania già esisteva dal IX secolo la tradizione di altari mobili i quali generalmente contenevano reliquie. I reliquari, a partire del secolo XI, furono separati dalla costruzione stessa degli altari e le reliquie furono messe in apposite placche di metallo prezioso, l’antependium, a sua volta collocato sul fronte dell’altare.

La tavola d’altare fiorisce assieme al gotico


L’architettura gotica, nel ridurre di molto l’area degli affreschi a causa dei grandi archi e spazi vuoti, incentivò la produzione delle tavole dipinte di altare in modo da illustrare la Parola di Dio e la vita dei santi ai convenuti per le funzioni liturgiche.


Le prime tavole d’altare non erano, paradossalmente, di legno ma di pietra o metallo prezioso. Il legno fu adoperato solo a partire del secolo XIII. Le tavole erano composte da due o quattro predelle, al centro delle quali si deponevano o le reliquie o una statua, mentre ai lati le tavole venivano dipinte. 
I nomi degli autori di queste tavole d’altare sono ignoti. Nel Medioevo l’autore del dipinto o della scultura era soltanto l’artigiano che eseguiva gli ordini di un teologo dotto. Quest’ultimo diveniva così il vero maestro dell’opera.


Ciò cominciò a cambiare gradualmente nel secolo XIV con l’umanesimo e radicalmente col rinascimento, quando la pittura realizzava principalmente criteri estetici. L’arte cominciò allora ad essere apprezzata in se stessa e non appena come strumento per orientarsi in una realtà sovrannaturale più alta. Fu col barocco che la Chiesa della Controriforma tornò ad insistere nella sua finalità didattica.

Dipinti ieratici e “naturali”


Le più antiche tavole d’altare in mostra sono quelle denominate Tavole di Worms, risalenti all’anno 1260. Le predelle interiori, cioè quelle che si vedono ad altare aperto, fanno veder gli apostoli Pietro e Paolo. Ad altare chiuso, si vedono invece Santo Stefano e San Nicola. Colpisce il fatto che le figure sono ritratte come se fossero statue ieratiche, con le pieghe dei vestiti molto segnate. Ciò fa vedere ancora il grande influsso di Bisanzio. Siamo dunque solo all’inizio del nuovo stile occidentale.


Completamente diverso invece è l’Altare di Altenberg del 1330. Di esso vediamo in mostra le tavole laterali, fra le quali andava una statua della Madonna. L’artista si è ormai allontanato decisamente dallo stile bizantino. Le scene si trovano in una cornice di realtà terrena, con fiori, mobili, un abbozzo di prospettiva. Ma, più importante ancora, le persone hanno perso la ieraticità; sono vive, gesticolano e parlano fra di loro. Qualcosa di diametralmente diverso dall’ambiente sovraterreno dell’arte bizantina. Le scene sono quasi domestiche, ispirate alla vita quotidiana di una qualsiasi città tedesca dell’epoca.

Un modo di far partecipare i fedeli


Si potrebbe mettere in contrasto l’Altare di Altemberg con l’Altare di Friedberg, del 1370, il pezzo più grande e importante della mostra. Nel suo elemento principale, cioè le figure attorno ad una Crocifissione, vediamo che queste diventano nuovamente statue.
Una retrocessione? Siamo tornati alle tavole di Worms ? Alcune differenze tuttavia spiccano: questa monumentale tavola è completamente dipinta. Le predelle laterali non costituiscono più solo una cornice per una scultura centrale. Anche il centro è dipinto con una Crocifissione e i timpani sopra hanno scene tanto o più realiste dell’altare di Altenberg.


Ma persino nelle figure centrali un po’ statuarie troviamo una fondamentale differenza con l’altare di Worms nel tratto minuzioso della psicologia dei personaggi. I gesti e le smorfie sono veramente umani. Le figure contemplano, analizzano, attendono, sono in pianto. Niente fuori dal tempo e dallo spazio, ma persone in carne e ossa che si pongono in atteggiamenti naturali e in disposizioni anemiche davanti alla grandezza dell’evento, un Redentore che muore per loro.


Chi guarda è invitato a identificarsi con queste condotte ma anche a capire quello che succede nella celebrazione della Messa: il rinnovarsi del sacrificio della Croce in modo incruento.


Questo effetto si rafforza ancora nell’Altare di Siefernheim del 1400. Molto simile al grande altare di Friedberg ma con una importante differenza: la scena della Croce è dentro un vano. Il sangue scorre dalla Croce sul pavimento e giunge fino ai fedeli che assistono alla Messa. Così aumenta ancora l’impressione da parte dello spettatore. Nostro Signore non è più crocifisso in un luogo remoto ma nella chiesa stessa dove si trovano i fedeli.

La normalità del quotidiano


Molto più recente è il piccolo Altare di Friedberg. Quanto sopra detto lo troviamo molto più sviluppato qui. Nella scena dell’Annunciazione vediamo mobili, decorazione di fiori, i libri sui quali studiava la Madonna, il movimento delle figure, ecc.
Nella scena del Natale san Giuseppe sta cucinando, la stalla ha tutti gli elementi delle stalle reali, la scena è volutamente casalinga. Qualsiasi massaia, qualsiasi genitore, qualsiasi cuoca può compenetrarsi interamente su quanto vi è descritto.


Nella Fuga in Egitto la natura è splendidamente riprodotta, san Giuseppe viene raffigurato come il tipico viaggiatore del tempo, con la borraccia e gli attrezzi necessari per un lungo percorso.

Gli inizi del processo di secolarizzazione


Queste tavole in legno per uso liturgico furono realizzate durante un lungo periodo in Germania, divenendo sempre più grandi e monumentali. Hans Holbein il vecchio e Albrecht Dürer si annoverano fra i più noti autori di essi.


Col trascorrere del tempo le diverse scene non furono più dipinte su tavole separate ma su uno sfondo comune, aprendo così la strada per la pittura paesaggistica. Man mano che la pittura venne secolarizzandosi le scene bibliche e quelle sulle vite dei santi vanno rimpicciolendosi fino a scomparire. Inizia un lungo processo storico che ci porta ai giorni nostri.


Nel Rinascimento le tavole d’altare vennero sostituite con le grandi pale che occupavano tutto lo spazio dietro l’altare. A poco a poco anche la pittura su tela sostituì sempre più quella su legno. Nel secolo XIX la corrente artistica dei Nazareni imitò gli artisti medievali dipingendo grossi affreschi e anche dipingendo su legno. Tuttavia ciò non fu sufficiente per condurre il neogotico verso le tavole d’altare giacché la decorazione favorita all’epoca fu quelle di statue policrome in nicchie ogivali.

(RC n. 25 - Giugno 2007)