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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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"In Bosnia si discriminano i cattolici"

Intervista al cardinale Vinko Puliic

Radici Cristiane, in occasione della visita “ad limina apostolorum” dei vescovi della Conferenza episcopale della Bosnia ed Erzegovina, tenutasi nel mese di febbraio 2006 in Vaticano, ha intervistato il cardinale Vinko Puljić, Arcivescovo di Vrhbosna, Sarajevo.

di Mira Dujela

Eminenza, sono trascorsi più di dieci anni dalla firma degli accordi di Dayton che hanno portato alla fine della guerra, ma non al rispristino della pace. Cosa pensa Lei che è il padre spirituale dei croati in Bosnia ed Erzegovina?


È veramente andata così. Gli accordi hanno fermato la guerra ma non sono riusciti a costruire la pace, perché nonostante siano degli accordi di pace, non sono giusti.
Innanzitutto hanno diviso la Bosnia. Ad un popolo di minoranza hanno dato la parte più grande del Paese e creato una Repubblica, mentre gli altri due popoli costitutivi sono stati marginati in una Federazione.


In secondo luogo la Costituzione della Bosnia ed Erzegovina è stata scritta in base agli accordi, creando una burocrazia esagerata: 14 parlamenti e 14 governi. In un Paese così povero è impossibile mantenere economicamente e con efficacia una struttura simile.


Inoltre, alcuni dei punti degli accordi non si sono mai concretizzati, danneggiando soprattutto noi cattolici. Innazitutto per ciò che riguarda il ritorno dei profughi, perché di 820.000 cattolici che c’erano prima della guerra, oggi in Bosnia ed Erzegovina ce ne sono appena 466.000. Quando parlo di cattolici parlo di croati, anche perché c’è una percentuale molto bassa di cattolici negli altri popoli, appena lo 0,5%, come è anche vero che c’è una bassa percentuale di croati che non sono cattolici.

Qual è la situazione dei cattolici nella Federazione?


I cattolici sono potuti rientrare nella Federazione grazie ai nostri sacerdoti che sono tornati qui per primi e hanno iniziato la ricostruzione. Rimane putroppo il problema di come far valere i propri diritti, problema che è presente nelle grandi città dove vivevano in maggioranza i musulmani. Ed è proprio qui che i cattolici ottengono con molta difficoltà i permessi per la costruzione delle case, non riescono a trovare lavoro e viene messa a rischio la loro sicurezza.


Ci sono state diverse provocazioni. Sistematicamente rubano negli appartamenti della parrocchia e della chiesa, mentre la polizia sta a guardare senza intervenire, tanto da creare paura tra la gente, come a voler dire “qui non c’è posto per voi”.
A Sarajevo hanno distrutto anche le nostre tombe, sono entrati nelle case private, e per quanto noi sappiamo chi è stato, la polizia non reagisce. La Comunità internazionale non ritiene importante proteggere un popolo di minoranza.


Riscontriamo ancora più problemi nella costruzione o restauro dei nostri luoghi di culto. Solamente nell’arcidiocesi di Sarajevo prima della guerra vivevano 528.000 cattolici, mentre oggi ce ne sono appena 218.000, ed inoltre sono state distrutte 600 chiese.
Con rammarico devo ammettere che noi non abbiamo ottenuto nessun permesso per poter iniziare i lavori di ristrutturazione. Sono particolarmente dispiaciuto del fatto che quando si dovevano aiutare i nostri sacerdoti a tornare nelle case parrocchiali distrutte dalla guerra, le organizzazioni internazionali si sono rifiutate di aiutarci, non mostrando neanche un po’ di buona volontà per risolvere questo problema. È triste venir considerati del cittadini di serie B, e venir discriminati.

Per quale motivo è così importante la ristrutturazione dei luoghi di culto?


L’esperienza mi insegna che lì dove non ci sono simboli di fede, la gente teme che non ci sarà futuro. Noi cattolici ci troviamo in una situazione estremamente difficile. In tutta la loro povertà la gente voleva che prima si ricostruisse la chiesa e in seguito la loro casa. Da fuori ci hanno spesso criticato per questo, ma era la gente che non voleva tornare nei luoghi se non c’erano i loro simboli.

Come risolvono simili problemi le altre due entità religiose nella Bosnia ed Erzegovina?


La Chiesa ortodossa, sui territori della Repubblica Serba costruiva le chiese dai fondi dello Stato, mentre la Comunità islamica, sui territori della Federazione, riceveva i finanziamenti dai Paesi arabi, soprattutto dall’Arabia Saudita che ha costruito 156 nuove moschee nella Federazione. Sto citando i dati che sono stati pubblicati sui giornali, e che nessuno ha mai rettificato o smentito. I grandi centri islamici sono stati costruiti grazie alle donazioni dei Paesi arabi.


Tutta questa situazione ha generato dei dubbi e una mancanza di fiducia tra i cattolici che si chiedevano: “Come mai loro ottengono così facilmente i permessi per costruire, mentre noi dobbiamo sacrificarci per ottenere, di tanto in tanto, dei permessi per ricostruire i nostri simboli religiosi?”. Questo è un chiaro esempio di discriminazione.

In quale modo vengono suddivisi gli aiuti economici della Comunità internazionale in Bosnia ed Erzegovina?


Farò un paio di esempi. Gli americani hanno finanziato le infrastrutture di alcuni quartieri di Sarajevo. In un quartiere vicino al fiume Ljutina, dove vivono sia musulmani che cattolici, hanno portato l’energia elettrica a tutte le case di musulmani, saltando le case dei cattolici. Io ho reagito immediatamente, ma questa ingiustizia è stata risolta appena dopo due anni.


Non possiamo dimenticare questa umiliazione. Di esempi simili ce ne sono tantissimi, putroppo. Quando si tratta di energia elettrica, soprattutto nei villaggi, la situazione non è di certo migliore. In una Paese musulmano, abbastanza sperduto, hanno portato l’energia elettrica, mentre non l’hanno portata in tutti i paesi cattolici in cui passavano i cavi. Perché? Sono discriminati in quanto cattolici.


Noi vescovi abbiamo protestato due volte per l’ingiustizia del programma per i profughi dove consapevolmente sono stati tralasciati i paesi dove vivono i cattolici. È un sistema programmato che si sta realizzando, come mi aveva detto un’ambasciatore: “Voi cattolici o vi assimilerete o dovrete trasferirvi”. Ed io gli ho risposto: “Signore, le sue parole sono terribili, voi siete anche pagati per questo, io invece lotto per l’esistenza, questa è la mia vita, e vedremo chi vincerà alla fine”.

Qual è la situazione nelle altre diocesi della Federazione?


C’è un grande problema di uguaglianza di diritti. Durante il periodo di guerra abbiamo tanto lottato per vivere insieme. La Caritas è stata tra le prime a dar da mangiare gli uni e gli altri, quando le altre organizzazioni ancora non ci aiutavano. A prescindere dalla fede e dalla nazionalità, era un servizio della Chiesa Cattolica. Possono testimoniare anche le organizazioni internazionali che ci hanno aiutato ad ottenere il cibo.


Nonostante questo impegno, noi tuttora non abbiamo gli stessi diritti a Sarajevo. Ecco un esempio. Quando arrivate allo sportello per ottenere un permesso o per fare un documento, si sa subito dal vostro cognome, se siete cattolici o musulmani; se siete cattolici la burocrazia sarà molto lunga e lenta. Ecco un esempio concreto.


Sto cercando di ottenere il permesso per costruire una chiesa nella parrocchia di Grbavica, guidata dai gesuiti: da 25 anni vivono in spazi precari e dismessi. Prima c’erano i comunisti che non volevano dare i permessi, durante la guerra era vietato costruire e da nove anni aspetto che il governo attuale mi conceda un permesso.
C’è sempre qualche problema se si tratta di cattolici. I musulmani possono costruire le moschee dove e quando vogliono. Mi chiedo dove sia qui la parità di diritti.

Qual è la situazione nella diocesi di Mostar? Che rapporti ci sono tra i cattolici e i musulmani, soprattutto dopo le grandi polemiche sull’altezza del campanile e sulla collocazione della croce sul monte vicino Mostar?


Le organizzazioni internazionali hanno creato un “caso” di Mostar. Dobbiamo renderci conto che qui c’è stata la guerra lasciando molte ferite aperte. La comunità internazionale ha ignorato queste ferite, mettendo delle precise condizioni per alcuni popoli, mentre per altri no.
Le condizioni a Mostar non erano le stesse per Sarajevo o Banja Luka, e sta proprio qui la perfidia della Comunità internazionale. Saremmo vissuti in pace, se si fossero rispettate le stesse condizioni in tutte queste città. Hanno chiaramente provocato e pressato la popolazione su alcuni territori, mentre in altri posti hanno ignorato la diseguaglianza: ed è proprio questo che ha infastidito i cattolici in Bosnia.


L’altezza del campanile è solamente una reazione. Ci hanno aggredito su tutti i giornali perché affermano che costruivamo di continuo campanili e croci. Si sono lamentati con me personalmente perché costruivo una chiesa, in quanto questa era una vera provocazione per i serbi ed i musulmani. Sono rimasto sorpreso da questa affermazione. Non possiamo accettare un dialogo simile. Cerchiamo un dialogo con la stessa parità di diritti.

Questa sileziosa guerra sta continuando ancora oggi. Lei, in quanto padre spirituale dei cattolici in Bosnia ed Erzegovina, cosa vorrebbe che succedesse nel prossimo futuro per una migliore e giusta convivenza dei cattolici?


Come prima cosa mi aspetto che la comunità internazionale e i nostri politici creino una struttura giuridicamente equa, che si stabiliscano delle leggi valide per tutti i cittadini della Bosnia ed Erzegovina riconosciuti dalla Comunità internazionale.
In secondo luogo, bisogna dare la possibilità ad ogni uomo di poter vivere grazie al proprio lavoro, perché è dignitoso mantenere la propria famiglia con un lavoro onesto. È umiliante vivere con gli aiuti umanitari, ma ancora oggi, putroppo, non possiamo farne a meno.
Nonostante i periodi bui, noi cerchiamo di accendere nuove luci, iniziando dalle nostre scuole in cui vogliamo educare i bambini per un futuro migliore, a prescindere dalla nazionalità o dalla fede.


A Sarajevo abbiamo iniziato a costruire un asilo, perché vogliamo testimoniare che la Chiesa Cattolica lotta per la gente comune. Tutto ciò di cui abbiamo parlato e predicato durante la guerra, ora vogliamo realizzarlo. I bambini sono il futuro di questa terra sofferente. Stiamo costruendo anche un centro sanitario per aiutare soprattutto coloro che sono minacciati socialamente. Stiamo ristrutturando il convento delle Sorelle della Misericordia per la scuola secondaria di medicina: una parte sarà adibita a centro per la cura primaria e secondaria, dove ci sarà anche una farmacia, mentre l’altra parte verrà lasciata alle sorelle che collaboreranno con il centro.


Perché facciamo tutto questo? In primo luogo, per dare alla gente una visione di garanzia civile e sociale, per fargli sapere che potranno sempre ricevere una cura e previdenza sanitaria e per non far più sentire la paura di non sapere chi li curerà.

Cosa ha causato concretamente, tra i cattolici, la perdita di fiducia nella sanità? Possiamo parlarne più apertamente?


Non solo possiamo, ma dobbiamo. Durante il periodo di guerra, qui in Bosnia ed Erzegovina sono stati licenziati senza motivo un gran numero di medici ed infermieri cattolici. Alcuni sono scappati via in seguito a delle minacce. Quando è arrivato il momento di tornare, non c’era più posto per loro; nei loro posti di lavoro sono arrivati dei dottori stranieri, principalmente dai Paesi arabi, quindi musulmani.


Il terrore e le ingiustizie più grandi le hanno vissute le nostre future mamme. Sono state obbligate ad abortire senza nessun motivo, anche se era chiaro che l’intento era quello di far nascere meno cattolici possibile. È molto difficile per me parlare di questi argomenti.


 Ecco un esempio di un sacerdote anziano e già in pensione. Nel suo libretto sanitario gli avevano scritto che aveva una malattia molto grave, per cui doveva assumere moltissimi medicinali e volevano che si operasse, senza che fosse necessario. Come fa uno a non impaurirsi e ad avere fiducia in questo sistema sanitario?


A causa di tutta questa situazione, voglio realizzare questo centro sanitario di cui ci si potrà fidare, e tutti potranno essere curati dai nostri medici. Mando un appello ai nostri medici, di non scappare da Sarajevo, perché qui ci saranno delle reali prospettive per loro. Grazie al loro aiuto realizzeremo un migliore domani per la nostra gente, che oggi è povera e non può esercitare i propri diritti neanche nella previdenza sanitaria.

(RC n. 25 - Giugno 2007)