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Radici Cristiane n. 74 - Maggio
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“Figlio dell’uomo”

Un “nome di Cristo” questo che dovrebbe nutrire in noi l’ardente desiderio dei primi cristiani: la seconda venuta di Cristo in gloria e maestà.

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Nel 1583 apparve a Salamanca una delle opere più riuscite di Fra Luis de León (1528-1591): “Dei nomi di Cristo”. Un’opera giustamente lodata per la purezza del linguaggio, un classico del Secolo d’Oro ispanico. Ma altrettanta attenzione dovrebbero suscitare i suoi meriti teologici e biblici.

Si chiamano “nomi di Cristo” certe parole o espressioni con le quali la Sacra Scrittura si riferisce a Lui. Alcune sono nomi, nel senso che noi diamo correntemente a questa parola, come “Gesù”. Altre espressioni, molto numerose, designano la natura o l’essere di Cristo, come “Figlio” o “Verbo”. Altre ancora caratterizzano il suo agire, come “Pastore” o “Maestro”.

Fray Luis de Leòn ci dice che «la causa per cui a Cristo nostro Signore si danno molti nomi è la sua molta grandezza, i tesori delle sue ricchissime perfezioni, la moltitudine dei suoi uffici e gli altri beni che da Lui si spargono su di noi, i quali non possono essere abbracciati in un solo sguardo dell’anima e, molto meno ancora, definiti con una sola parola. E così come chi serve acqua in un bicchiere lungo e stretto non la serve tutta d’un tratto, ma a poco a poco, così anche lo Spirito Santo, che ben conosce la strettezza del nostro intendimento, non ci presenta tutta insieme quella grandezza, ma a volte ci dice qualcosa con un nome e, altre volte, altre cose con altri nomi».
Non possiamo qui né riassumere né commentare l’opera del grande autore castigliano. Limitiamoci a parlare di uno di questi “nomi di Cristo” – “Figlio dell’uomo” – e altre volte potremo commentarne altri. Il frutto di queste riflessioni dovrebbero essere la lode a Dio per il suo amore e per le meraviglie che opera in noi, la gratitudine per i suoi doni incommensurabili e, di conseguenza, l’amore nostro verso chi ci ha amato per primo.

«D’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio, venire sulle nubi del Cielo» (Mt. 26, 64)

Il nome “Figlio dell’uomo” compare circa novanta volte nel Nuovo Testamento, e si può affermare che è quello che di preferenza Gesù usa per riferirsi a Se stesso.

Nel Libro di Ezechiele è molto frequente l’espressione “figlio dell’uomo”; con essa Dio si rivolge al profeta (vedere 2, 1-3; 3, 4-10; 8, 6-8; 11, 2-15; 28, 2-12-21; 32, 2-18, ecc.). In quel contesto, significa semplicemente “uomo” e, forse, ha la connotazione di membro del popolo di Israele. Anche Daniele è chiamato “figlio dell’uomo” (Dn. 8, 17) in questo senso.

Tuttavia l’uso di questa espressione nel Nuovo Testamento trova come antecedente un testo di Daniele che dice: «Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno simile a un figlio di uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui, che gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue, lo serviranno; il suo potere è un potere eterno, che non tramonta mai, e il suo regno è tale che non sarà mai distrutto» (Dn. 7, 13ss.).

 Quando Gesù fu portato davanti a Caifa, sommo sacerdote giudeo, questi, cercando il modo di condannarlo gli chiese: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, perché ci dica se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio. “Tu l’hai detto”, gli rispose Gesù, “anzi io vi dico d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’Uomo seduto alla destra di Dio, e venire sulle nubi del Cielo”» (Mt. 26, 63ss.).
Poco prima della descrizione del Giudizio Finale, leggiamo le seguenti parole dette da Gesù: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri...» (Mt. 25, 31-34).

La visione apocalittica del “Figlio dell’uomo”

 Il libro dell’Apocalisse dice: «Ora come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. I capelli della testa erano candidi, simili a lana candida , come neve. Aveva gli occhi fiammeggianti come fuoco, i piedi avevano l’aspetto del bronzo splendente purificato nel crogiuolo. La voce era simile al fragore di grandi acque (...)

Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la destra, mi disse: non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi» (Ap. 1, 12-18).

 Nell’Apocalisse ancora, in un contesto di giudizio, leggiamo: «Io guardai ancora ed ecco un nube bianca e sulla nube uno che stava seduto, simile a un figlio d’uomo; aveva sul capo una corona e in mano una falce affilata» (Ap. 14, 14).

E Daniele ci rammenta questa immagine: «Alzai gli occhi e guardai ed ecco un uomo vestito di lino, con ai fianchi una cintura d’oro di Ufaz, il suo corpo somigliava a topazio, la sua faccia aveva l’aspetto della folgore, i suoi occhi erano come fiamme di fuoco, le sue braccia e le gambe somigliavano a bronzo lucente e il suono delle sue parole pareva il clamore di una moltitudine” (Dn. 10, 5ss.). Probabilmente questo personaggio è lo stesso di quello che Daniele nel versetto 16 dice di avere “sembianze d’uomo”.

Il “Figlio dell’uomo” è il Messia glorioso

 Letti queste brani biblici con attenzione, è facile vedervi elementi comuni che li relazionano all’uomo: il nome “Figlio dell’uomo” non è semplicemente sinonimo di un essere umano qualsiasi, ma di uno che possiede tratti di gloria, di potere, di signoria, d’impero, di giudizio.

Benché non s’identifichi con Dio chiamato “l’Anziano” o “il Padre”, è a Lui molto vicino e partecipa della sua gloria e potere. Tuttavia, quella gloria e quel potere risiedono in un essere che ha caratteristiche umane.
Alla luce del Nuovo Testamento e della rivelazione del mistero della Santissima Trinità, l’immagine di “Figlio dell’uomo” si accosta a quella di Figlio di Dio e, comunque, al Messia glorioso, come si vede esplicitamente nella risposta di Gesù a Caifa.

Umiliazione e gloria, un paradosso di Gesù Cristo

Quando Gesù chiama se stesso “Figlio dell’uomo”, lo fa in contesti molto diversi fra di loro. Può farlo, per esempio, per mettere in rilievo la sua povertà e umiliazione: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Mt. 8, 20), o il suo atteggiamento di servizio: «... il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire...» (Mt. 20, 28).

 Altre volte il contesto è quello della Parusia, cioè la seconda venuta di Cristo: «non avrete finito di percorrere le città di Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo» (Mt. 10, 23), e persino di giudizio: «...il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e renderà a ciascuno secondo le sue azioni» (Mt. 16, 27). Il “Figlio dell’uomo” è colui che risusciterà (Mt. 17, 9) dopo essere consegnato e morto ad opera dei giudei (Mt. 17, 12).

 In certi casi il titolo di “Figlio dell’Uomo” si relaziona ad atteggiamenti di Gesù che comportano poteri divini: «Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati: io ti dico – esclamò rivolto al paralitico – alzati, prendi il tuo lettuccio e va a casa tua» (Lc. 5, 24), oppure quando disse ai farisei: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato» (Lc. 6, 5).

Ma se si paragonano i diversi testi in cui questo nome risulta, si vede che la seconda venuta gloriosa di Cristo ha una rilevanza tutta particolare: «Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria. Egli manderà i suoi angeli con una grande tromba e raduneranno tutti i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all’altro del cielo» (Mt. 24, 30s).

Il nome “Figlio dell’uomo” è un titolo messianico, molto relazionato con la Parusia o seconda venuta gloriosa di Cristo. Gesù lo predilige per riferirsi a se stesso e questo uso contiene un paradosso: la sua umiliazione e, ciò nonostante, la sua signoria e la sua gloria. Nel senso che Cristo viene al mondo, “Figlio dell’uomo” si relaziona infine con altro titolo che compare diverse volte nel Vangelo: “Colui che deve venire”.

“Vieni, Signore Gesù”

«Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo attenderne un altro?», è la domanda che fanno i discepoli di Giovanni a Gesù (Mt. 11, 3); «Questi è davvero il profeta che deve venire al mondo!» (Gv. 6, 14).
I primi cristiani vivevano concentrati sul grande desiderio della seconda venuta di Nostro Signore e spesso ripetevano la formula: “Vieni, Signore Gesù!” (Ap. 22, 20).

 Il diacono Stefano così caratterizzò la sua confessione di fede: «Ma Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra, e disse: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio di uomo che sta alla destra di Dio”. Proruppero allora in grida altissime turandosi gli orecchi; poi si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori dalla città e si misero a lapidarlo» (At. 7, 55-58).
Seppure il nome Figlio dell’uomo ormai quasi non si usa nella Chiesa, tranne che quando si legge nelle Scritture, all’ascoltarlo dovremmo stimolare in noi lo stesso desiderio veemente della seconda venuta in gloria e maestà del Signore Gesù che avevano i primi cristiani, al fine di stabilire definitivamente il suo Regno.
(RC n. 38 - Ottobre 2008)