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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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Santa Francesca Romana

Come tutte le città, anche Roma è estremamente legata ai suoi santi Patroni. Radici Cristiane si è già occupata nei numeri precedenti dei Santi Pietro e Paolo e di san Filippo Neri. Ricordiamo ora santa Francesca Romana, vissuta a Roma in una delle epoche più turbolente per la storia della Chiesa. Nata nel 1384 e morta il 9 marzo 1440, fin dalla più tenera età fu oggetto di particolari favori divini. Dedicò tutta la sua vita alle cure spirituali e materiali dei suoi concittadini.

di Silvia Guidi
Francesca Romana è stata l’antesignana di Madre Teresa di Calcutta. Antesignana in tutti i sensi: non solo nella concretezza della carità e nella dedizione totale ai più deboli, ma anche nella difficoltà ad accettare le circostanze oggettive della sua vocazione.

Sposa e madre suo malgrado

Moglie e madre suo malgrado – sognava il chiostro perché temeva che il matrimonio e gli affari domestici non le lasciassero tempo per Dio – Ceccolella Bussa coniugata de’ Ponziani si sente intrappolata in una vita non sua.
Prima lotta e si ribella alle nozze fortissimamente volute dai genitori, i nobili Paolo Bussa de’ Leoni e Iacobella de’ Roffredeschi; soffre fino ad ammalarsi gravemente, poi accetta e obbedisce al misterioso disegno di Dio sulla sua vita.

Abbandona la clausura domestica e sceglie di fare bene quello che gli altri la costringono a fare, aggrappandosi all’Eucarestia quotidiana come unico sostegno, certa che solo l’infinita bellezza di Dio basta e in Lui troverà la risposta a ogni suo desiderio e a ogni sua angoscia.

Il “sì” è sofferto ma totale; Francesca accetta di vivere non nel modo che aveva sognato da bambina, ma affrontando quello che la realtà le mette davanti tutti i giorni, dalle circostanze più banali come curare gli affari della sua casa-azienda, ricevere le amiche o gli influenti alleati del marito, alle situazioni più drammatiche e laceranti, come assistere i due figli malati di peste nell’agonia e accompagnarli all’incontro definitivo con l’Eterno.

Perfetto abbandono in Dio

Francesca si fida di Dio; con Lui negli occhi e nel cuore non esistono più circostanze importanti e trascurabili, non c’è più bisogno di censurare niente, tutto diventa occasione preziosa per sperimentare il mistero dell’Incarnazione.

Nel tempo la giovane nobildonna insofferente, la ragazzina indomabile che rifiuta il matrimonio combinato imposto dai genitori diventa la intus pacifica Francisca di cui parlano i biografi, che trasforma tutti i passaggi obbligati, le fatiche e le angustie della sua vita in un’occasione di carità per se stessa e per gli altri.

La ricchezza non è più sentita come un ostacolo all’imitazione della povertà evangelica ma diventa un’opportunità per rispondere concretamente al bisogno dei fratelli umiliati dalla fame, abbrutiti dalla miseria e stremati dalle scorrerie delle truppe del Re di Napoli Ladislao d’Angiò Durazzo, che cerca di esercitare il proprio controllo sulla città approfittando della debolezza del potere pontificio.

Nel turbine della storia

Nel 1378 la duplice elezione di Urbano VI e dell’antipapa Clemente VII aveva aperto il Grande Scisma d’Occidente; per quarant’anni due o anche tre papi si contenderanno il soglio di Pietro.
La ferita istituzionale al supremo vertice della cristianità avrà conseguenze religiose – ma anche politiche – devastanti per l’Occidente e per Roma, che ne è il centro simbolico. I Ponziani pagano un prezzo molto alto per la loro fedeltà alla Chiesa e agli Orsini contro il Re Ladislao e i Colonna:  Lorenzo, il marito di Francesca, viene ferito tanto gravemente da restare infermo per tutta la vita, il cognato Pauluzzo esiliato, il figlio Battista, ancora fanciullo, preso in ostaggio, il palazzo saccheggiato.

La totale disponibilità di Francesca ad accettare la volontà di Dio in ogni situazione, anche la più drammatica e dolorosa, e a non tirarsi indietro di fronte agli aspetti più duri e crudi della vita, nel tempo la porta a dilatare il suo raggio di azione da casa Ponziani al quartiere di Trastevere, fino a raggiungere i sobborghi più lontani della sua città.

Totale dono di sé ai sofferenti

Ogni giorno percorre le favelas dell’epoca con un carretto per venire incontro a chi non ha più neanche la forza di chiedere aiuto, entra nelle catapecchie più miserabili per curare e consolare, portando medicinali e speranza a domicilio, accompagnata da un gruppo di amiche che, come lei, preferiscono investire soldi e tempo in carità piuttosto che in feste, gioielli e stoffe preziose.

Durante i lunghi periodi di carestia Francesca e la cognata Vannozza distribuiscono gratuitamente vino e cereali a chiunque bussi alla loro porta, nonostante il disappunto dei parenti, certe dell’aiuto del Padrone del mondo.
Aiuto che non verrà mai meno: quando gli altri componenti della famiglia vanno a controllare le provviste per rimproverarle dell’eccessiva generosità verso i poveri, le botti sono sempre miracolosamente piene e i magazzini ricolmi di sacchi di frumento.

La santa dell’attenzione

Francesca è la santa dell’attenzione, nella cura del marito, dei figli, degli amici e di quella famiglia allargata che nel tempo diventa tutta la città di Roma. Non è una conquista immediata, ma il frutto di un lavoro su di sé, di un’ascesi costante.

All’inizio della sua vita matrimoniale cerca di rifugiarsi nelle stanze più solitarie del grande palazzo dei Ponziani per dare continuità, tempo e spazio al suo dialogo con Dio; poi, con il passare degli anni, capisce che la cella non dev’essere necessariamente uno spazio fisico recintato, ma può essere all’interno del suo cuore (come rispondeva santa Caterina da Siena a chi la accusava di trascurare la contemplazione e di lasciarsi distrarre dai troppi viaggi resi necessari dalla sua intensa attività politica).

Visioni mistiche e piena umiltà

Francesca ricuce le ferite – morali e materiali – della sua gente, tesse alleanze e getta acqua sul fuoco delle rappresaglie; il suo incessante lavoro terapeutico su anime e corpi la porta a diventare medico ed erborista anche talvolta quasi suo malgrado, per nascondere le sue virtù taumaturgiche soprannaturali dietro fasciature, impiastri e decotti di piante officinali.

Fa di tutto per non far notizia, cerca di evitare che la gente si accorga della “strana” forza che esce dalle sue mani, ma la fama della sua santità si diffonde sempre più. Anche perché sempre più spesso viene visitata da estasi, visioni, esperienze mistiche che la lasciano come morta per ore dopo essersi accostata all’Eucarestia.

Non ha paura, perché sa di non essere sola:  sente accanto a sé la presenza costante dell’angelo custode, ma deve anche affrontare duri combattimenti con l’angelo caduto, che la lasciano stremata. La violenza con cui sente nel suo corpo le ferite della Passione di Cristo lascia sbigottite anche le compagne che la seguono ogni giorno nelle “ronde della carità” nei sobborghi più sperduti di Roma.

Fondatrice delle Oblate
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Francesca frequenta i benedettini olivetani, e chiede a loro consigli morali e materiali su come dare una casa alle sue colleghe di vocazione, che nel tempo sono diventate sempre più numerose e sempre più certe nel loro proposito di dedicare tutta la loro vita a Cristo.

La premura per le sue sorelle la porterà a fondare nel cuore della città, a Tor de’ Specchi, una comunità di Oblate che vivono la vocazione alla verginità nel mondo, dedicandosi a opere di carità e assistenza, ma con un’autonomia e una flessibilità sconosciute alle antiche fondazioni claustrali.

Il lavoro di tessitura politica, religiosa, morale e materiale di Francesca continua anche – e soprattutto, come succede sempre ai santi – post mortem:  il 29 maggio 1608 il Papa romano Paolo V Borghese eleva all’onore degli altari Ceccolella dei Ponziani.

La cerimonia in San Pietro, solenne e magnifica, vuole sottolineare l’importanza storica che si attribuisce all’evento. Dopo un lungo periodo di silenzio nelle canonizzazioni, dovuto alle controversie con i protestanti, Francesca è la prima santa italiana, la prima donna dal tempo di Caterina da Siena nel 1461, e in assoluto anche la prima personalità romana a entrare nella storia della santità canonizzata, da cui paradossalmente sino ad allora era rimasta esclusa proprio la città del Papa.

È la prova che intorno al Vicario di Cristo la multiforme creatività dello Spirito Santo non ha mai cessato di diffondere fede, speranza e carità, neanche nei periodi storici più bui. Quattrocento anni dopo Roma torna a celebrare Ceccolella, Intus pacifica (...) sed extra leo ferocissimus – così la descrive Ianni Mattiotti, prete di Trastevere suo confessore nell’ultima parte della vita – dolcissima con i suoi malati, implacabile nello smascherare la menzogna. (RC n. 38 - Ottobre 2008)