Un dibattito filosofico sull’identità europea
Intervista al senatore Rónán Mullen
Il dott. Rónán Mullen è membro del Senead Eireann, il Senato Irlandese, dove siede come Indipendente. Avvocato e giornalista, è professore di Diritto e Comunicazione nell’Institute of Technology di Blanchardstown, a Dublino. di
Il dott. Rónán Mullen è membro del Senead Eireann, il Senato Irlandese, dove siede come Indipendente. Avvocato e giornalista, è professore di Diritto e Comunicazione nell’Institute of Technology di Blanchardstown, a Dublino. Cattolico praticante, membro di diverse associazioni religiose e fervente difensore della vita, definisce la sua posizione come una «lotta per i valori della dignità della persona, l’integrità della famiglia e della vita sociale». Il senatore Mullen ci ha accolto gentilmente a Leinster House, sede del Parlamento irlandese.
Senatore Mullen, la vittoria del No nel referendum sul Trattato di Lisbona ha chiaramente contrariato molti politici. Il Presidente Sarkozy voleva che gli irlandesi votassero di nuovo. Il Presidente Napolitano giunse a dichiarare che si doveva ridefinire l’appartenenza dell’Irlanda alla Comunità Europea. Tantissime persone ne hanno invece tratto un vero sollievo: finalmente si dava voce ad un sentimento critico, molto diffuso in Europa ma sistematicamente ignorato dai vertici politici. Quella sera, per esempio, i pub irlandesi a Roma erano strapieni di gente che festeggiava. Il voto irlandese è stato, insomma, un vero spartiacque. Secondo Lei, quale sono stati i veri motivi che hanno portato gli elettori a rigettare per un margine così consistente il Trattato di Lisbona?Credo sia corretto dire che ci fu una complessità di motivi che, a vario titolo, hanno indotto gli irlandesi a rigettare il Trattato di Lisbona nel recente referendum. Alcuni lo hanno rifiutato perché ritenevano che il Governo non avesse spiegato adeguatamente le conseguenze di questo Trattato. Donde un certo disagio che ha provocato un voto di protesta. Altri lo hanno rigettato perché erano preoccupati del diritto dell’Irlanda a mantenere le imposte aziendali molto basse, un elemento centrale della nostra politica finanziaria che ha agevolato grandemente lo sviluppo economico, attirando investimenti esteri. Altri perché avevano seri dubbi sull’impatto della Comunità Europea sulla nostra neutralità. Per esempio la possibilità che i nostri figli possano essere chiamati a partecipare a guerre dichiarate da un super-Stato europeo.
Altri, me compreso, erano inquieti per l’impatto delle leggi e dei tribunali europei sulla libertà dell’Irlanda di definire le sue politiche sociali in questioni delicate come la famiglia, il matrimonio e la ricerca sulle cellule staminali. Oppure le cosiddette “leggi sulla uguaglianza”, e l’impatto che potrebbero avere sul nostro ordinamento giuridico. Ma, alla base di tutto ciò, io vedo una certa riluttanza di dare un ulteriore passo verso l’integrazione europea senza aver discusso seriamente se questa integrazione sia in realtà un bene, e se possa o debba essere attuata in modi che rispettino la sussidiarietà. In un incontro politico al quale ho partecipato ieri si è discusso su come l’Unione Europea debba avviare un processo di decentralizzazione dei poteri. Fino ad oggi, l’integrazione si è tradotta in un processo accentratore. E questo non è un bene.
Ci può dare esempi concreti di questo pericolo?Prendiamo spunto dall’esperienza americana. Gli Stati Uniti hanno istituzioni federali le cui decisioni valgono per tutti i membri della Federazione. Ma ci sono anche istituzioni e leggi regionali che riflettono organicamente la realtà dei singoli Stati. Se analizziamo l’impatto del caso Roe v. Wade [sentenza della Corte Suprema del 1973, n.d.r.] che ebbe come effetto d’imporre a livello federale la disponibilità dell’aborto, vediamo come, anche a prescindere dal giudizio morale, scombussolò profondamente l’ordinamento giuridico del Paese.
Alcuni Stati avrebbero preferito una legge più restrittiva, oppure un rigetto tout court dell’aborto. Invece la sentenza della Corte Suprema, imposta dall’alto, in pratica cancellò la libertà dei singoli Stati di avere leggi che riflettano la propria realtà regionale. Anche in Europa si potranno verificare situazioni del genere. Ci potranno essere, per esempio, decisioni comunitarie che incidano sulla libertà dell’Irlanda di stilare leggi che riflettono la nostra cultura. Se io fossi un cattolico spagnolo o francese forse sarei meno preoccupato, visto che in quei Paesi vi sono già leggi piuttosto permissive in tali materie. Ma siamo in Irlanda, dove queste leggi non esistono e non le vogliamo. Ed è molto importante che noi conserviamo la libertà di definire le nostre politiche sociali in temi così delicati.
Ma anche per questi cattolici spagnoli, francesi o italiani c’è motivo di apprensione. Non possiamo perdere di vista che il progetto originale dell’Unione Europea contemplava le radici cristiane. Basta leggere i testi dei padri fondatori. V’era un forte contenuto di dottrina sociale cattolica, per esempio in tema di sussidiarietà e di civiltà. Su questa scia, l’Unione Europea sarebbe un progetto accettabile. Ma quello che vediamo, da un po’ tempo, è la sostituzione di questo progetto originale per uno prettamente laicista.
Secondo Lei, quindi, si è perso di vista il modello di Europa che vogliamo costruire?Assolutamente sì. Anche a prescindere da tutti i problemi che ho appena illustrato, io credo che abbiamo bisogno di portare avanti una discussione filosofica sulla piega che ha preso questa Europa e perché l’ha presa. Un punto da chiarire, per esempio: c’è bisogno di più integrazione? Io credo di no. Ma forse qualcuno mi potrà convincere, con buoni argomenti, che in realtà esiste questo bisogno. Finora noi non abbiamo avuto questo tipo di discussione. Finora le decisioni sono state prese dai vertici politici, sia a livello europeo che nazionale. Questi vertici ritengono di avere un mandato popolare perché, ad un certo punto, sono stati eletti. Ma in realtà il popolo non viene minimamente consultato.
Ormai sono i Parlamenti nazionali a ratificare automaticamente le decisioni comunitarie, senza nemmeno consultare i cittadini. In Irlanda noi abbiamo una tradizione diversa. Per decisione della Corte Suprema nel 1987, l’adozione di alcune normative europee richiede un emendamento alla Costituzione, e questo esige un referendum popolare. Nel passato non sempre si è tenuto conto di questa norma. Noi irlandesi siamo molto pragmatici e capiamo che non si può fare una discussione filosofica su tutto. Quindi molte leggi sono passate senza discussione, per esempio quelle riguardanti il mercato comune, che hanno aiutato molto la nostra economia. Qui invece stiamo toccando punti fondamentali della nostra civiltà che non possiamo accettare senza prima discuterli. Per quanto siamo pragmatici, non possiamo lasciarci trascinare dove non vogliamo andare. Ed ecco che abbiamo rigettato per netta maggioranza il Trattato di Lisbona.
Questo implica un rigetto tout court dell’Unione Europea?Non necessariamente. Alcune cose dell’Unione Europea stanno procedendo bene. Altre, invece, vanno molto male. Alcune normative europee sono perfettamente condivisibili, per esempio per la difesa dell’ambiente. Questo è un campo nel quale possiamo e dobbiamo lavorare insieme. Un altro campo è la politica estera. Ritengo che gli europei debbano unirsi per poter negoziare in condizioni di parità con gli Stati Uniti o con la Cina. Credo che debbano essere sinceri e ammettere che qualcosa di buono proviene dalla Comunità Europea. Il rifiuto di incorporare le radici cristiane nella Costituzione è, invece, totalmente inaccettabile. Secondo me assistiamo ad una lotta ideologica molto acerba fra coloro che sposano una mentalità radicalmente laicista e coloro che, invece, vogliono mantenere il carattere cristiano della nostra civiltà. Vediamo scintille di questa lotta un po’ ovunque.
Un esempio tipico fu l’episodio Rocco Buttiglione. Egli fu ritenuto inadatto per servire nella Commissione europea solo perché aveva “osato” affermare che, in coscienza, seguiva la dottrina cattolica in tema di omosessualità. Ma io ritengo che sarebbe sbagliato dire che perché è in corso questo dibattito ideologico noi dobbiamo essere contro l’Unione Europea. Questo dibattito, anzi, ormai fa parte del panorama politico di praticamente tutti i Paesi europei. La vera domanda è: staremo meglio integrandoci ancor di più in una Comunità Europea che passo a passo si avvicina alla condizione di super-potenza? Io ritengo che sia un pericolo per l’Europa pretendere di giungere allo status di super-potenza senza prima avere un’idea molto più chiara della sua propria identità e dei valori che saranno alla base di questa unione. Attualmente, gli unici valori che la Comunità Europea sembra voler difendere a spada tratta sono quelli laicisti, agli antipodi di ciò che invece sarebbe una Europa fondata sulle radici cristiane. Questo esige un dibattito filosofico previo. Fermiamoci un attimo e pensiamo dove e come vogliamo andare, prima di continuare a costruire una Comunità Europea con la quale buona parte dei cittadini non è d’accordo.
(RC n. 38 - Ottobre 2008)