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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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Verso una nuova Unione Sovietica?

La guerra che ha fatto praticamente sparire la sovranità georgiana sull’Ossezia del Sud e l’Abkhazia ci mette, volenti o nolenti, ancora una volta davanti ai nodi irrisolti con la scomparsa dell’URSS. Bisogna interrogarsi seriamente se questo cruento scontro militare non abbia segnato l’inizio di una nova epoca per l’Occidente e anche per quelle nazioni che ad alto prezzo avevano conquistato la loro libertà dopo il 1989.

di Giacomo Monti
Mentre i carri armati russi scorazzano nel territorio della Georgia ancora qualche giorno dopo la firma del cessate il fuoco e dell’impegno di ritiro, mentre arrivano notizie che non solo le istallazioni militari ma anche le abitazioni civili georgiane sono state distrutte e saccheggiate, il mondo occidentale tira un sospiro di sollievo come se fosse definitivamente  superata l’emergenza nel Caucaso.

Eppure lo scontro tra la Russia-Golia e la Georgia-Davide, risoltosi questa volta nella vittoria del gigante, segna l’apertura di un nuovo e ben diverso scenario internazionale con i quali tutti dovremo ancora fare i conti.
 
Una crisi epocale

Inutile sottolineare quello che, immediatamente dopo lo scoppio della crisi, sembrava un ritornello monocorde di importanti commentatori che si qualificano come liberali: il lamento per la “imprudenza” dell’azione militare in Ossezia del Sud  intrapresa dal Presidente georgiano Mikhail Saakashvili.

Nonostante l’intrinseca liceità che ha uno Stato d’intervenire nelle province del proprio territorio, ammettiamo per ipotesi che ci sia stata una certa avventatezza. Del resto Saakashvili stesso non la esclude: «Piansi quando vidi cadere il muro di Berlino. Non avrei mai immaginato che quelli del KGB sarebbero potuti tornare. Ecco dov’è stato il mio errore».
Comunque, ora ci sono altri problemi e altre grandi domande da rispondere: primo, se la Georgia potrà conservare la sua integrità territoriale e, secondo, se stiamo ormai assistendo alla ricostituzione dell’Unione Sovietica, magari con un diverso nome, ma con conseguenze che andranno ben oltre la Georgia.

La risposta alla prima domanda comporta sapere se l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud sono effettivamente ancora province georgiane. Va ricordato che con l’occupazione della prima di esse, che possiede un vasto litorale sul Mare Nero, la Russia accresce ulteriormente la sua presenza militare in questo strategico crocevia fra l’Asia e l’Europa, a un passo dalla Turchia e dal Mediterraneo. Per non parlare di un controllo ancora maggiore dei gasdotti e oleodotti che riforniscono l’Occidente e che passano per questi territori.

In ogni caso, converrebbe sapere cosa avrebbero detto gli stessi critici della politica georgiana se, facendo un’ipotesi, la Germania e l’Austria avessero ammassato grandi quantità di truppe e di mezzi alla frontiera dell’Alto Adige, come “forza di pace” a garanzia della popolazione germanica che si trova in subbuglio. Un subbuglio ben nutrito da promesse austro-tedesche a scapito dell’Italia.
E, per continuare con questo scenario virtuale, sarebbe interessante sapere come avrebbero loro reagito nel caso che Roma avesse inviato truppe in questa regione riconosciuta da tutta la comunità internazionale come parte integrante della Repubblica Italiana, ma esse fossero state respinte a cannonate dai soldati austro-tedeschi che, allo scopo, hanno abbondantemente travalicato il confine.

A tutto questo si aggiunga un dettaglio non trascurabile: parallelamente ai combattimenti in Alto Adige, gli austro-tedeschi bombardano e occupano qualche importante città in altre parti della penisola, al fine di  “dare una lezione” e “un avvertimento al mondo”.

Il paragone, certo, non è calzante al 100%. Mai un paragone del genere lo è. Basti pensare alla sproporzione di forze che esiste fra la Russia e la Georgia e al relativo equilibrio militare delle nazioni europee coinvolte nell’ipotesi sopraddetta.

Comunque sia, i nostri commentatori sui fatti del Caucaso hanno concluso lo stesso che,  data la “imprudenza” del capo georgiano, la Russia “non poteva non dare una lezione”.

E la lezione è passata

Questa dura lezione l’avranno di sicuro ben capita le nazioni baltiche – Estonia, Lettonia e Lituania – e la ben più grande ed estesa Ucraina, come forse tutte le altre nazioni che componevano l’Unione Sovietica e che oggi, sebbene indipendenti da Mosca, ospitano nel loro territorio una folta presenza di cittadini di nazionalità russa. Sì, perché la nuova “dottrina Putin” prevede la loro “difesa” anche militare, come si è visto nel caso degli osseti e dei russo-georgiani, titolari di passaporti gentilmente concessi dal Cremlino.

Un tempo la “dottrina Brezhnev” prevedeva la sovranità limitata dei Paesi che potessero mettere a repentaglio l’egemonia russa nel Patto di Varsavia. Oggi la “dottrina Putin” prevede invece la sovranità limitata di tutti quei Paesi dove vivono i discendenti dei russi disseminati da Stalin.

Niente male per chi un tempo ha assoggettato ferocemente queste nazioni e oggi, come premio,  si arroga il “diritto” d’intervenirvi con la forza. Altro che una Norimberga per i crimini del bolscevismo come qualcuno paventava nell’‘89!

Si può tutto, dicono i nostri commentatori, tranne che tornare alla Guerra Fredda, anche se i bombardieri di Putin fanno la guerra calda. Ma poi, davvero non è iniziata una nuova Guerra Fredda? I russi invadono la Georgia; gli americani fanno un trattato con i polacchi per installare missili puntati a Est; i russi rispondono con una analoga promessa alla Siria, che punterà i missili contro Israele, a sua volta accusato da Mosca di aiutare la Georgia. Allora, cosa mancherebbe?    

Il noto dissidente russo Vladimir Bukovsky, insieme a molte altre autorevoli voci, da tempo allerta l’Occidente contro la brutale spregiudicatezza degli ex agenti del KGB, oggi detentori del potere a Mosca, che ritengono di agire impunemente dove, come e quando intendono.

L’avvelenamento dell’ex agente e dissidente Litvinenko a Londra, ne fu un segnale chiaro, malgrado fosse ricevuto debolmente in Europa. Questa nuova spregiudicatezza, si dice, è all’insegna di un risentito nazionalismo e non dell’ideologia comunista (il che rende la cosa ben più popolare fra i russi). Ciò non toglie comunque nulla alla giustezza della affermazione sull’invasione di Georgia fatta da Filippo Andreatta sulle pagine del Corriere della Sera: «Dalla fine della Guerra Fredda, solo Sadam Hussein ha compiuto un gesto altrettanto grave per le norme di convivenza tra Stati con l’invasione di Kuwait nel 1990».

L’arroganza delle cosiddette “potenze emergenti”

Saakashvili aveva avuto il “torto” di avvicinarsi troppo dell’America, giungendo alla bestemmia (per le orecchie russe) di chiedere l’ingresso della Georgia nella NATO. Qualcuno di questi eminenti commentatori liberal-conservatori nostrani ha immediatamente gridato all’assurdità di una tale politica: sarebbe, dicono, come se l’America permettesse alla Russia di avvicinarsi troppo a un Paese latinoamericano.
Commentatori davvero smemorati e/o disinformati. Molto prima della fine della Guerra Fredda, la Russia aveva armato fino ai denti Fidel Castro; i suoi agenti e spie operavano su e giù dal Rio Grande alla Patagonia foraggiando più o meno grossi partiti comunisti e, quando occorreva, vendendo le sue armi persino a certi regimi militari “nazionalisti”, così come, del resto, ancora lo fa con Hugo Chávez.
Ormai gli ucraini, i bielorussi, i lettoni, i lituani e gli estoni, nonché tanti altri popoli dell’ex URSS, sono avvertiti: a partire dall’invasione della Georgia, una nuova “dottrina della sovranità limitata” verrà attuata da Mosca.
E, nel caso venga applicata a loro, possono essere altrettanto sicuri che dall’Occidente sentiranno al limite bei sentimenti di solidarietà davanti a fatti compiuti. Sì, perché soprattutto in Europa si ritiene inutile o controproducente “provocare” le  “potenze emergenti”, soprattutto la Russia e la Cina (ma Russia non era poco tempo fa una “superpotenza”? Miracoli lessicali operati dai politologi e dai mass media. La verità e che forse non era allora tanto “super” né ora è tanto “emergente”. Bisogna comunque che ci sia la paura verso l’orso moscovita perché un certo ricatto psicologico funzioni).

Meglio chiudere un occhio, o tutti e due, quando le “potenze emergenti” violano gli equilibri della convivenza internazionale; di quel quadro che pochi anni fa veniva declamato come “nuovo ordine mondiale” e che si sta rivelando sempre più instabile e precario.

Il pacifismo smascherato

Un domanda veniva spontanea mentre la Russia bombardava Tbilisi e altre città georgiane: dove sono finite le bandiere arcobaleno che in altre circostanze ondeggiavano su piazze e vie d’Italia?
Ancora una volta, il “pacifismo” unilateralista si toglie la maschera, ma forse non basterà ad aprire gli occhi di chi non vuol vedere come l’emozionalità collettiva dipenda dall’agire di ben piazzate minoranze. Eppure, di una cosa possiamo essere sicuri: le bandiere arcobaleno prima o poi torneranno, ma difficilmente, molto difficilmente, contro la Russia o la Cina.

Infine, un’altra domanda, o meglio una perplessità, emerge dalla crisi russo-georgiana. I politologi e commentatori sopra menzionati, ossia quelli che si sono ostinati nel vedere l’impertinenza di Davide ma non l’arroganza di Golia,  sono gli stessi che hanno biasimato la scelta dell’opinione pubblica irlandese contro il Trattato di Lisbona e che, in modo neo-illuministico, parlano di togliere alle opinioni pubbliche le capacità di pronunciarsi su certe scelte senza le dovute mediazioni parlamentari. Sarà che per loro una ricostituita Unione Sovietica si addice meglio ad un nuovo ordine internazionale, magari basato su poche e grandi conglomerazioni multinazionali?
L’attuale indulgenza davanti all’aggressione russa forse ci dà una chiave di lettura per capire il perché di certi lamenti in occasione della scomparsa dell’URSS, agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso.
Come non ricordare che quando la gloriosa Lituania del Presidente Landsbergis proclamò l’indipendenza, dando il via all’inizio di un processo che coinvolse molte altre repubbliche sovietiche, ci fu un “politico navigato” come Giulio Andreotti che si disse persuaso che Mosca non poteva permetterlo, perché altrimenti andava di mezzo la sopravivenza dell’URSS? Un prezzo troppo alto.

E ben oltre andò il suo Ministro degli Esteri, quell’ineffabile Gianni de Michelis, che diede del “fascista” all’eroico Presidente baltico. Forse immemore che i Paesi Baltici erano stati serviti a Stalin in vassoio d’argento dalle mani di Hitler, in occasione dello sciagurato Patto Ribbentrop-Molotov.       
(RC n. 38 - Ottobre 2008)