L’arte descrive l’Apocalisse. I codici miniati, le pitture su tavola, le sculture, le tele dipinte, gli oggetti di oreficeria, i disegni, le incisioni raccontano per immagini il testo misterioso dell’Apocalisse biblica.
Le opere, circa cento, sono raccolte fino al 30 settembre in una mostra a Illegio, nei pressi di Udine. Come in un libro figurato, l’ordine espositivo segue l’andamento del testo. Le rappresentazioni apocalittiche di grandi artisti tra il IV e il XX secolo sono la testimonianza del tentativo umano di dare forma alle più ardite visioni emblematiche che le Sacre Scritture offrono e in cui il fine dell’universo è racchiuso.
Il libro, con il suo fantasmagorico repertorio di simbologie, è riprodotto, in questo suggestivo allestimento, con antiche icone della Chiesa russa e bizantina, con stampe rinascimentali, con preziosi reliquiari, con le opere di artisti quali il Beato di Liébana, Pedro Berruguete, Albrecht Dürer, Jacopo Bassano, Guido Reni, Salvador Dalí e Giorgio De Chirico, fra gli altri.
Giovanni a Patmos
Il Libro dell’Apocalisse – che in greco significa rivelazione – fu composto alla fine del I secolo d.C., verosimilmente durante la cruenta persecuzione dei cristiani avvenuta sotto l’imperatore Domiziano (81-96 d.C.). Il servo di Dio, Giovanni, esiliato sull’isola di Pathmos, nel mar Egeo, ha una visione del Figlio dell’uomo che gli dice «Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pergamo, a Tiatira, a Sardi, a Filadelfia e a Laodicea» (Ap. 1,11).
I dipinti di Pedro Berruguete (fine XV sec.), e Francisco Zurbarán (prima metà del XVII sec., attribuito) mostrano Giovanni mentre scrive ispirato dall’Alto. Hieronymous Bosch (1453 ca.-1516) e Alonso Cano (1601-1667) inseriscono nella rappresentazione la figura di uno degli angeli delle sette Chiese cui il santo si deve rivolgere.
Giovanni, in un momento storico drammatico, scrive pagine terribili e meravigliose al contempo. Racconta la distruzione di ciò che è ormai corrotto, descrive le nazioni schiave della potenza del male, il dominio di Satana in terra e nel cuore degli uomini soggiogati dall’idolatria.
La visione inaugurale (Ap. 4) del trono di Dio è potente e apre le porte allo sconvolgimento che porterà alla salvezza finale. La pergamena del Beato di Liébana (XI sec.) presenta Dio in una mandorla circondato dai simboli degli evangelisti e dai ventiquattro seggi dei vegliardi coronati, descritti nel testo
Tremi chi non è stato fedele a Dio, chi è stato vile, chi si è lasciato tentare e trascinare nell’abominio. Ma il libro, attraverso la potenza di immagini simboliche, consegna alla chiesa degli uomini un messaggio escatologico: la speranza della salvezza. Il libro parla della fine, ma soprattutto del fine della nostra esistenza e dell’universo.
L’Agnello
Scriveva San Girolamo: «L’Apocalisse di Giovanni custodisce tanti misteri quante sono le sue parole». I misteri che descrive coinvolgono la Speranza cristiana. Nel momento della prova il credente (come fa Giovanni a Pathmos) volge lo sguardo a Cristo, colui che tra i tormenti del martirio garantisce l’eterna beatitudine.
Gesù è il fulcro dell’intero libro: l’Agnello ucciso e vivo si erge, unico in grado di mediare tra la grandezza del Pantocratore in trono e la fragilità umana (Ap. 5). Come ha sottolineato in proposito Benedetto XVI durante l’Udienza generale del 23 agosto 2006: «Gesù in questa terra è un Agnello indifeso, ferito, morto. E tuttavia sta dritto, sta in piedi, sta davanti al trono di Dio ed è partecipe del potere divino. Egli ha nelle sue mani la storia del mondo. E così il veggente [Giovanni] vuol dirci: abbiate fiducia in Gesù, non abbiate paura dei poteri contrastanti, della persecuzione! L’Agnello ferito e morto vince!».
La rappresentazione dell’Agnello mistico ricorre spesso nell’iconografia cristiana e la mostra ne offre numerosi esempi. La si trova, fra l’altro, all’incrocio dei bracci delle croci decorate (Bottega di Vic, Croce di Majestat, XII sec.), nelle miniature (Evangeliario di Saint-Médard de Soisson, 800 ca.; Apocalisse di Treviri, primo quarto IX sec.; Liber matutinalis di Scheyrn, 1215-1230 ca.), e come elemento decorativo nella cattedra detta di san Marco (fine IV sec).
Solo l’Agnello può rompere i sette sigilli del libro che contiene il destino degli uomini. «E l’Agnello giunse e prese il libro dalla destra di Colui che era seduto sul trono» (Ap. 5, 7). Alla rottura dei primi quattro sigilli appaiono i terrificanti cavalieri. L’ultimo, a cavallo di un destriero verdastro «si chiamava Morte e gli veniva dietro l’Inferno» (Ap. 6, 8). Successivamente appaiono i martiri con bianche vesti e all’apertura del sesto sigillo gli sconvolgimenti cosmici annunciano ormai il giorno dell’ira divina.
Tra il 1496 e il 1498 Dürer incide quindici xilografie, presenti in mostra, per corredare un’edizione del libro dell’Apocalisse. L’artista compare addirittura in veste di editore. Le immagini occupano la pagina principale a destra, mentre il testo è stampato a sinistra. Sono iconografie forti, evocative. Dalla carte si intuisce quanto il segno sia profondamente scavato nel legno, inquieto e movimentato. I quattro cavalieri nella trasposizione dureriana appaiono insieme (invece che uno alla volta, come nel testo) in un apice drammatico e teatrale.
La battaglia tra il Bene e il Male
Tornando al testo dell’Apocalisse biblica, con la rottura del settimo sigillo «si fece silenzio per circa mezz’ora» (Ap. 8, 1). Ai sette angeli vengono date altrettante trombe, al suono delle quali l’universo diventa un caos che distrugge se stesso. Le forze del male dilagano e sventure si abbattono ovunque. Le litografie di Giorgio de Chirico (1977) esemplificano bene il caos mortifero descritto dal testo. Il castigo finale è imminente. Tutti i segni si stanno per compiere.
All’improvviso compare «un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle» (Ap. 12, 1). È una delle immagini bibliche più conosciute e più belle.
La donna è incinta e insidiata da un enorme drago rosso con sette teste e dieci corna. Gli artisti di tutti i tempi hanno riprodotto la complessa simbologia della scena. La raccolta di opere di Illegio mostra in proposito un rilievo ligneo del XV secolo e i magnifici dipinti (inizio XVII sec.) di Domenico Theotokòpulos, detto El Greco.
Il figlio partorito dalla donna viene attratto verso il trono di Dio e la donna fugge. In suo soccorso giunge Michele con i suoi angeli e in cielo scoppia la guerra. Il bene combatte contro Satana e lo scaccia. I quadri di Guido Reni (inizio XVII sec.), di Luca Giordano (1663 ca.), i gessi, i rilievi lignei raccontano in modo esemplare lo scontro paradigmatico di forze.
Il testo è ricolmo di simboli basati sui numeri, sulle figure di animali, sugli elementi cosmici e anche su immagini umane quali la sposa e la prostituta: sono la città celeste Gerusalemme e la corrotta Babilonia, della quale è scritto: «Con lei si sono prostituiti i re della terra e gli abitanti della terra si sono inebriati del vino della sua prostituzione» (Ap. 17, 2).
La forza di tali immagini “letterarie” è tale che l’arte non poteva evitare di tradurle in forma visibile. E non solo perché sono terribili e suggestive, ma perché, in questa prova che sembra non finire mai, in questo cammino d’orrore, c’è la speranza della salvezza. E alla luce di questo aumenta la bellezza delle scene rappresentate. E il bello, si sa, viene perseguito da sempre dall’uomo, perché ricorda l’ordine universale e divino delle cose.
Una mostra che abbia la capacità di educare al bello, perché rammenta il fine ultimo dell’esistenza umana, è un’esperienza preziosa.