A Lecce dal 16 dicembre 2007 al 28 maggio 2008 è stata allestita una mostra sui temi della religiosità e della cultura artistica nella Terra d’Otranto tra Seicento e Settecento. Le opere, esposte nella Chiesa di San Francesco della Scarpa, sono alcune tra le più belle sculture di tema religioso provenienti dagli altari delle chiese della provincia salentina, di Napoli, di Siviglia e di Madrid.
I materiali delle sculture sono vari: l’argento, impreziosito da gemme, il marmo, la pietra e il legno. In alcuni casi è usata anche la cartapesta. Particolarmente la scultura lignea ebbe una fioritura eccezionale, dovuta a vari fattori determinanti: il materiale è meno costoso, la lavorazione comporta minori difficoltà tecniche e l’opera finita è facilmente trasportabile.
La committenza era attenta a un altro aspetto fondamentale. Alla fine del Cinquecento, con la conclusione del Concilio di Trento, la cultura devozionale promulgata dalla Riforma Cattolica si andava diffondendo e pretendeva una rispondenza nelle forme dell’arte religiosa.
La scultura lignea permette di creare una rappresentazione artistica molto accostante e coinvolgente; la statua dipinta sembra “viva” agli occhi del riguardante, è perfetta come reliquiario, custode cioè del corpo del santo, e adatta a raccogliere, con quel suo tono confidenziale, la preghiera del fedele.
Nella mostra salentina era presente una scultura che racchiude in sé le profonde influenze del proprio tempo, catturando l’attenzione per la sua immediatezza espressiva e per il forte patetismo che emana: il Cristo alla colonna di Vespasiano Genuino.
La scultura in legno dipinto proviene dal secondo altare a sinistra della Chiesa del Carmine di Lecce. La statua risale al 1618 ed era stata collocata inizialmente presso l’altare maggiore della chiesa. Il naturalismo dei dettagli, le pieghe del panno stretto intorno ai fianchi, il rigonfiamento delle vene, la ciocca di capelli sono tutte espressioni dell’alta qualità tecnica e stilistica dell’autore.
Il rapporto con la Spagna
Le sculture in legno, e anche quelle in argento (le sculture in pietra furono prodotti più propriamente salentini) erano realizzate specialmente a Napoli: da qui la merce partiva e arrivava nelle realtà devozionali più periferiche del regno quali le cittadine pugliesi, oppure erano parte degli ingenti investimenti compiuti dai viceré spagnoli che attingevano continuamente al patrimonio artistico napoletano e trasferivano in patria molti pezzi scultorei.
Questo fece sì che dalla Spagna cominciarono a venire richieste frequenti di sculture lignee napoletane. Accadeva che se a Napoli una scultura lignea poteva essere declassata a opera di seconda scelta, nel momento in cui raggiungeva la sua destinazione nelle province più lontane o nel Regno di Spagna, essa conquistava l’interesse generale.
Gli spagnoli avevano idee piuttosto precise riguardo alle iconografie e pretendevano che le opere commissionate aderissero il più possibile alle indicazioni, come testimoniano vari documenti dell’epoca.
Una Maddalena penitente richiesta dal secondo Marchese di Mejorada allo scultore Nicola Fumo nel 1705 si confaceva perfettamente alle parole del marchese: “contemplante un Crocifisso alle mani” e “vestita di stola apparente, parte nuda e parte coperta di panneggiamenti e capelli”.
L’iconografia riprendeva a sua volta il modello della scultura realizzata dallo spagnolo Pedro de Mena per la casa dei Gesuiti di Madrid nel 1664, modello che fu ampiamente diffuso nella cultura spagnola successiva.
Si mescolano in questo modo capillarmente le differenti tradizioni artistiche e la produzione scultorea napoletana approfondisce le tematiche care agli spagnoli quali l’Immacolata Concezione e le rappresentazioni della vita di santa Teresa d’Avila e san Pietro d’Alcantara.
Il biografo dei pittori napoletani, Bernardo De Dominici racconta le molte commissioni fatte dai viceré spagnoli agli artisti napoletani quali Nicola Fumo, che «inviò opere bellissime da lui scolpite in marmo e in legno», o Pietro Ceraso, i cui lavori più importanti «furono quelli fatti d’ordine di alcuni Viceré del Regno, e furono mandati in Ispagna, dove erano molto stimate l’opere sue», o ancora l’aiutante di Ceraso, Agostino Ferraro.
Un altro importante aspetto che favorì l’acquisto di opere di ambito napoletano da parte degli spagnoli fu la volontà dei viceré di emulare Filippo II e il suo monastero dell’Escorial in cui vigeva l’adorazione delle reliquie come massimo oggetto di culto, secondo i dettami della Riforma Cattolica. I viceré acquistavano così le reliquie dei Santi nel Meridione d’Italia e arricchivano le proprie cappelle private in Spagna.
La scultura napoletana e il Salento
Era molto intenso, come già ricordato, anche il mercato tra Napoli e le periferie del regno, dove la scultura lignea, ossia la scultura “povera” per antonomasia, veniva accolta con ogni riguardo.
Nella Chiesa di San Matteo a Lecce il ciclo dei dodici apostoli scolpiti da Placido Buffelli in pietra locale (1692) fa da coro alla statua del santo titolare in legno dipinto inviata dal napoletano Gaetano Patalano e posta sull’altare maggiore.
Alla fine del XVII secolo Patalano era lo scultore più richiesto dalla committenza ecclesiastica leccese: le statue dell’artista raffiguranti l’Immacolata, San Pietro d’Alcantara, San Gaetano Thiene, San Francesco Saverio, Santa Scolastica, San Benedetto, arricchiscono le chiese della città.
Questa vera e propria invasione di scultura napoletana ebbe in alcuni casi una risposta locale, come nell’altare della Chiesa leccese del Gesù in cui una serie di busti lapidei dipinti imita l’effetto delle opere lignee.
La provincia del regno continuava a richiedere le statue di legno dipinto che erano foriere anche delle più interessanti novità in campo artistico avvenute nelle grandi capitali.
I frati della Chiesa di San Francesco a Manduria commissionarono ad intagliatori napoletani la serie dei diciotto busti reliquiari (quattordici sono stati esposti in mostra) collocati nella chiesa, all’interno di nicchie in muratura, intorno agli anni Trenta del XVII secolo.
Gli approfonditi studi svolti sulle opere hanno rivelato la presenza di più maestri e di differenti botteghe; gli stili sono molteplici anche se l’intero gruppo scultoreo è caratterizzato da un gusto narrativo spiccato, evidente nella resa dei gesti, degli sguardi e della postura vivace delle braccia. I Santi sembrano voler dare vita a un appassionato dibattito teologico fra di loro e con un immaginario pubblico di credenti.
Il catalogo si apre con un’opera d’arte “totale” (completa di elementi scultorei, pittorici e architettonici), che sembra voler riassumere i contenuti dell’esposizione e fornire allo stesso tempo il viatico per affrontare la teoria di sculture che segue.
L’altare di san Francesco di Paola, scolpito in pietra locale da Francesco Antonio Zimbalo nel 1614-1615, è collocato nella Chiesa leccese di Santa Croce e raccoglie al suo interno la più alta manifattura locale: la struttura in alzato prevede due pareti laterali adorne di colonne completamente intagliate con girali e fiori. In alto sul cornicione sono collocate statue di angeli con i simboli della passione. Tra le colonne è stato ricavato lo spazio per dodici formelle lapidee che narrano la storia del Santo.
L’altare rappresenta pienamente quell’espressione stilistica definita “barocco leccese” e dimostra come la cultura locale fosse in grado di riassumere in sé le influenze provenienti da fuori e trarne le idee e gli spunti per un linguaggio proprio. Il parallelismo dell’altare con la facciata stessa della chiesa di Santa Croce rafforza questo concetto.
La mostra leccese presentava dunque un orizzonte molto vasto, descriveva le differenti culture artistiche e il rapporto tra la centralità napoletana e la periferia del Salento, individuando i percorsi degli artisti e le collaborazioni fra le botteghe. Poi, seguendo l’andamento delle committenze importanti, offriva uno sguardo sul panorama spagnolo legato all’arte devozionale.
Stilisticamente è stato descritto il continuo intersecarsi nel Seicento e nel Settecento del barocco con il classicismo, mentre sono state definite e analizzate le tecniche scultoree in rapporto con i vari materiali adoperati. Ogni opera presentata in mostra rimandava a uno specifico contesto culturale, conservando tuttavia un sotterraneo linguaggio che la lega a tutte le altre.
(RC n. 37 - Ago/Set 2008)