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Radici Cristiane n. 71 - Gennaio
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Matilde di Canossa, la contessa guerriera

Una delle più straordinarie donne di tutti tempi, Matilde di Canossa, trovandosi coinvolta nel cuore dello scontro tra Chiesa e Impero, seppe compiere la sua scelta senza pensare a se stessa e ai propri egoistici interessi, ma dimostrando di aver compreso appieno il senso profondo della vita che ogni vero cristiano dovrebbe possedere.

di Maria Cristina Meschieri

Come indomita e fiera guerriera la ritrae il monumento di Lorenzo Bernini, posto sulla sua tomba, nella quale riposa in san Pietro in Vaticano e dove, ad eterna memoria, è definita “onore e gloria d’Italia”. D’altra parte anche il nome, Matilde, di origine germanica, che significa, appunto, “possente in battaglia” , si può dire sia stato, per certi versi, profetico di questo suo singolare destino.

In effetti l’importanza di questa donna fu determinante nella storia d’Italia, della Chiesa e dell’Europa nel periodo della feroce Lotta per le Investiture tra Impero e Papato, anche se ormai la sua fama sfuma nelle leggende e nelle interpretazioni più o meno fedeli che l’hanno affiancata, nonché nelle rappresentazioni folcloristiche, che ancora sbiaditamente la ricordano.

Chi era Matilde, la grande contessa di Canossa?

Una donna sola

Molto acuta è l’immagine dantesca, attribuitale dalla maggior parte della critica letteraria, di Matelda, la dama, che viene presentata nel Purgatorio di Dante, dove proprio tale figura diventa accompagnatrice e guida all’interno del Paradiso Terrestre, prima dell’incontro tra il poeta e Beatrice, nel Paradiso.

L’autore ci parla di una donna tutta sola, che intona melodie e intreccia collane di fiori con tanta grazia, che trasmette serenità e purezza; qui non c’è più traccia della guerriera ma è rimasta la donna vincitrice, la donna realizzata, che gode i frutti delle sue molteplici buone azioni, immersa in uno sterminato prato variopinto, dove spiccano i colori dei fiori, gialli e rossi, che, aldilà dei significati allegorici, tanto ricordano le distese ondulate di papaveri primaverili e le macchie cespugliose delle ginestre nelle sue antiche terre.
La solitudine, tuttavia, fu per Matilde compagna costante della vita: ella l’accettò con responsabilità e abnegazione in una esistenza percepita e vissuta interamente come missione a servizio di Dio e della Chiesa, tanto che fu definita da Papa Gregorio VII “serva fedele di Cristo, ancella del Signore”.

Una vita come missione al servizio della Chiesa

Nacque probabilmente a Mantova nell’anno 1046. Ancora piccola perse i due fratelli maggiori, Beatrice e Federico, anch’essi in tenera età, quando già era orfana di padre; l’anno precedente, infatti, il 1052, il padre Bonifacio morì assassinato durante una battuta di caccia nella zona si San Martino all’Argine.

La madre, Beatrice di Lorena, di nobile famiglia, non avendo figli maschi, decise, su suggerimento di Papa Leone IX, di risposarsi con il cugino Goffredo il Barbuto, sostenitore delle posizioni riformiste papali, così da irrobustire il legame di collaborazione con la Chiesa ma anche per assicurare i beni ereditari destinati a lei per discendenza familiare così come quelli imperiali, che invece Enrico III voleva impiegare diversamente.

Nonostante queste intrigate vicende la formazione della piccola non fu trascurata. Venne educata e cresciuta nell’amore per Dio e le sue leggi e anche nell’ambito culturale imparò ad amare l’arte, a scrivere, a parlare la lingua dei teutonici e quella dei franchi, così come ricorda il testo biografico su di lei, scritto dal coevo monaco Donizone di Sant’Apollonio di Canossa.

Ancora piccola, per volere del patrigno Goffredo, sempre per motivi di interesse, venne promessa sposa al figlio di lui, Goffredo il Gobbo, che sposò nel 1070 e dal quale ebbe una figlia, Beatrice, la quale morì pochi giorni dopo la nascita.

Matilde tornò dalla madre e, dopo l’assassinio di Goffredo il Gobbo e la morte della mamma nel 1076, divenne, a tutti gli effetti, per circa quaranta anni, la potente e capace padrona di un vasto territorio dell’Italia centro-settentrionale, rivelando indiscusse doti di stratega, diplomatica, amministratrice e guerriera.

Fu così che la Contessa divenne sostenitrice verace della causa della Chiesa e del Papa Gregorio VII, che voleva riformare la Sacra Istituzione e sottrarre il potere spirituale dalle mire imperiali. A questo scopo nel 1075 il Papa promulgò il Dictatus Papae, che stabilì la supremazia spirituale e temporale della Chiesa.

Mediatrice tra Gregorio ed Enrico

Enrico IV, Imperatore e cugino di Matilde, non gradì l’iniziativa e spinse il Sinodo dei vescovi tedeschi, riuniti a Worms, a deporre il pontefice, il quale, di contro, depose e scomunicò Enrico IV, liberando così i sudditi dal vincolo di fedeltà nei suoi confronti.

In questa situazione l’imperatore temette di perdere il consenso delle popolazioni, pertanto decise di sottomettersi al Papa e ciò avvenne grazie alla mediazione della cugina, che favorì l’incontro tra Gregorio VII ed Enrico IV, il quale, per ottenere il perdono del pontefice, si vestì di sacco, da penitente, e rimase per tre giorni in atteggiamento supplice in mezzo alla neve ai piedi della rupe di Canossa, nel gelido inverno del 1077.

L’Imperatore, tuttavia, dopo aver ottenuto il perdono, ritornò a scagliarsi contro il Papa; tale atteggiamento portò scompiglio, guerre, disordini per molti anni ancora e tutto questo influì profondamente nella vita di Matilde, che dovette fronteggiare situazioni spinose, umiliazioni laceranti, come ad esempio la ribellione dell’amata città di Mantova, sconfitte, offese diffamanti, decisioni drammatiche.

Interessante in tal senso è ciò che afferma il prof. Vito Fumagalli nel suo scritto Matilde di Canossa edito da Il Mulino: «Su Matilde dovettero pesare più di ogni altra cosa le invettive, gli insulti dei suoi nemici, come quello di “donnicciola” che uno di loro, Benzone d’Alba, vescovo, le indirizzò rimpicciolendone l’immagine di fronte all’imponente apparato dell’impero e dei suoi potenti fautori. E le maldicenze, il ridicolo, che si era voluto lanciare su di lei, quando si affermò che papa Gregorio si avvaleva di un “senato di donne”, facendo leva su una certa misoginia che potenti feudatari ed ecclesiastici nutrivano nei confronti di donne che “presumevano” di sostituirsi a loro.

Di più, si aggiungevano le dicerie su rapporti non proprio casti che sarebbero intercorsi tra Matilde ed il grande papa. E, l’accusa più forte, quella di aver lacerato l’ordine dell’impero, di aver gettato cristiani contro cristiani, di aver sparso il sangue degli uni e degli altri. Allora dovette insinuarsi nell’animo di Matilde il dubbio di aver sbagliato. È difficile escluderlo se pensiamo che molti di coloro che le erano legati non smisero mai di rassicurarla della santità della guerra che conduceva, di ricordarle che aveva trasformato se stessa nella “sposa di Cristo”, sacrificando alla causa papale la propria vita privata e la propria immagine pubblica».

Dal dubbio alla vittoria

Il groviglio di dubbi, di scrupoli, di paure probabilmente raggiunse il suo culmine nel 1092 quando l’Imperatore scese in Italia e cominciò a conquistare la pianura con le città, per poi mettere in crisi la potente struttura fortificata dei castelli montani di Matilde, la quale si trovò costretta a viaggiare incessantemente in lungo e in largo per tutto il regno per sistemare, tamponare organizzare la resistenza anche se, ad un certo punto, sembrò tutto inutile e vano: i fedeli combattenti, sfiniti, volevano arrendersi e ormai era svanita la convinzione nella causa, tanto che il vescovo di Reggio Emilia, Eriberto, pensava non ci fosse ormai altra soluzione che la resa.

Fu presa nella sicura fortezza di Carpiteti, arroccata sulla cima del monte Antognano, la decisione più difficile in quel frangente: arrendersi o continuare a combattere?
Determinante fu l’intervento di un monaco, l’eremita Giovanni, che esortò la contessa a non cedere, a continuare a dare battaglia, a non vanificare tutto ciò che era stato fatto fino a quel momento, a non accettare una pace priva di giustizia.

Matilde, toccata da quelle parole, decise di continuare; gli altri presenti la seguirono in questa impresa apparentemente folle e priva di ogni umana speranza. Fu così che la guerra riprese più feroce di prima, in un crescendo di scontri e fatti tragici come anche la morte di un figlio dell’Imperatore.
La risoluzione avvenne nell’ottobre del 1092 presso il monte Giumegna. L’Imperatore, deciso a cogliere di sorpresa le truppe matildiche, puntò su Canossa ma Matilde, subito informata, si mosse con la maggior parte dei suoi soldati verso il castello di Bianello: avendo colto la prossimità delle truppe imperiali, una buona parte dei contingenti della contessa tornò indietro, a Canossa.

Dopo aver pregato ed invocato l’aiuto di Maria Vergine, quando tutti ormai erano pronti a dare dura battaglia, si alzò improvvisa una nebbia densissima, così da disorientare le truppe dell’Imperatore, che si ritirarono dopo che il gonfalone imperiale fu loro strappato dai canossiani, più esperti di quelle terre e di quei fenomeni. Enrico decise allora la ritirata, inseguito dall’esercito di Matilde, che raggiunse il Po, conquistando, palmo a palmo, i territori sottratti.

Nella zona tra Canossa e Bianello , nel luogo della battaglia più importante di quel tempo, per ringraziamento e memoria, venne eretto un piccolo santuario, dedicato a Maria, che tuttora, testimone solitario, porta il nome di Madonna della Battaglia.

La non felice vita privata

Pochi anni dopo Matilde fu convocata da papa Urbano II al Sinodo di Piacenza dove verrà decisa la realizzazione della Prima Crociata.
In seguito arrivò anche un patto con l’Imperatore ma solo nel 1111, nel castello di Bianello, quando sul Trono imperiale era ormai salito Enrico V, il quale riconsegnò ufficialmente a Matilde i domini confiscati dal padre, nominandola anche Regina d’Italia e Vicaria dell’Imperatore.

La vita terrena di Matilde fu lunga e travagliata anche dal punto di vista degli affetti: ebbe un secondo matrimonio dopo quello con Goffredo il Gobbo ma pure questo terminò bruscamente: aveva sposato, ormai quarantenne, sempre per motivazioni politiche e su suggerimento del Papa Urbano II, il cattolico e giovanissimo Guelfo V di Baviera, detto il Pingue, perché piccolo e grasso, che, forse pure impotente, venne rispedito a casa in breve.

Decise allora di adottare un figlio, scegliendo il conte Guido Guerra, fiorentino, ma finì per lasciare tutti i suoi beni e averi alla Chiesa con una donazione ufficiale scritta.
Quasi settantenne, senza figli, priva ormai degli antichi amici e ammalata gravemente visse gli ultimi tempi della vita terrena nella sua residenza a Bondanazzo di Reggiolo dove morì nel luglio del 1115.

Per suo volere venne sepolta nel vicino monastero di San Benedetto Polirone, costruito tempo addietro per volontà del nonno Tedaldo. Successivamente, nel 1633, il Papa Urbano VIII fece trasportare la salma a Roma, prima a Castel Sant’Angelo e poi, definitivamente, nella Basilica di San Pietro in Vaticano nel 1645.

Una maestra di vita per tutti noi

A distanza di tanti secoli, cosa resta di Matilde e della sua vicenda terrena di donna e di regnante?

Tralasciando la documentazione storica, particolarmente cara agli addetti ai lavori, così come pure la presenza talvolta imponente dei suoi manieri ma anche desolata dei tanti ruderi, nonché le sempre più diffuse feste ed iniziative medievali, che, in sua memoria, diventano facile pretesto per attirare il turismo, rimane una semplice riflessione: “Matilde, per grazia di Dio”, come amava umilmente firmarsi nelle sue lettere, lascia la testimonianza forte di una persona, che, tra incertezze, ombre e difficoltà, ha saputo cogliere il valore assoluto della vita.

Il fatto, cioè, che l’esistenza non sia una questione da affrontare con la leggerezza della banalità ma, al contrario, debba essere tenacemente vissuta, nelle fatiche del quotidiano, difesa anche a costo del sacrificio personale, nel santo timor di Dio e alla luce della fede.

Una donna sola, dunque, la cui compagna spesso fu la sofferenza, che ha saputo essere presenza fedele nella lotta senza tregua a servizio di un ideale superiore fatto di verità e giustizia: questo è l’insegnamento di cui fare tesoro in un tempo, il nostro, dove tutto viene affrontato con l’atteggiamento miope ed insulso dell’egoismo, dove il senso della vita viene guardato con l’indifferenza superficiale e disperata di una mentalità che, pigramente, ha rinunciato a vivere e si accontenta a malapena di sopravvivere .

 

(RC n. 37 - Ago/Set 2008)