Nel maggio 1959 l’eroico cardinale croato Aloisio Stepinac, mentre è agli arresti domiciliari, incorona l’immagine della Vergine di Fatima che gli è stata inviata da Pio XII. La scena è molto simbolica, poiché l’intrepido prelato ha la certezza del trionfo finale sul “comunismo satanico”, dopo il quale sopraggiungerà “un’era mariana”.
«Ciò che preghiamo e proclamiamo circa la Madre di Dio – Tu sola hai schiacciato tutte le eresie dell’universo intero – tornerà ad essere una realtà nel suo pieno splendore» (lettera del 27 settembre 1958).
La beatificazione del cardinale Stepinac nel 1998 – «una delle figure di spicco della Chiesa Cattolica» del XX secolo, secondo le parole di Giovanni Paolo II – ha riscattato dall’oblio e riproposto all’ammirazione del mondo quest’uomo che non piegò mai le ginocchia davanti a Baal.
Infatti, in un’epoca di profondi egoismi, incoerenze, relativismo e comodo adattamento agli errori contemporanei, la sua incrollabile fede resta un faro luminoso per tutti.
Nato l’8 maggio del 1898, viene ordinato sacerdote nella festa di Cristo Re, il 26 ottobre 1930 a Roma, dove aveva fatto i suoi studi all’Università Gregoriana. Devoto alla Madonna fin dall’infanzia, grazie all’educazione dei genitori, celebra la prima Messa a Santa Maria Maggiore.
Nel 1934 è consacrato vescovo e nel dicembre 1943, in piena guerra mondiale, gli è affidata l’arcidiocesi di Zagabria, dove lo attende una lunga via crucis per via della sua inflessibile presa di posizione contro i totalitarismi di allora: il fascismo, il nazismo, il comunismo.
“Sono preparato a dare la mia vita in qualsiasi momento”
Nel maggio 1945, a guerra finita, la Croazia viene incorporata con la forza alla Jugoslavia comunista. Ben presto si darà inizio alla persecuzione religiosa, che troverà nell’arcivescovo Stepinac un intrepido difensore dell’ovile affidatogli.
Rimanendo fedele alla tutela dei “diritti divini della Chiesa”, non esiterà a denunciare pubblicamente l’assassinio di sacerdoti per mano dei miliziani comunisti.
Il regime ha timore della gigantesca statura morale di mons. Stepinac e, in un primo momento, evita lo scontro frontale, preferendo lanciare contro la sua persona una vasta campagna di diffamazione per mezzo della stampa e di intimidazione poliziesca.
Uscito indenne da un attentato, un anno dopo, nel 1946, viene arrestato e il 30 settembre di quell’anno viene avviato un fraudolento processo contro di lui. Il 3 ottobre mons. Stepinac pronuncia davanti al tribunale un coraggioso atto d’accusa contro il regime per le sue ingiustizie, i suoi crimini, le limitazioni imposte ai diritti di Dio, della Chiesa e degli uomini.
Il prelato asserisce con fermezza: “Se non mi darete ragione voi, me la darà la storia”. La sentenza, 16 anni di lavori forzati, suscita vive reazioni sia in Croazia che all’estero.
Il 13 ottobre 1946 il presidente della Comunità ebraica americana dichiarò: “Questo grande uomo della Chiesa è stato accusato di essere un collaboratore nazista. Noi ebrei lo neghiamo. È uno degli uomini rari che in Europa si sono levati contro la tirannia nazista proprio nel momento in cui era più pericoloso farlo. Ha parlato apertamente e senza paura contro le leggi razziste. Dopo Sua Santità Pio XII è stato il più grande difensore degli ebrei perseguitati in Europa”.
Tuttavia, il 19 ottobre viene rinchiuso nella terribile prigione di Lepoglava. “Mi hanno tolto tutto – dice – tranne una cosa sola: la possibilità di alzare al Cielo le mie braccia come Mosè”.
“Il trionfo più grande della Chiesa nella sua storia”
Col trascorrere degli anni l’ingiustizia compiuta contro l’arcivescovo di Zagabria diventa sempre più palese agli occhi dei suoi connazionali e di tutto il mondo, al punto che il 5 dicembre 1951 i suoi carcerieri decidono di trasferirlo alla sua parrocchia natale di Krasic, dove rimarrà agli arresti domiciliari fino alla sua morte avvenuta nel 1960.
Da Krasic effettuerà un lavoro pastorale di colossali dimensioni, scrivendo più di 5000 lettere e messaggi clandestini per confermare nella fede il popolo cattolico in tutta la Jugoslavia. Denuncerà le tattiche comuniste per creare una società atea e metterà in allerta contro quei sacerdoti che, collaborando col regime, favorivano il tentativo del governo di creare una chiesa nazionale separata da Roma.
Il pastore sostiene i fedeli e i fedeli pregano per la perseveranza del pastore. Senza queste preghiere, «come avrei potuto resistere all’odio satanico di 10 anni di persecuzione dei nemici di Dio?», scrive il 23 aprile del 1952 a un convento di suore orsoline.
La sua figura – nella quale alcuni biografi importanti intravedono tratti di quella di un sant’Elia e di un san Giovanni Battista – acquista dimensioni profetiche: per la sua abnegazione e olocausto diventa l’anima del suo popolo e il simbolo vivente della resistenza al comunismo oppressore.
In un messaggio datato 17 febbraio 1952 commenta con ammirazione le seguenti parole di san Pietro Giuliano Eymard: «Un’anima santa è in grado di sostenere e salvare il suo paese perchè le sue preghiere e virtù sono più potenti di tutti gli eserciti della terra».
Il 12 gennaio 1953 il Papa lo crea cardinale. «La porpora cardinalizia significa la disponibilità ad offrire il proprio sangue», scrive il neo-cardinale, rivelando così la decisione di perseverare nella fede fino al martirio.
E il 1 novembre 1955 scrive ancora profeticamente, riferendosi questa volta alle persecuzioni comuniste e al trionfo finale della Chiesa: «Siamo davanti alla più grande persecuzione contro la Chiesa mai esistita. Abbiamo il diritto di concludere, pertanto, che sopraggiungerà il più grande trionfo della Chiesa in tutta la sua storia».
E il 3 ottobre del 1956 aggiunge: «Sono vivamente confortato dal fatto che la devozione alla Santissima Vergine, che ha profonde radici nel nostro popolo, si accresce nella misura in cui si aggrava la persecuzione del comunismo satanico».
“Se volessimo vendere la faccia e l’anima, oggi stesso riceveremmo le onorificenze”
In una lettera del 5 dicembre 1959 al tribunale comunista di Osijek, rifiutando l’intimazione a deporre in un processo contro ecclesiastici, così si esprime il cardinale: «Se il governo giudica che muoio con eccessiva lentezza, ordini pure la mia liquidazione fisica, così come ha ordinato quella giuridica 14 anni fa. San Cipriano diede 14 monete d’oro al boia che doveva decapitarlo. Io non ho nessun soldo, posso soltanto pregare per chi eventualmente mi eseguirà, chiedendo Iddio che lo perdoni per l’eternità e mi permetta di morire in pace».
Poche settimane prima della morte, il 18 gennaio 1960, scrive al Reverendo Viktor Komericki: «Se volessimo vendere la faccia e l’anima, oggi stesso riceveremmo le onorificenze. Ma a tutti noi sempre deve essere presente il memento di Cristo: “Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?” (Mc 8, 36)».
Il successivo 18 febbraio rende la sua anima eroica a Dio in conseguenza dei maltrattamenti patiti durante la prolungata cattività.
Per quasi dieci anni questo gigante della fede era vissuto come semplice aiuto parroco nel suo villaggio natale di Krasic, non lontano da Zagabria. Ovviamente potevano venirlo a trovare solo i fedeli di quel villaggio, ma egli riuscì a far pervenire le sue puntuali denunce del regime comunista tramite lettere a persone di fiducia.
Tuttora si conservano i suoi umili ricordi personali nel modesto appartamento a lui riservato nella canonica della locale parrocchia. In quel posto, a parte il tempo per scrivere le sue ben note lettere, egli spendeva le sue giornate diviso fra il confessionale e la preghiera.
A chi veniva a chiedergli perchè non si distraeva un momento davanti alla televisione, egli indicava la porticina del tabernacolo, dicendo con tono sereno ma austero: “Ecco la mia distrazione”.
I milioni di esseri umani che in Cina, Corea del Nord, Vietnam e Cuba ancora gemono sotto il comunismo, trovano nel beato Cardinale Stepinac un valido intercessore celeste, un esempio di autentico pastore che ha dato la vita per le sue pecore e un motivo di speranza per la rapida e definitiva liberazione delle loro nazioni.
(RC n. 35 - Giugno 2008)