Nonie Darwish, egiziana naturalizzata americana, musulmana convertita al Cristianesimo, ha molti punti in comune con Magdi Allam. Ma la sua infanzia è stata forse più movimentata: trascorsa tra Gaza e il Cairo, era figlia di uno dei capi militari di maggior fiducia di Nasser che aveva la responsabilità di dirigere da Gaza le operazioni militari contro Israele.
Fin da piccola la colpiva lo spirito di perenne vendetta che animava il mondo intorno a lei e l’odio profondo nei confronti di Israele dipinto come il peggiore dei mali.
Indomita nei confronti delle pressioni della famiglia e dell’entourage islamico, nel 1978 riesce ad emigrare in America dove inizia la sua conversione.
Ha pubblicato nel 2006 una avvincente biografia in inglese, Adesso mi chiamano infedele. Perché ho rinunciato al jihad per l’America, per Israele e per la lotta contro il terrore, (Sentinel – Penguin Books) ed è inoltre un apprezzato conferenziere decisa nel denunciare i pericoli dell’islamizzazione della nostra società.
La sua infanzia è stata traumatizzata da eventi tragici. Ci può descrivere quegli anni della sua vita?
Da bambina vivevo a Gaza, zona di guerra. Il Presidente egiziano Gamal Abdel Nasser aveva due obiettivi: la riunificazione del mondo arabo e la distruzione di Israele. Sia Gaza che la Cisgiordania venivano utilizzate dai Paesi arabi come avamposti dai quali attaccare Israele.
Mi ricordo di aver passato molte notti insonni sotto i bombardamenti. Ho frequentato la scuola elementare a Gaza dove mi è stato insegnato l’odio, la vendetta e la ritorsione: mai ci veniva proposta come alternativa la pace. Recitavamo ogni giorno poesie “jihadiste” auspicando per ognuno di noi la morte del “shadid”, cioè del martire.
Israele voleva uccidere mio padre perché era il responsabile delle operazioni dei “fedayn” egiziani che da Gaza attaccavano Israele. Una notte, un commando israeliano penetrò nella nostra abitazione, nonostante fossimo altamente protetti e sorvegliati. Mio padre però non era in casa e i soldati israeliani trovarono solo donne e bambini: a nostra sorpresa se ne andarono senza farci alcun male.
Sottolineo però che questa non era la prassi dei “fedayn” egiziani che uccidevano invece i civili israeliani, sia donne che bambini. Qualche mese dopo, l’11 luglio 1956, mio padre venne assassinato da un commando israeliano. Avevo otto anni.
Dopo la sua morte, il Presidente Nasser venne a farci visita a casa per le condoglianze di rito. Sia lui che il suo seguito, rivolgendosi a noi figli, ci chiesero: “Chi di voi vorrà vendicare il sangue di vostro padre uccidendo degli ebrei ?”.
Questa domanda mi turbava profondamente perché ne conseguiva che se veramente amavo mio padre avrei dovuto uccidere degli ebrei. Questo è un perenne ciclo di vendetta che malgrado tutto deve essere interrotto perché il nostro obiettivo è la pace.
Lei pensa che oggi l’atteggiamento dell’Occidente nei confronti dell’Islam sia giusto?
L’Occidente ha accolto i musulmani nella speranza di vederli convivere pacificamente con i propri cittadini. Ma non ha difeso questi ultimi dai “libri sacri” e dalle scritture islamiche che ordinano ai musulmani di uccidere i non-musulmani.
Per esempio, la Sura 47,4 recita: «Quando [in combattimento] incontrate i miscredenti, colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati, poi legateli strettamente. In seguito liberateli graziosamente o in cambio di un riscatto, finché la guerra non abbia fine».
Un altro esempio: «Nessun musulmano deve essere ucciso per aver ammazzato un non-credente» (Sahih Bukhari 1.3.111). Per questi “comandamenti” della religione islamica, i non-musulmani del Medio Oriente sono perseguitati e uccisi e molti di loro devono lasciare il Paese.
Nel Corano e negli Hadith, sono ripetuti migliaia di volte gli ordini di uccidere, umiliare o sottomettere i non-musulmani. Sono sicura che la maggioranza dei musulmani non voglia mettere in pratica tutto ciò ma se vi fosse anche una sola minoranza che lo vuole, l’Occidente dovrebbe saper fronteggiare il problema. Mentre invece, per il momento, non fa altro che cercare di proteggere i diritti dei musulmani in Europa, dimenticando il diritto degli europei a vivere in pace.
Ormai è da vari anni che Lei vive negli Stati Uniti. Può farci un paragone tra la società americana e la società egiziana che Lei ha abbandonato vari anni fa?
La differenza è enorme. Negli Stati Uniti la legge protegge tutti, senza distinzione di razza, sesso o religione. Nel mondo islamico invece, vi sono leggi diverse per gli uomini e per le donne, per i musulmani e per i non-musulmani, e finanche per tra i musulmani arabi e i musulmani non arabi, come dimostrano gli atteggiamenti nei confronti dei curdi e della popolazione del Darfur in Sudan.
In America e nelle democrazie occidentali i diritti umani sono in genere rispettati mentre nei Paesi islamici la “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” del 1948 è rimpiazzata dalla sharia e ciò è stato anche riaffermato chiaramente dalla “Dichiarazione del Cairo sui Diritti Umani nell’Islam” adottata nell’agosto del 1990.
Lei è cittadina americana. Prima della sua conversione, si è mai sentita innanzi tutto musulmana e poi americana?
Sono cittadina americana e felice di esserlo. Non sono mai stata una musulmana radicale e mi sentivo sempre a disagio quando ascoltavo gli insegnamenti di molti islamici. I musulmani emigranti sono sottoposti all’ideologia radicale islamica che li forza a dover scegliere tra una totale fedeltà all’Islam o una fedeltà al Paese ospitante. Per me è sempre stato più importante essere americana che essere musulmana.
Suo padre, condannato a morte da Israele, è considerato un eroe in Egitto. Lei invece, condannata a morte da due fatwe islamiche, si sente in continuità o in contrasto con suo padre?
Mio padre era un uomo d’onore dal carattere molto forte. Era stato scelto da Nasser per dirigere l’intelligence egiziana a Gaza perché era molto amato dalla popolazione. La mia prospettiva è quella di cercare di aiutare un processo di pace che dovrebbe far seguito ad un conflitto molto triste: le popolazioni del Medio Oriente necessitano di una vita normale, pacifica in cui sia possibile il progresso e il benessere.
La missione di mio padre sarebbe potuta diventare una missione pacifica senza che l’onore venisse meno. Come Sadat, gli uomini di guerra possono cambiare e diventare più ragionevoli assecondando i mutamenti e le necessità dei loro popoli. Quello che mi auguro per il Medio Oriente è di poter giungere ad una pace duratura che implica il pieno rispetto di Israele.
Proprio riguardo a Israele, Lei ha fondato un’associazione “pro-Israele” . Perché questa scelta?
Penso sia giunta l’ora che arabi e musulmani accolgano Israele quale loro vicino. Di cosa hanno paura gli arabi? Come possono 1,2 miliardi di musulmani temere 5 milioni di ebrei ? Il popolo ebraico è originario del Medio Oriente e ha molto contribuito alla storia, alla cultura, alla religione e alla società mediorientale. Molto di più di quella che è la stessa estensione di Israele.
(RC n. 37 - Ago/Set 2008)