In Tibet vi sono almeno 24 campi Laogai dove i tibetani vengono detenuti, costretti al lavoro forzato e spesso uccisi. Drapchi, Chushur, Bomi/Powo, la prigione di Lhasa e Shengyebo sono alcuni tra i tanti Laogai stracolmi di patrioti tibetani.
Ottanta monache sono state arrestate alla fine di maggio ed incarcerate nei Laogai. L’8 giugno, Tsering Tsomo, monaca di 27 anni, è stata arrestata e torturata. Per protestare contro il suo arresto centinaia di giovani monache sono state assalite dalle forze speciali, picchiate con manganelli e bastoni elettrici, numerose sono state ferite e, successivamente, sono state tutte deportate verso un vicino centro di detenzione (parte del sistema concentrazionario dei Laogai).
Nella mattinata del 10 giugno a Kardze nel Sichuan almeno tre tibetani sono stati picchiati e arrestati dalla polizia per aver richiesto la liberazione dei prigionieri: Namsey Lhamo, madre di due figli di 30 anni, Tenzin Dargyal, agricoltore di 32 anni e un monaco la cui identità non è ancora stata accertata.
Il mattino del 19 giugno due tibetani sono stati arrestati vicino alla frontiera indo/tibetana: Chime Yongdung, presidente del National Democratic Party of Tibet, 33 anni e Konchok Yangphel, 29 anni.
Sono ancora fresche nelle nostre menti le foto del massacro al Monastero di Kirti nella provincia tibetana di Amdo, che attualmente fa parte della provincia cinese del Sichuan come quelle del massacro del 3 aprile di 11 tibetani nel Sichuan anche loro caduti sotto le pallottole della polizia comunista.
La repressione continua imperterrita. È per questi martiri che noi dobbiamo adoperarci ed agire. Non possono essere morti invano.
Menzogne, solo menzogne…
Le centinaia di marciatori, da Dharamsala alla frontiera, continuano a marciare ed essere arrestati ma non si arrendono. Vogliono tornare nella loro patria. A noi cattolici, ricordano gli 800 martiri di Otranto.
Non dimentichiamo che nella Cina capital-marxista tutte le religioni sono perseguitate. Infatti, molti sono gli esempi di eroismo e di martirio offerti dalla Chiesa Cattolica clandestina. Il Cardinale Kung Pin Mei fu arrestato e trascinato allo stadio per confessare, davanti a migliaia di persone, il suo crimine di essere Cattolico. Invece gridò: “Viva Cristo Re, Viva il Papa!”. La folla ripeté in coro le stesse parole e il cardinale fu incarcerato per 32 anni.
Il Vescovo Giuseppe Fan Xueyan passò gli anni dal 1958 al 1991 in prigione, dove fu ucciso mediante percosse che gli spaccarono il cranio. I suoi resti furono consegnati alla famiglia in una busta per la spazzatura.
I Giochi Olimpici, simbolo di pace e solidarietà fra gli uomini, non dovrebbero avere luogo in Cina. Sono stati gli interessi finanziari delle multinazionali e del regime comunista cinese a permettere questo paradosso. Il regime cinese non ha mantenuto nessuna delle sue promesse riguardo al miglioramento dei diritti umani nel Paese asiatico.
«Assegnando a Pechino i Giochi, aiuterete lo sviluppo dei diritti umani». Con queste parole, nell’aprile del 2001, Kiu Jingmin, vice presidente del Comitato Olimpico di Pechino, riuscì a convincere il Comitato Olimpico internazionale ad assegnare alla Cina i Giochi Olimpici 2008.
Menzogne .. solo menzogne! Come denuncia “Amnesty International”, la situazione dei diritti umani sta, in realtà, peggiorando di giorno in giorno in Cina: i più di mille Laogai, le migliaia di esecuzioni capitali con relativa vendita degli organi umani, le centinaia di migliaia di aborti forzati e sterilizzazioni, la persecuzione di tutte le chiese e di qualunque dissenso sono alcune delle violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime comunista cinese e di cui i mass media parlano poco per non disturbare i commerci internazionali.
L’unico e vero rimedio
È solamente grazie all’insurrezione tibetana ed al sacrificio dei giovani e monaci martiri che se ne parla, anche se sempre in maniera esigua, oggi. Infatti, dopo il mio arresto a Dehli il 17 aprile, ho avuto l’onore di conoscere Tenzin Choeying, il presidente di Students for Free Tibet, Chime Yungdrung, presidente del National Democratic Party of Tibet e due deputati del parlamento tibetano: Tseten Norbu e Dorjee Wangdi Dewatshang. Mi hanno raccontato le loro storie e le loro aspirazioni. Gli ho spiegato che molti in occidente sono in anima, spirito e corpo con loro.
Credo che il mondo debba essere molto riconoscente ai martiri tibetani e non solo per la giusta causa del Tibet ma perchè è grazie a questi martiri che i crimini comunisti cinesi sono di nuovo apparsi sulle pagine dei nostri giornali ed è solo grazie a loro che l’ipocrisia delle Nazioni Unite e delle istituzioni sportive, politiche e finanziarie internazionali diventa sempre più palese. È solo grazie a loro che molti, di diverse opinioni politiche, si riuniscono in questa giusta grande battaglia ideale.
Infatti, oggi, sempre più persone si rendono conto di quanto aveva ragione Ortega y Gasset nel dire che «il modo migliore di dichiararsi di essere un imbecille è quello di dichiararsi di essere di destra o di sinistra».
Le teorie marxiste e liberiste hanno causato centinaia di milioni di morti sotto i bombardamenti, per fame, con gli aborti, per torture, nei campi nazisti, nei Gulag e nei Laogai. Queste idee sono state sconfitte dalla storia. La sola strada è una terza via e noi cattolici la conosciamo: la dottrina sociale della Chiesa!
Boicottare i giochi olimpici
Viviamo in un mondo dove gli interessi finanziari ed economici sembrano predominanti. È veramente promettente osservare che esistono ancora persone che attribuiscono priorità a valori morali ed etici.
Infatti, numerose sono le personalità che si sono espresse in maniera critica verso le Olimpiadi a Pechino. Fra queste il Principe Carlo d’Inghilterra, Spielberg, Mennea, Richard Gere, Ivana Spagna, Andrea Mingardi, Paul McCartney, Uma Thurman, Mia Farrow, Bernard Henry Levy, Bhaichung Bhutia (capitano della squadra indiana), Valentino Rossi, Narisa Chakrabongse presidente della Green World Foundation che ha rifiutato di portare la fiaccola e molti altri.
Sta anche aumentando la lista dei politici che hanno deciso di non partecipare alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi: il premier polacco Donald Tusk, i presidenti ceco ed estone Vaclav Klaus e Toomas Hendrik Ilves, il vice Premier Belga Didier Reynders, il cancelliere tedesco Merkel, il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier e Hans-Gert Poettering, presidente del Parlamento Europeo, che ha giustamente invitato a Bruxelles il Dalai Lama e lanciato un appello ai leader europei perchè boicottino l’apertura dei giochi e, finalmente, anche Gordon Brown ha deciso di non andare all’apertura dei Giochi.
Recentemente, in seguito alla “Marcia per la Pace in Tibet” del 15 Giugno a Roma, quando oltre 2.000 persone hanno marciato al grido di “Tibet libero”, la Comunità Tibetana in Italia, l’Associazione delle Donne Tibetane, l’Associazione Italia-Tibet e la Laogai Research Foundation Italia hanno chiesto al Governo Italiano di non partecipare all’inaugurazione delle Olimpiadi il prossimo 8 agosto a Pechino. I firmatari della lettera al Primo Ministro hanno chiesto di «dimostrare concretamente la forte sensibilità del popolo italiano e di tutto il Paese nei confronti del rispetto dei Diritti Umani e della Pace in Tibet, in Cina e nel mondo».
Allo stesso tempo molti sono gli ipocriti che cercano scuse ed alibi per far tacere la loro coscienza. Primo fra tutti il Presidente Bush, che, tuttavia, ha almeno avuto il coraggio di incontrare il Dalai Lama, il Comitato Olimpico Internazionale e l’ONU che, per far piacere ai grandi sponsors olimpici, si comportano come se nulla stesse accadendo.
“noi muoriamo affinché il nostro popolo possa vivere”
Ho fede nella natura umana, che è espressione divina, e sono certo che il numero dei politici che non parteciperanno alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi aumenterà. Sono anche certo che i tibetani non si arrenderanno.
Sempre a Dehli ho conosciuto un giovane ragazzo tibetano, Tenzin, che mi ha raccontato come è stato picchiato ed arrestato sia in Nepal che in India.
Negli anni Novanta ho avuto l’onore di conoscere alcuni superstiti dei Fratelli della Foresta, i partigiani Lituani, traditi dall’occidente, che combatterono fino agli inizi degli anni Cinquanta contro i sovietici. Nei loro occhi potei osservare che, anche se debellati militarmente, non si sentirono mai realmente sconfitti. La stessa determinazione l’ho riscontrata negli occhi di Tenzin, di Chime, di Karma ed altri amici tibetani.
Nonostante cinquant’anni di oppressione comunista sovietica, di persecuzioni, con centinaia di migliaia di lituani spariti nell’inferno dei gulag e nonostante il tradimento dell’Occidente, la Lituania vive oggi in libertà, parla la propria lingua e sventola le proprie bandiere.
Ascoltando le storie dei patrioti morti per il Tibet, ho ricordato una scritta che lessi sui blocchi di cemento che difendevano il parlamento lituano dai carri sovietici, nell’agosto del 1991. Vi era scritto: “Zusim Kad Gyventume” ossia “noi muoriamo affinché il nostro popolo possa vivere”. Questo è il medesimo e vero messaggio dei martiri tibetani di oggi.
Non dimentichiamo questi martiri! Ricordiamoci che la lotta per la libertà e per l’autodeterminazione del popolo tibetano è la stessa lotta per la libertà dei cristiani nel Darfur, dei Karen e dei monaci in Myanmar, dei contadini e dei migranti cinesi e di tutti quelle genti del mondo che rifiutano di essere omologate come semplici “statistiche” o semplici “consumatori” alla mercè del “mercato globale” ma che vogliono, invece, essere veri e propri popoli orgogliosi delle loro tradizioni e della propria identità.
Sono convinto che il male non può trionfare ma affinché ciò avvenga è necessario che tutti gli uomini e donne di buona volontà si sveglino ed agiscano perché la battaglia per la libertà in Tibet sia anche la nostra battaglia.
È per le decine di milioni di vittime del comunismo, spesso sacrificate sull’altare del dio profitto, che noi dobbiamo agire. Nel nome di tutti quei milioni che non possono più parlare!